Il nuovo messaggio degli USA

Il primo attacco degli USA ai mezzi e soldati della compagine governativa siriana ha diversi significati: dal riscatto nella politica interna al ritorno a gamba tesa tra gli arbitri della contesa siriana. Cronaca di uno sviluppo imprevedibile.

Il nuovo messaggio degli USA - GEOPOLITICA.info Republican presidential candidate Donald Trump speaks to supporters as he takes the stage for a campaign event in Dallas, Monday, Sept. 14, 2015. (AP Photo/LM Otero)

Dalle giravolte sulla politica estera e interna, ai compromessi a ribasso con le potenti agenzie federali dello Stato profondo, difficilmentesi sarebbe potuto immaginare che Trump arrivasse a spezzare le più fondamentali convinzioni circa la politica estera in Siria. Questo soprattutto dopo che Rex Tillerson, il segretario di stato USA, aveva confermato esplicitamente la fine dell’obiettivo del regime change in Siria.
L’attacco di 59 missili tomahawk lanciati dai cacciatorpedinieri Porter e Ross hanno parzialmente danneggiato le strutture della base aerea Al Shayrat, da dove, secondo gli americani, sarebbero partiti i caccia che trasportavano le armi chimiche che hanno colpito nei pressi di Idlib, nel nord ovest della Siria. In realtà solo 23 dei 59 missili hanno colpito l’obiettivo. Sembra però che i missili non abbiano colpito solo il campo d’aviazione, ma anche abitazioni di alcuni villaggi circostanti. Infatti oltre alle 15 persone uccise, ci potrebbero essere anche 9 civili, tra cui 4 bambini.

Per comprendere le motivazioni di questo attacco si deve tornare al 2013, quando Barack Obama pose come linea rossa da non oltrepassare l’utilizzo di armi chimiche. Nonostante i dubbi su chi avesse effettivamente causato quell’attacco chimico (i russi accusavano i ribelli, gli USA accusavano Damasco), un attacco ci fu, e Obama ritenne superata la linea rossa. Questo però non portò a un’escalation, grazie soprattutto all’orso russo che già si ergeva in Medio Oriente a protezione di Assad.
Non è stato ancora confermato l’effettivo colpevole dell’uso di armi chimiche. La fonte a cui tutti i media occidentali si rifanno è infatti l’Osservatorio siriano dei diritti umani, una ONG con sede a Coventry, UK, il cui fondatore e unico membro è Rami Abdulrahman, e la cui credibilità e imparzialità è stata definitivamente minata da varie inchieste giornalistiche, tra cui quella del “The Guardian”. Ma nei calcoli delle mosse geopolitiche la verità è spesso uno degli ultimi elementi da tenere in considerazione.

Quale sarebbe potuto essere il motivo dell’attacco chimico del governo siriano? Nonostante l’annunciato cambio di passo dell’occidente nei confronti di Damasco, Assad potrebbe non sentirsi ancora pienamente soddisfatto. Ormai la Russia è diventata l’arbitro principale nella contesa siriana, i colloqui di Astana sul processo di pace in Siria vedono la partecipazione solo di Russia, Turchia e Iran, che provvedono alla spartizione della torta siriana. L’Arabia Saudita è la grande perdente, e gli Stati Uniti ne sono usciti malconci. DunqueAssad potrebbe aver voluto alzare la posta in palio, cercando così di umiliare i paesi occidentali smascherandone le contraddizioni. Infatti da un lato essi richiedono continuamente il rispetto dei diritti, rifiutandosi di riaprire i contatti con Damasco, dall’altro non fanno nulla di concreto affinché questi diritti vengano rispettati. Assad si aspettava che l’occidente sarebbe di nuovo rimasto a guardare. Ma così non è stato.

La mossa di Trump ha una valenza multipla. Sul piano geopoliticorisponde al tentativo di umiliazione di Assad (nel caso fosse effettivamente lui il colpevole dell’attacco). In secondo luogo è stato ridimensionato l’orso russo, dimostrando l’incapacità dei russi di proteggere Assad nel momento in cui si arriva al “dunque”. Questi sono i 2 principali effetti. Gli USA hanno voluto ricordare chi è la vera superpotenza mondiale, e chi è davvero ad avere il diritto a condurre i giochi. Le implicazioni geopolitiche vanno anche oltre il teatro Medio Orientale: in primis è un chiaro avvertimento alla Nord Corea, proprio nel momento in cui i toni di Trump si erano alzati. A rendere ancora più allettante il momento è stata la ghiotta opportunità di un indiretta messaggio nei confronti di Xi Jinping, il segretario del Partito Comunista Cinese, proprio in quei giorni in visita a Washington. E’ recente infatti la perentoria richiesta di Trump alla Cina di sfruttare maggiormente la sua influenza sulla Corea del Nord, minacciando di intervenire unilateralmente se le pressioni non fossero state aumentate. Oltre alla valenza geopolitica, la decisione di Trump può avere un importante risvolto nella politica interna.
Trump si è reso conto che il Presidente non ha tutto quel potere che forse lui credeva che avesse. Ciò ha portato al rimescolamentodella politica estera, alla rinuncia a Micheal Flynn come consigliere per la Sicurezza Nazionale, al parziale declassamento del Capo Stratega Steve Bannon, estromesso dal Consiglio per la Sicurezza Nazionale. Trump ha un bisogno vitale di affrancarsi dalla macchina amministrativa federale, appoggiandosi in particolar modo sui militari. L’attacco alla Siria potrebbe rientrare in questo schema d’azione, ricompattando l’opinione pubblica, e puntando occhi, cuori ed armi al di fuori delle contese interne.

Fondamentale è chiarire che non si tratterà del primo di tanti attacchi (come vorrebbero ribelli e Arabia Saudita). Non ci sarà alcuna escalation. L’obiettivo principale è puramente scenografico, e a livello sostanziale è improbabile che Trump e Tillerson rimetteranno in discussione la fine del regime change. Tant’è che russi e siriani sono stati avvertiti dell’attacco decine di minuti prima per ridurre le perdite in vite umane. Nonostante sia stata una mossa scenografica, ciò non sminuisce di troppo la portata dell’azione. “Tutti i potenziali nemici degli Stati Uniti sono avvisati. Il profilo basso e il mero contenimento a ribasso non saranno più contemplati dalla strategia americana”. Ilmessaggio di Trump è questo.