Mediterraneo orientale, Libia e le mosse di Ankara. Intervista a F. Saini Fasanotti

Nelle ultime settimane le tensioni tra la Grecia e la Turchia hanno rimesso al centro la delicata questione del mediterraneo orientale. Tensioni che sono finite nei corridoi delle istituzioni europee dove Atene ha richiesto una riunione d’emergenza dei ministri degli esteri dell’Unione Europea. Per avere un quadro completo della situazione Faro Atlantico ha contattato la Dott.ssa Federica Saini Fasanotti, Nonresident Senior Fellow di Brookings Institution e Senior Associate Research Fellow di ISPI 

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Dott.ssa Fasanotti la ringraziamo per il suo tempo. Dopo la Libia la Turchia sta contribuendo ad intensificare le tensioni nel Mediterraneo orientale e nella zona del Mar Egeo. Quali sono le intenzioni di Ankara? 

Le intenzioni di Ankara sono molteplici. E sono dettate principalmente da ragioni di consenso interno. Ciò che Erdogan sta tentando di fare è legato sia a ragioni economiche, sia a ragioni di politica estera. La Turchia ha bisogno dell’accesso ai nuovi giacimenti di gas nel Mediterraneo e non essendo stata chamata a far parte del Forum del Gas del Mediterraneo Orientale, si è imposta con aggressività attraverso il Memorandum d’Intesa firmato nel novembre 2019 con il governo libico di Fayez al-Serraj, spiazzando il suo antagonista cirenaico, impersonato dal maresciallo di campo Khalifa Haftar. In risposta al Memorandum, è di pochi giorni fa l’accordo greco-egiziano, firmato per delimitare sempre quelle zone economiche esclusive (ZEE) del Mediterraneo. Quest’ultimo agreement va visto proprio come una secca risposta alle mire turche da parte di due paesi profondamente inseriti nel bacino mediterraneo. Ankara ovviamente ha immediatamente definito quell’accordo – basato sul diritto internazionale – nullo e vuoto. E qui ci leghiamo al secondo punto, quello della politica estera. Un successo in questo senso, legato anche ad una possibile risoluzione del conflitto libico grazie all’intervento turco, porterebbe ad Ankara quell’allure persa da decenni e che per Erdogan risulterebbe fondamentale nell’ottica di un ricompattamento nazionale.

L’intervento turco quanto ha cambiato gli equilibri nel conflitto libico?

Tantissimo. Ha completamente rovesciato il posizionamento degli attori locali sul campo. L’appoggio di Ankara a Tripoli è stato immediato, attraverso tecnologie ed armamenti militari, ma solo dopo la firma del Memorandum d’Intesa esso ha iniziato a divenire più sostanzioso, attraverso consulenti strategici, advisors dell’esercito regolare turco e soprattutto mercenari siriani che, nel giro di poche settimane, sono stati in grado di ribaltare la situazione, respingendo le forze di Haftar e riconquistando basi strategicamente fondamentali sul territorio.

Viste le recenti azioni turche in Libia, la proiezione mediterranea di Ankara sta allarmando alcuni paesi, in primis la Grecia, membro della NATO. Cosa comporterebbe, in seno all’Alleanza Atlantica, la permanenza delle tensioni tra Ankara e i suoi alleati? 

Ovviamente nulla di buono. Anche perché le frizioni all’interno dell’alleanza NATO non riguardano solo la Grecia, ma anche e soprattutto la Francia che non ha la minima intenzione di avallare le pretese turche né nel Mediterraneo orientale, né in Libia dove la Francia ha sempre fatto il doppio gioco, sostenendo ufficialmente UNSMIL, ma appoggiando praticamente Haftar e sostenendolo con azioni diplomatiche di ogni tipo. Il confronto quindi è molteplice e assai complesso. Non è un caso, a mio giudizio, che Macron si sia recato immediatamente in Libano, dopo la drammatica esplosione del porto di Beirut. Il messaggio non era solo indirizzato ai libanesi, ma soprattutto agli europei e ai turchi. La Francia c’è e guai a chi le mette i bastoni fra le ruote…facilitata anche da comuni interessi con egiziani e greci, per tornare al discorso di prima. In tutto questo gli USA al momento stanno a guardare, ma sono certa non permetteranno un crescendo delle tensioni all’interno dell’alleanza atlantica, soprattutto in questo momento storico.

Siamo a pochi mesi dalle elezioni USA dove il candidato democratico alla Presidenza  Joe Biden sfiderà l’attuale inquilino della Casa Bianca Donald Trump. Nei giorni scorsi è uscito il video di una intervista fatta a dicembre in cui il candidato dei Dem ha definito “autocrate” il presidente Turco. Si prospetta un raffreddamento delle relazioni tra Washington e Ankara?

Assolutamente. Biden non è disposto a proseguire nella politica filo-autocratica seguita da Trump. In questo senso l’aspirante presidente è un assoluto democratico e si comporterà di conseguenza. Alcuni file verranno completamente rivisti.


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Per concludere, quali saranno le prossime mosse di Ankara nel Mediterraneo e in Libia; quale ruolo si prospetta per l’Italia e il futuro della Turchia nell’Alleanza Atlantica ? 

Difficile a dirsi, ci vorrebbe la sfera di cristallo per dare una risposta precisa. Certamente Ankara metterà alla prova gli alleati NATO, testandone la capacità di sopportazione. Molto dipenderà anche dagli Stati Uniti. Un conflitto armato appare al momento improbabile – perché profondamente dannoso a tutti – quindi vedo varie prove di forza diplomatiche e anche militari, ma niente di più. In Libia certamente la Turchia è intenzionata a restare: non se ne andrà, a discapito ovviamente dell’Italia che ha dimostrato coi fatti quanto conta nello scacchiere mediterraneo. La storia giudica i propri uomini non attraverso le parole, spesso scritte da altri, ma sempre e solo attraverso i fatti. E quelli italiani sono pochi e di semplice lettura.