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TematicheEuropaMeno gas russo in Europa. E ora?

Meno gas russo in Europa. E ora?

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L’Europa sta affrontando la prima crisi globale dell’energia. Un periodo iniziato con l’invasione dell’Ucraina nel febbraio 2022 e che si protrae ancora oggi. Questo periodo ci ha ricordato quanto sia fragile l’attuale sistema energetico europeo e quanto sia rischioso dipendere quasi esclusivamente da un solo Paese importatore di gas, la Russia

Con riferimento all’analisi di dati, nel terzo trimestre del 2023, l’Europa era ancora dipendente dal gas russo allo stato gassoso per il 16% e dipendente dal gas naturale liquefatto per l’8,8%. Sicuramente si è fatto molto per ridurre la dipendenza dal singolo importatore. Se consideriamo il 2020 si importava il 41% di gas dalla Russia, il 27% dall’Algeria e il 9% dall’Azerbaijan.

Immagine che contiene testo, schermata, cerchio, diagramma

Descrizione generata automaticamente

EU imports of energy products by partners in Q3 2023 Fonte Eurostat

Analizzando il grafico possiamo notare come la Norvegia sia diventato il maggior esportatore di gas in Europa, mentre per quanto riguarda il gas liquefatto, gli Stati Uniti primeggiano. Interessanti sono anche i dati di Eurostat e di Statista, che mostrano una crescita del GNL russo negli anni; prendendo in considerazione la serie storica dal 2020 – 2023 si registra una crescita da 15 miliardi di metri cubi di GNL russo importati in Europa nel 2020, a quasi 18 miliardi di metri cubi di GNL russo importati nel  2023. 

A graph of the number of years

Description automatically generated with medium confidence

Export di gnl russo in Europa 2020 – 2023 in bcm. Fonte: elaborazione propria dai dati Statista ed Eurostat

Secondo i dati del MISE, a livello italiano, nel 2021, si importava GNL al 13%; mentre nel primo trimestre del 2023, la Russia esportava in Italia gas allo stato liquefatto al 2,8%, il Qatar il 39,2%, l’Algeria l’8,3% e l’Egitto il 4%.

Il ruolo della Commissione europea

La Commissione europea ha esortato gli Stati membri a superare l’attuale crisi energetica, investendo in progetti di interesse comune per aumentare la capacità di rigassificazione; il Consiglio europeo stima che la capacità di importazione di GNL in Europa è aumentata di 40 miliardi di metri cubi nel 2023 e si prevede che nel 2024 saranno disponibili altri 30 miliardi di metri cubi. Questi tipi di investimenti hanno lo scopo di far fronte agli elevati costi del gas nel breve periodo, ma nel lungo periodo la transizione ecologica che la Commissione impone è più ambiziosa. Il Green Deal europeo, presentato l’11 dicembre 2019, consiste nella transizione ecologica, definita come il processo di trasformazione verso una società e un’economia ecosostenibili, caratterizzate dall’obiettivo di raggiungere un bilancio netto di emissioni di gas a effetto serra pari a zero. Questo processo si fonda sulla transizione energetica, la quale mira a una riduzione del 55% delle emissioni di gas serra entro il 2030. L’aspetto internazionale del Green Deal ha rappresentato un elemento cruciale sin dalle sue fasi iniziali; sebbene inizialmente focalizzato sulla cooperazione economica e sul multilateralismo, in seguito all’invasione russa dell’Ucraina, ha acquisito una marcata dimensione di sicurezza. La guerra ha rallentato gli obiettivi della Commissione, che vede il gas come elemento di transizione in attesa di avere abbastanza infrastrutture in grado di produrre energia rinnovabile. Questi obiettivi verranno raggiunti attraverso un intervento pubblico nell’economia, a livello non solo europeo ma globale.

Nuovi accordi energetici

Le fonti di energia su cui l’UE intende investire sono l’eolico, il fotovoltaico, il geotermico, le biomasse, il biogas e l’idrogeno. In questa direzione, un report del MISE, in collaborazione con la Commissione, parla di un co-investimento per un nuovo gasdotto, denominato Eastmed Poseidon. Esso collegherà i giacimenti israeliani con quelli italiani. La particolarità di questo gasdotto, progettato in una partnership tra Edison e la compagnia energetica greca Depa, è quello di poter trasportare il mix energetico di gas e idrogeno. Nell’area presa in considerazione, Israele e Egitto aspirano a cooperare per diventare affidabili fornitori di gas dell’Europa, mentre la Turchia sta spingendo per diventare un hub energetico mondiale. Quest’ultima è zona di passaggio dei principali gasdotti diretti in Europa come Tap- Tanap (Azerbaijan – Italia) e dei gasdotti provenienti dalla Russia. Essere un hub energetico preclude il fatto di influire sui prezzi del gas e di essere il punto di riferimento per lo smistamento delle fonti fossili. Anche l’Italia sta spingendo per diventare un hub energetico. Una sfida che porta avanti dal 1990, quando voleva sfruttare i giacimenti in Algeria, e acquistare gas in grandi quantità, per immagazzinarlo in Italia. Un piano interrotto dall’intensificarsi delle primavere arabe, e che ha quindi spostato l’attenzione verso gli economici approvvigionamenti russi. Ora si ritorna a parlare del tema con il piano Mattei, proposto dal governo Meloni in collaborazione con Eni, che vede una rinnovata partnership con l’Africa. Alcuni studiosi direbbero però che sia troppo tardi; Europa e Stati Uniti non sono riusciti a riconoscere la natura dinamica della storia dell’Africa e hanno percepito la situazione nel continente come un caos irrimediabile, da cui conveniva ritirarsi. Altre potenze come la Cina, la Russia, e i Paesi arabi, hanno colto la crescita dell’importanza geopolitica dell’Africa nel XXI secolo e stanno cercando di riposizionarsi nel continente. 

Strategie europee

Occorre quindi rinnovare il rapporto tra Occidente e i Paesi africani, investendo in infrastrutture già presenti e creandone di nuove. Attualmente arrivano in Sicilia due gasdotti dal Maghreb: il cosiddetto Green Stream dalla Libia e il Transmed dall’Algeria. Proprio su quest’ultimo Paese, l’attuale governo sta spingendo per accelerare nuovi accordi di cooperazione energetica e aumentare le forniture. La situazione geopolitica mondiale dà una boccata d’ossigeno al bel Paese. L’appoggio del governo spagnolo alla causa marocchina nel Sahara dell’ovest ha rotto i rapporti con l’Algeria, che ha quindi chiuso i rubinetti del gas diretto in Spagna. Per questo motivo i 3 miliardi di metri cubi di gas che prima fluivano in Spagna, ora sono diretti in Italia. Il paradosso è che, a causa di queste tensioni, il Paese iberico, che non ha mai avuto rapporti con la Russia dal punto di vista energetico prima della guerra in Ucraina, sta comprando GNL proprio dalla Federazione Russa per far fronte alla carenza dal fronte africano. L’estate del 2023 è stato un periodo intenso di discussioni in Parlamento europeo a Bruxelles, dove ci si interrogava su quanto fosse affidabile aumentare le esportazioni dal Qatar. Un Paese che attualmente ha rapporti con entrambi Israele e Hamas. La strategia europea è la seguente: si è scelto di non prendere in considerazione le avances turche e concentrarsi su altri fornitori come il già citato Israele e il Medio Oriente. L’intensificarsi del conflitto Israelo-palestinese ha rallentato ulteriormente i piani europei. Gli attacchi che gli Houthi stanno conducendo contro le navi che passano per il canale di Suez hanno rallentato i commerci mondiali e cambiato le rotte di navigazione. Attualmente una nave della Qatar Energy, che non si fida di passare per lo stretto di Bab el Mandab, deve obbligatoriamente circumnavigare l’Africa e passare per il Capo di Buona Speranza, allungando il viaggio di almeno 15 giorni. 

Dal punto di vista africano, l’economia algerina è orientata verso una fase di ripresa e consolidamento, che avrà anche ripercussioni positive sulla stabilità politica interna, sebbene in presenza di criticità strutturali legate a risorse limitate. Questo a fronte di un investimento, che Sonatrach ha già avviato di 39$ miliardi, nel settore degli idrocarburi entro il 2026, ma che non è certo che riesca a rispettare. La Commissione europea, oltre a destinare ingenti risorse finanziarie, sta siglando accordi con il settore privato, principalmente aziende in settori come le batterie e i semiconduttori. Nella prospettiva della sicurezza energetica, si rende necessario effettuare investimenti volti alla diversificazione delle fonti e dei fornitori energetici, nonché alla costituzione di riserve strategiche, processi che presuppongono la costruzione di infrastrutture dedicate. Purtroppo, Paesi fortemente dipendenti dall’importazione di fonti fossili, quali la Germania e l’Italia, non sembrano attualmente orientati a perseguire tali obiettivi con determinazione. Anche a Berlino, dove i Verdi rappresentano il partner maggioritario nel governo, la sicurezza assume una priorità rispetto alla transizione energetica. Questa configurazione suggerisce una complessità nelle politiche energetiche nazionali, dove la necessità di garantire l’approvvigionamento energetico a breve termine può talvolta prevalere o rallentare gli sforzi verso fonti energetiche rinnovabili e meno inquinanti.

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