Mercenari e milizie: il cessate il fuoco in Libia mostra tutti i limiti della diplomazia internazionale

Il Pentagono afferma che gli arrivi di armi e mercenari in Libia negli ultimi tre mesi siano aumentati in quantità e qualità, nonostante l’embargo sulle armi imposto dall’ONU. I due schieramenti continuano a prepararsi alla ripresa della belligeranza. Inoltre, la quiete sul fronte ha permesso alle figure politiche dominanti in entrambi i campi di rivalutare la gerarchia politica e tentare di modificare uno status quo ormai obsoleto.

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Il flusso costante di armi

La pressione internazionale su Tripoli e Tobruk ha indubbiamente avuto il merito di creare le condizioni necessarie per un cessate il fuoco informale, ancora in vigore seppur fragile. Ciononostante, si segnalano costanti preparativi militari sulla linea del fronte, ormai in stallo da oltre due mesi nei dintorni di Sirte. La denuncia è arrivata direttamente dalla Rappresentante Speciale ad interim dell’UNSMIL (United Nation Mission in Libya) Stephanie Williams, la quale ha dichiarato mercoledì sera al Consiglio di Sicurezza che dal 10 luglio, oltre 100 cargo di armi e munizioni sono arrivati via aerea o via mare in Libia. Il comunicato della Williams testimonia come l’embargo sulle armi, stabilito dalla Risoluzione ONU S/RES/1973 (2011) e affidato all’Operazione EUNAVFOR MED Irini, sia ancora lontano dall’essere implementato e continua ad essere costantemente violato dalle stesse parti che hanno partecipato al Processo di Berlino. D’altronde, l’impotenza della diplomazia internazionale di garantire l’efficacia dell’embargo è stato uno dei motivi delle dimissioni dell’ex Rappresentante Speciale Ghassan Salamé, principale autore dell’attuale quadro diplomatico ONU nel dossier libico.

Mentre faticano le trattative per formalizzare il cessate il fuoco, entrambe le fazioni sfruttano lo stallo per riorganizzarsi e consolidare le proprie posizioni in caso di fallimento delle negoziazioni. Il Pentagono ha rilasciato il proprio rapporto trimestrale sulle operazioni antiterrorismo in Nord Africa, facendo una valutazione delle forze mercenarie presenti nel teatro libico. L’USAFRICOM (United States Africa Command) ha stimato che negli ultimi tre mesi la Russia ha favorito l’ingresso di migliaia di mercenari in Libia, tra cui circa 3.000 del Gruppo Wagner, una PMC russa, e circa 2.000 siriani. Il rapporto afferma che il Gruppo Wagner ha fornito al sedicente Esercito Nazionale Libico di Haftar, equipaggiamenti avanzati come UAV e squadre di tiratori scelti, oltre ai caccia MiG 29 e Su-24 ormai stabilmente parcheggiati nella base aerea di al-Jufra. I numeri testimoniano un maggior coinvolgimento russo, con un aumento qualitativo e quantitativo rispetto ai trimestri precedenti. Per quanto riguarda le forze fedeli a Tripoli, è ormai consolidato il primato turco di assistenza militare alle milizie del GNA, decisivo per la salvezza della Tripolitania. Nell’ultimo trimestre la Turchia ha inviato più di 5.000 mercenari siriani, e diverse centinaia di membri regolari dell’esercito in Libia, fra cui, consiglieri, personale addetto al disarmo, e operatori e manutentori dei sistemi di difesa aerea turchi.

La forza politica delle milizie

Se da un punto di vista militare il cessate il fuoco informale è stato positivo, da un punto di vista politico ha anche dato modo alle tensioni politiche all’interno di entrambi i campi di riemergere vistosamente. È da notare che in questi giorni si sta assistendo in Libia a forti proteste civili, principalmente a causa del deterioramento delle condizioni di vita dei cittadini libici, martoriati da una lunga guerra civile, dall’acuirsi dell’epidemia di coronavirus, continui blackout e mancanza di sicurezza. Le proteste sono localizzate in quasi tutto il territorio libico, con report di scontri a Tripoli, Misurata, Qubba, Sirte, e nel Fezzan. Le forze di sicurezza di entrambe le fazioni hanno reagito duramente agli scontri di piazza, anche con l’utilizzo di armi da fuoco contro i manifestanti.

In Tripolitania, l’offensiva di Haftar dell’aprile 2019 aveva obbligato il Governo di Accordo Nazionale riconosciuto dall’ONU a far fronte comune, ma le divergenze interne sono tornate ad apparire. Il GNA è frutto degli accordi di Skhirat, i quali hanno generato un esecutivo basato principalmente sull’equilibrio dei rapporti di potere fra le figure dominanti della Libia Occidentale. Il rovesciamento della situazione bellica ha di fatto rimesso in moto queste tensioni, soprattutto manifestate nello scontro istituzionale fra il Presidente del Consiglio al-Sarraj, il quale ha un forte consenso nella capitale, ed il Ministro degli interni Fathi Bashagha, uomo forte di Misurata, la roccaforte della Tripolitania occidentale. Quest’ultimo è stato sospeso dal Consiglio Presidenziale il 28 agosto, sullo sfondo della sua gestione delle manifestazioni che hanno avuto luogo a Tripoli. Il Ministro dell’Interno aveva criticato la repressione delle proteste, affidate alla Brigata al-Nawasi, parte della “Tripoli Defence Force”. La brigata è uno dei più grandi gruppi militari armati di Tripoli ed è composta da oltre 700 membri collocati nell’area di Abu Sittah, a pochi metri dalla base navale dove si trova il Consiglio di Presidenza del GNA, roccaforte di al-Sarraj. Occupandosi della gestione dei checkpoint e del pattugliamento di Tripoli, al-Nawasi è riuscita a ritagliarsi un ruolo importante nella scena politica e militare della capitale. Secondo l’Agenzia Nova, Bashagha aveva intenzione di avviare procedimenti giudiziari anticorruzione ed era in procinto di arrestare l’ambasciatore libico presso l’Unione Europa (ed ex ambasciatore libico a Roma) Hafiz Gaddour, importante alleato di al-Sarraj, oltre che di iniziare la smobilitazione di alcune milizie fra le quali proprio la al-Nawasi.

La sospensione di Bashagha è stata accolta con reazioni contrastanti in Tripolitania, specialmente fra Tripoli e Misurata, come detto la città di riferimento del Ministro dell’Interno. Al momento della sospensione, Bashagha si trovava ad Ankara insieme per incontrare il Ministro della Difesa turco, Hulusi Akar. Al suo rientro in Libia, un convoglio di oltre 400 veicoli militari lo ha accolto e scortato al rientro a Tripoli, in una mossa che sembra un chiaro messaggio al Consiglio presidenziale. Tra i gruppi armati che hanno accolto Bashagha spicca la potente Forza Speciale di Deterrenza (RADA), di orientamento makhdali-salafita, la quale controlla l’aeroporto di Mitiga, l’unico operativo della capitale. Il gruppo armato è diventato nel corso degli anni una potente forza di polizia antiterrorismo, riuscita ad arrestare il fratello e complice dell’attentatore alla Manchester Arena nel 2017.La tensione fra al-Sarraj e Bashagha si è risolta con un incontro il 3 settembre, tenuto alla presenza dei membri del Consiglio Presidenziale e durato oltre 5 ore. I colloqui hanno portato all’emanazione del decreto 586, che reintegra il politico di Misurata con effetto immediato, dopo nemmeno una settimana dalla sua sospensione. Bashagha si è recato nella sede del Consiglio Presidenziale insieme agli uomini della RADA, i quali hanno circondato l’edificio per tutta la durata dei colloqui, in quella che è a tutti gli effetti una dimostrazione di forza. Tuttavia, i giochi di potere attualmente in corso in Libia Occidentale non possono essere semplicemente ricondotti ad uno scontro fra le due più importanti città-stato, Tripoli e Misurata. La decisione di sospendere Bashagha è stata presa dall’intero Consiglio Presidenziale, il quale Vicepresidente, Ahmed Maiteeq, è anch’esso un influente politico e imprenditore di Misurata. Maiteeq è il nipote di Abdel al Rahman Sewehli, leader del partito misratino “Unione per la Patria” ed ex Presidente dell’Alto Consiglio di Stato, il quale ha anche lui accettato l’estromissione del ministro dell’Interno. Lo scontro, quindi, non è solo all’interno del governo di Tripoli, ma coinvolge anche la stessa città mercantile. L’ISPI stima che Misurata sia la base operativa di oltre 200 milizie che comprendono almeno 17 mila combattenti e migliaia di veicoli armati e depositi di armi, in quanto la città riceve un grande sostegno dalla Turchia, interessata alla base aeronavale di Misurata.

La tensione politica non ha tardato a manifestarsi nemmeno in Libia Orientale, sede della Camera dei Rappresentanti di Tobruk e sotto il controllo militare di Haftar. Quest’ultimo ha visto il suo ruolo politico fortemente ridimensionato dopo il fallimento dell’offensiva militare in Tripolitania, a scapito del Presidente della Camera dei Rappresentanti Aguila Saleh, ormai divenuta la figura politica chiave del governo di Tobruk.  La firma da parte di Saleh del cessate il fuoco ha spinto Haftar a denunciarlo tramite il suo portavoce ufficiale Ahmed al-Mismari, dichiarandolo puro “marketing”. Mismari non ha fatto alcun riferimento alla proposta di far riprendere le esportazioni petrolifere, congelate dal blocco della mezzaluna petrolifera imposto da oltre 8 mesi dalle milizie di Haftar. A questo proposito, la Compagnia Petrolifera Nazionale (NOC) ha denunciato di nuova la chiusura del terminale di Sahara, dopo che il 29 agosto, membri delle Petroleum Facilities Guard (PFG), una delle milizie di Haftar, sono entrati all’interno della struttura violando le precauzioni per la prevenzione del Coronavirus e contagiando diversi operai. Ciononostante, lo scontro in Cirenaica non sembra essere arrivato ai livelli della controparte occidentale, dato che il controllo delle milizie orientali sembra ancora essere centralizzato nelle mani del Maresciallo Haftar.

Legittimità internazionale vs. Legittimità sostanziale

Gli eventi delle ultime due settimane hanno esplicitato l’obsolescenza degli accordi mediati dall’ONU firmati ormai cinque anni fa nella città marocchina di Skhirat, e mostrato la necessità di dover creare un nuovo framework politico dal quale possano emergere dei rapporti di forza chiari fra le parti. L’ultimo sforzo diplomatico si sta attualmente svolgendo proprio in Marocco, dove stanno proseguendo i colloqui intra-libici sotto l’egida delle Nazioni Unite per trovare una base negoziale sulla quale proseguire i lavori a Ginevra.


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Il cessate il fuoco ha dimostrato ulteriormente che la Libia rimane ancora priva di un’autorità ultima in grado di soggiogare tutte le altre. Il baricentro dello spazio politico libico è caratterizzato da una continua fluidità, che rende la stabilizzazione del paese ancora più difficile. Le tensioni all’interno del governo riconosciuto dalle Nazione Unite indicano che la legittimità internazionale di al-Sarraj si scontra con la mancanza di predominio all’interno del contesto libico, frammentato dalla proliferazione di milizie, città stato e legami tribali. L’obbiettivo della diplomazia internazionale è quello di ottenere la stabilità in Libia, ma gli sforzi in tal senso non possono essere legittimati esclusivamente dagli attori internazionali, poiché come si è visto, la legittimità sostanziale all’interno del panorama politico libico è fondamentale. Tutto questo sembra essere stato ammesso dalla Rappresentante Speciale UNSMIL Williams che ha avvertito come “tutti questi elementi stanno producendo un terreno fertile per il disordine sociale in tutto il paese e confermano ancora una volta che lo status-quo è semplicemente insostenibile”. 

Thomas Bastianelli

Geopolitica.info