Mediterraneo e Libia: il fallimento delle politiche migratorie europee

Nella fascia mediterranea che divide l’Italia dalla Libia il concetto di frontiera perde alcune delle sue caratteristiche principali. Non è più un luogo lineare e statico, ma assume un carattere liquido e in continuo movimento, collegato più ai movimenti delle persone – che tentato di attraversare quei pochi chilometri che separano l’Africa dall’Europa – che ai confini degli Stati. E in questo contesto che le politiche migratorie europee, in generale, e quelle italiane, in particolare, ad oggi non sono state all’altezza dei principi fondamentali che sono alla base della costruzione comunitaria.

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Nelle ultime settimane abbiamo assistito a una serie di eventi che ci riportano alla mente scene già viste qualche anno fa: decine di persone perdono la vita nella acque del Mediterraneo nel loro tentativo di raggiungere quel sogno e quella speranza che si chiama Europa. Molti lasciano paesi come la Libia o la Siria, dove la guerra ormai dura da anni; altri, come nel caso dei tunisini, sono migranti economici.

Questi decessi sembrano però non toccare la sensibilità di parte dei paesi membri dell’Ue. Le deviazioni di responsabilità e tensioni tra gli Stati e le istituzioni europee sono diventate quotidiane. In realtà, l’Ue è in gran parte unita nei suoi sforzi di militarizzazione dei proprio confini e nel trasformare il Vecchio Continente in un ambiente ostile per tutti i migranti in cerca di protezione. A inizio giugno, l’Italia, insieme alla Spagna, Grecia, Cipro e Malta, ha presentato alla Commissione una proposta per una “nuova strategia comune in materia di immigrazione e asilo”. Tali proposte non sono nuove e più volte si è tentato di trovare soluzioni unitarie a livello europeo, ma la resistenza di alcuni Stati, in particolar modo quelli in cui il vento nazionalista è più forte, continua a bloccare qualsiasi tentativo di avvio di un processo di riforma.

Alla fine di marzo 2020 si è conclusa l’operazione marittima dell’Ue Sophia sostituita dalla nuova Irini. Quest’ultima con un mandato completamente diverso dalla precedente.

Sophia, avviata nel 2015 con l’obiettivo di contrastare il traffico di migranti nell’acquee del Mediterraneo, ha visto il suo mandato esteso nel corso del tempo anche all’addestramento della Guardia costiera libica e all’applicazione dell’embargo imposto dalle Nazioni Unite nei confronti della Libia. L’operazione europea ha svolto anche attività di ricerca e soccorso salvando migliaia di persone dal 2015 alla fine del 2019.

La nuova operazione, invece, è incaricata di far rispettare l’embargo sulle armi in Libia: annunciato in seguito alla Conferenza di Berlino e vista come possibile soluzione ai continui interventi da parte di attori stranieri nel paese nordafricano. E’ stato quindi deciso di ridistribuire le risorse navali dell’Unione nel Mediterraneo, questa volta con lo scopo di intercettare armi e materiale bellico, nonostante la certezza che gran parte dei rifornimenti avvenga via terra e via aerea, in particolar modo nel caso del supporto fornito all’Esercito nazionale libico del feldmaresciallo Khalifa Haftar.

Irini ha anche altri compiti secondari, come il contrasto alle esportazioni illecite di petrolio dalla Libia, supportare la Guardia costiera libica e contrastare il traffico di essere umani. Quest’ultima attività svolta esclusivamente attraverso il pattugliamento effettuato con mezzi aerei. Non viene fatto nessun riferimento alle attività di ricerca e soccorso in mare tra i compiti svolti dall’operazione.

L’esternalizzazione dei confini ha portato alla detenzione della maggior parte dei migranti prima ancor di poter raggiungere il Mediterraneo. Le attività degli attori umanitari e delle ong hanno avuto sempre meno spazio e sono diventate parte di quel problema da risolvere. In passato i politici hanno più volte citato la teoria del pull factor, secondo cui la presenza di soccorritori nel Mediterraneo incoraggia i migranti a compiere il viaggio da una sponda all’altra; teoria smentita negli ultimi mesi in cui, a causa dell’emergenza sanitaria, le navi delle ong non potevano lasciare i porti e, nonostante ciò, i migranti continuavano a partire. Infine, la paura di una narrativa che vede i flussi migratori raggiungere dati fuori controllo ha contribuito a dare linfa vitale a chi sostiene politiche più severe sul tema.

Nel mezzo della pandemia di coronavirus, alcuni paesi europei hanno iniziato ad attuare una nuova strategia per respingere i migranti o quantomeno frenarne l’arrivo e cioè dichiararsi “luoghi non sicuri”. Lo scorso aprile sia l’Italia che Malta hanno annunciato che i loro porti non potevano essere considerati sicuri a causa dell’emergenza sanitaria. Di conseguenza centinaia di migranti sono stati bloccati in mare nelle ultime settimane, a metà strada tra la Libia dilaniata dal conflitto interno e l’Europa.

Numerose relazioni di organismi internazionali, organizzazioni non governative e autorità nazionali hanno descritto le terribili condizioni dei centri di detenzione e le violazioni dei diritti umani e gli abusi commessi dalle autorità statali, contrabbandieri, trafficanti e gruppi armati nei confronti dei migranti durante la loro permanenza in Libia.

Nonostante tutte queste denunce, il rifinanziamento dei fondi per l’addestramento e il supporto alla Guardia costiera di Tripoli ha, secondo il Governo italiano, l’obiettivo di “fronteggiare il fenomeno dell’immigrazione clandestina e della tratta di essere umani”. Una cooperazione, quella italo-libica, in materia di immigrazione che si basa sull’ampio Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione del 2008 e del nuovo ciclo che ha preso vita nel febbraio del 2017 quando è stato firmato il Memorandum d’intesa (Mou) tra Roma e Tripoli. Il Mou – e la Dichiarazione di Malta sempre del 2017 – ha consolidato la posizione europea sulla questione della cooperazione con i Paesi africani, dando priorità alla strategia di supporto al personale libico sotto forma di formazione del personale, fornitura di mezzi e materiale e assistenza strategica.

Uno dei temi più discutibili della questione libica è la trasparenza e la mancanza di monitoraggio dei fondi versati nelle casse libiche. Secondo molte inchieste, questi sono finiti nelle tasche dei trafficanti e delle milizie, coloro che sono in parte causa dell’instabilità che regna nel Paese dal 2011. Dal 2017 l’Italia ha versato in Libia oltre 700 milioni di euro. Per l’addestramento alla Guardia costiera libica, i fondi sono passati dai 3,6 milioni del 2017 ai 10 milioni dell’anno in corso.

Il conflitto armato in Libia rende praticamente impossibile reperire informazioni precise circa la gestione dei centri di detenzione, nonostante la presenza di ong italiane incaricate di monitorare il rispetto minimo dei diritti umani. I centri, gestiti dal Dipartimento per la lotta all’immigrazione illegale del Ministero dell’Interno libico, sono infiltrati da organizzazioni criminali, trafficanti e gruppi armati, che sfruttano i migranti per ricavarne profitto. Il business include anche l’ormai famosa Guardia costiera libica: una volta intercettati in alto mare, i migranti vengono trasferiti immediatamente nei centri di detenzione ufficiali e non. Nell’ultimo periodo sembra stia emergendo sempre più la prassi di dirottare i migranti in centri non ufficiali – gestiti da criminali – così da creare un sistema da cui i migranti non riescono ad uscirne fuori.

L’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati ha più volte esortato gli Stati ad “astenersi dal respingere in Libia tutti i cittadini di paesi terzi intercettati o salvati in mare e garantire a coloro che hanno bisogno di protezione internazionale di poter accedere alle procedure corrette”.

Sembra abbastanza chiara la mancanza di forza da parte europea, sia a livello comunitario che di singolo Paese. Irini ha manifestato una seria difficoltà nel raggiungere il suo obiettivo principale. Da una parte, il Governo di Tripoli taccia l’operazione europea come “di parte”, perché in Libia continuano ad arrivare armi via terra e via cielo ad Haftar. Dall’altra, la Turchia continua a rifornire Tripoli di materiale bellico nonostante la presenza europea nell’area.


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Anche in questo caso le scelte di Bruxelles sembrano essere dettate solo dall’emergenza più che da una strategia ragionata e di lungo periodo. L’azione europea è poco decisa e troppo condizionata dalle divisione interne alla stessa comunità, e questo permette ingerenze esterne che fanno sì che l’Europa e i suoi membri abbiano sempre meno peso nelle scelte che riguardano un’area fondamentale com’è quella del Mediterraneo. Inoltre, fintanto che l’Ue e i paesi membri non si dimostreranno disposti a cambiare radicalmente le proprio politiche migratorie, gestendo in maniera lungimirante la crisi dei rifugiati, i diritti umani continueranno ad essere calpestati.