Medio Oriente: l’incontro-scontro delle potenze globali e regionali nella polveriera del XXI secolo

In questi ultimi giorni la cronaca internazionale è stata occupata in gran parte dalle notizie provenienti dalla città di Kobane, località ubicata in prossimità del confine tra Siria e Turchia e da settimane cinta d’assedio dalle milizie del cosiddetto “Califfato” del famigerato Al-Baghdadi. Le truppe curde che difendono disperatamente quest’ultimo lembo di terra, posto a ridosso del confine turco, a stento riescono a contenere l’irruenza delle milizie islamiche dell’ISIS e solo i raid aerei della coalizione internazionale guidata dagli USA appaiono in grado di calmierare la pressione militare esercitata dagli jihadisti dello Stato Islamico sugli ormai esausti difensori di questa novella “Alamo” curda. A contorno di tale scenario, le difficoltà politico-militari poste di fronte all’eterogenea ed ambigua coalizione internazionale, messa insieme da Washington in maniera, per la verità, abbastanza raccogliticcia con il mero scopo di combattere il “Califfo” e i suoi accoliti, si stanno presentando in tutta la loro drammaticità, contraddittorietà ed estrema complessità.

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Obama e le tentazioni dell’hard power

La posizione personale del presidente USA Obama in tema di conflitti internazionali e crisi geopolitiche è ormai abbastanza nota e connotata da un consolidato isolazionismo e da un sostanziale non interventismo. Nel momento in cui l’ISIS ha intrapreso, solo pochi mesi or sono, la sua sfavillante “anabasi” attraverso l’Iraq che ha portato le truppe del sedicente “Califfato” sia a sbaragliare l’esercito iracheno che a minacciare la stessa Baghdad, la reazione della Casa Bianca è apparsa fin da subito abbastanza confusa e titubante, da un lato mostrando la consueta riluttanza a farsi coinvolgere direttamente in un nuovo conflitto mediorientale, dall’altro prestando il fianco alla crescente pressione dei “falchi americani” e di una sempre più preoccupata comunità internazionale, concretizzatasi con la richiesta corale di un intervento militare in seno ad uno scenario permeato da tensioni sempre più esplosive e destabilizzanti per la pace mondiale e l’ordine geopolitico precostituito, sorto dalle ceneri del primo conflitto mondiale.

Dopo un pericoloso ed altrettanto   allarmante dibattito interno all’amministrazione USA sull’eventualità di scaricare l’alleanza con i Paesi del Golfo e conseguentemente abbracciare un nuovo corso con l’assai astuto Iran sciita, gli Stati Uniti hanno più saggiamente deliberato di impegnarsi direttamente nella creazione in Iraq di un governo di unità nazionale attraverso il quale creare le condizioni politiche per un eventuale intervento militare che comprendesse la componente sunnita del Paese come parte integrante della controffensiva irachena contro l’ISIS. Se questa presa di posizione ha da un lato temporaneamente rassicurato gli alleati mediorientali ed europei sulla collocazione geopolitica di Washington nella regione, dall’altro, però, non ha saputo rispondere con la necessaria rapidità alla crescente minaccia rappresentata dalla barbarie dietro la quale si nascondo le ambizioni geopolitiche del mostro creato da Al-Baghdadi e, indirettamente, di altri soggetti internazionali.

Origini e finalità dell’ISIS sono tutt’ora oggetto di acceso dibattito, ciononostante ciò che si può affermare con sufficiente certezza è che l’ISIS, nonostante venga quotata sul mercato della jihad globale come una forza ostile al regime di Assad e, più in generale, al mondo sciita, nei fatti non abbia disdegnato di entrare in affari con qualunque soggetto locale ed internazionale pur di soddisfare il proprio interesse particolare. E’ in tal senso noto che l’ISIS, entità connotata da spiccate caratteristiche tribali e con affinità antropologiche con il crogiolo di umanità rappresentato storicamente dal nomadismo euroasiatico, si è atteggiato per lungo tempo come una sorta di “federato” del regime di Assad, il quale, in cambio di petrolio e territorio da vessare e depredare, ha concesso ai suoi presunti nemici la facoltà di diventare padroni indiscussi di vaste aree della Siria, ottenendo nel contempo in cambio il sostegno non ufficiale dell’ISIS contro le truppe dell’opposizione moderata siriana. Non è ancora chiaro se questo sodalizio si sia concluso o meno, quello che appare abbastanza evidente è che il “barbaro” Al-Baghdadi, una volta conquistato e razziato l’Iraq settentrionale con la sua messe di bottino rappresentato in gran parte da denaro, “tasse” (estorsioni) e forniture belliche di fabbricazione americana in dotazione all’esercito iracheno ormai sbandato, abbia rivolto le armi contro i suoi ex-benefattori siriani, limitandosi, tuttavia, a consolidare alcune posizioni ai danni delle truppe di Assad attorno alla capitale morale del “Califfato”, la città di Raqqa, e ad altri siti di interesse strategico.

Rimane in tal senso sorprendente che l’ISIS, una volta incamerate armi e munizioni di altissimo livello conquistate in Iraq, non abbia puntato diritto verso Damasco, come la logica avrebbe suggerito, così come desti perplessità come Assad e i suoi alleati iraniani, nonostante le stragi di soldati del regime e di civili sciiti perpetuate dall’ISIS, non abbiano spinto l’acceleratore della macchina militare sulla scia della crescente pressione internazionale indirizzatasi contro il sedicente “Califfo”, scegliendo invece di cogliere l’attimo solo per dettare subdole ed astute condizioni all’Occidente in cambio di una loro eventuale collaborazione diretta, sia militare che di intelligence, nella lotta contro l’ISIS, come, ad esempio, la richiesta di un atteggiamento più morbido sulla questione del nucleare iraniano o l’ “abiura” della linea anti-Assad da parte dei governi occidentali che l’hanno finora sostenuta.

Se pertanto il più inumano machiavellismo pare regni ancora sovrano sia a Damasco che a Teheran, diversa è stata la reazione occidentale alle stragi causate dal dilagare delle orde dell’ISIS sulla Mesopotamia. La diplomazia americana, su pressante richiesta dei Paesi del Golfo e dell’Europa, è riuscita, pur tra mille difficoltà ed incertezze, ad individuare nella figura dello sciita Haider al-Abadi l’uomo che avrebbe potuto guidare l’Iraq al di fuori di quel clima di pesante oppressione settaria che il premier Al-Maliki aveva instaurato nel Paese, creando le condizioni per la sorprendente avanzata dell’ISIS, resa possibile in parte proprio grazie al vasto consenso creatosi attorno agli uomini di Al Baghdadi presso le tribù sunnite a lungo esasperate dalle discriminazioni e dalle vessazioni intraprese ai loro danni dal governo centrale sciita. L’individuazione di questa nuova figura politica, apparentemente inclusiva e non divisiva, si è fortunatamente verificata contestualmente all’acuirsi della crisi irachena aggravatasi a causa dei crescenti attacchi e delle inumane stragi che i miliziani dell’ISIS hanno compiuto nei territori posti sotto il loro controllo, principalmente ai danni della popolazione sciita e delle minoranze etnico-religiose, azioni la cui efferatezza ha scatenato la crescente indignazione dell’opinione pubblica mondiale e la pressante richiesta di un intervento umanitario nella regione, ovviamente indirizzatasi in primo luogo nei confronti dell’unica superpotenza rimasta al mondo, gli USA.

Nonostante le resistenze di Al-Maliki che ambiva ad un terzo mandato, l’Iran, suo sponsor principale, ha compreso che, visto il suo ruolo fortemente destabilizzante in seno al contesto politico iracheno ed il conseguente danno di immagine procurato sia a sé stesso che al suo “padrino” politico iraniano, la posizione del premier iracheno uscente risultava del tutto indifendibile sul piano diplomatico e pertanto Teheran si è vista costretta ad accettare, assumendo tuttavia un prestigioso ruolo di primo piano in questo processo,  a mettere da parte il suo uomo, collaborando in tal modo alla creazione di un governo più inclusivo dove però la componente sciita e filo-iraniana rimanesse comunque predominante, se non ulteriormente rafforzata sul piano politico e mediatico, in particolare grazie alle nefandezze che i “sunniti” dell’ISIS stavano compiendo tra Siria ed Iraq. E’ altresì utile notare che l’Iran stesso, nella assoluta complessità dello scenario mediorientale, necessitava e tutt’ora necessita del ruolo militare americano per evitare di ritrovarsi da solo a gestire dinamiche ed “entità nebulose” da esso stesso eventualmente create e/o “incoraggiate”, potenziali “bombe” pronte ad esplodere che alla fine avrebbero potuto addirittura scoppiare in mano allo stesso “apprendista stregone”. In tal senso l’Iran, da qualunque punto di vista si voglia guardare la questione, ha palesemente cercato di manipolare la politica estera americana per fare in modo che gli esiti di un intervento armato a stelle e a strisce producessero risultati utili all’interesse di Teheran e conseguenze dannose nel campo dei propri oppositori.

Provvidenzialmente, quando all’inizio di agosto l’intervento militare americano è risultato ormai improrogabile a causa della situazione disperata in cui versavano, in particolar modo, cristiani, Yazidi e le forze militari curde, il governo di unità nazionale iracheno era ormai pronto a venire alla luce e l’azione bellica degli USA indirizzata contro l’ISIS si è così potuta accompagnare col sostegno, perlomeno formale ed apparente, sia della componente politica sciita che di quella sunnita, evitando di trasformare l’intervento americano in una crociata del mondo sciita contro quello sunnita, soprattutto dato che sarebbe risultata supportata e condotta in maniera imbarazzante e destabilizzante dalla stessa Washington.

ISIS, una strategia incongruente?

Appare certamente curioso il fatto che l’ISIS, dopo essersi proclamato “Califfato” e nonostante avesse l’opportunità di accomodarsi senza generare troppi clamori, con indubbi vantaggi economici, nel cuore del Medio Oriente, abbia fornito  tutte le ragioni, attraverso azioni criminose ed efferate rilanciate dai media di tutto il mondo, per scatenare a tal punto lo sdegno internazionale, nei confronti dei seguaci del “Califfo”, da spingere la titubante amministrazione americana del presidente Obama a tornare in Iraq, dopo averlo abbandonato solo pochi anni prima, per affiancare, fondamentalmente, i curdi e, di fatto, il governo filo-iraniano di Baghdad, tenuto in piedi dalle milizie sciite sostenute da Teheran, in una guerra animata dal unico obiettivo di distruggere l’ISIS stesso.

Come se ciò non bastasse, nonostante l’impegno americano si fosse in primo luogo limitato, oltre che ad azioni umanitarie, a salvare i curdi iracheni da sconfitta certa e a puntellare le posizioni del governo centrale iracheno, l’esecuzione di civili prigionieri americani ed occidentali e la persistente azione offensiva delle truppe del “Califfo” hanno ulteriormente allarmato l’opinione pubblica mondiale in merito al pericolo rappresentato dai miliziani dell’ISIS, costringendo l’amministrazione Obama, incalzata da Paesi del Golfo ed Europa, notevolmente preoccupati per una situazione sempre più ambigua e fuori controllo, ad impegnarsi ulteriormente nella costituzione di una vera e propria coalizione internazionale con lo scopo di colpire l’ISIS non solo in Iraq ma anche nel suo quartier generale siriano, di fatto riaprendo la ferita politico-strategica del mancato intervento aereo contro il regime di Assad risalente a poco più di un anno fa.

Esiste, in effetti, il dichiarato interesse da parte dell’ISIS di trascinare nuovamente i Paesi occidentali in un’altra vasta campagna militare mediorientale la quale, indubbiamente, rappresenterebbe un ottimo strumento di propaganda mediatica sia per incrementare il numero delle reclute potenzialmente aderenti all’ISIS, sia per aumentare il consenso in seno a quella parte del mondo arabo sunnita che guarda con occhio benevolente alle azioni dello jihadismo internazionale. Ciononostante, contrariamente a quella che è stata la politica promossa dall’elitaria Al Qaeda di Osama Bin Laden, i massacri compiuti su larga scala e con metodi barbarici dall’ISIS in nome della religione islamica di stampo sunnita hanno prodotto effetti controproducenti rispetto a quelli che apparentemente dovevano essere i propositi ufficiali di Al-Baghdadi, gettando da un lato grande discredito e disgusto nei confronti del mondo sunnita e dall’altro attirando imprevedibili simpatie, sul campo occidentale, verso l’area sciita che ha avuto gioco facile nel recitare la parte della voce della ragione.

La coalizione dei recalcitranti

La formazione della coalizione internazionale, contrariamente alle aspettative iniziali di alcuni ma in linea con i dubbi dei più scettici, ha rappresentato indubbiamente uno dei punti più controversi della recente iniziativa americana in Medio Oriente. Inizialmente il presidente Obama aveva escluso un immediato intervento diretto in Siria, limitando il raggio di azione dell’aviazione al solo Iraq.

Tuttavia l’uccisione degli ostaggi americani, lo sdegno generale e la sconcertante indecisione obamiana su quale strategia intraprendere al fine di contrastare l’azione dell’ISIS hanno probabilmente riportato l’ago della bilancia a favore della componente interventista dell’amministrazione americana, capitanata dal Pentagono, il quale sembrerebbe aver assunto di fatto il controllo dell’iniziativa politica americana in Medio Oriente nel corso campagna aerea contro il “Califfato”, pur dovendo mediare con la generale riluttanza dell’opinione pubblica americana a schierare truppe sul terreno, posizione ben espressa dalla linea non interventista incarnata dal presidente Obama, il quale tuttavia parrebbe trovarsi nuovamente messo in un angolo come accaduto al tempo dell’intervento libico.

Ciononostante la strategia americana non è rimasta esente dagli effetti politici di sei anni di disimpegno obamiano. Gli strateghi statunitensi hanno in tal senso ritenuto necessaria una partecipazione massiccia di quei Paesi arabi sunniti che spesso vengono accusati a vario titolo di aver creato e finanziato i vari movimenti jihadisti presenti in Siria, tra cui l’ISIS, e ciò sia per isolare gli jihadisti presenti sul suolo siriano dal mondo sunnita di riferimento, sia per evitare di essere accusati di  promuovere una guerra contro il mondo sunnita, sia per non esporre gli Stati Uniti alle critiche di coloro che, come Russia, Cina ed Iran, vorrebbero accusare Washington di orchestrare una nuova guerra imperialista e, cosa forse ancora più importante, sia per evitare di assumere nuovamente la guida di un’azione bellica unilaterale che rischierebbe di trascinare nuovamente gli USA nell’abisso politico-militare e finanziario di una conflitto solitario di dimensioni globali.

Appare tuttavia sconcertante la politica promossa da Washington volta, da un lato, a rispondere alla minaccia dell’ISIS su richiesta della comunità internazionale ed sulla base del ruolo geopolitico espresso da decenni dagli Stati Uniti nell’area, unito alle responsabilità storiche derivanti dall’attacco militare americano del 2003 che indubbiamente ha fortemente contribuito a creare le condizioni per l’attuale situazione di caos in cui versa l’Iraq, dall’altro, tesa a voler esprimere pubblicamente una posizione critica nei confronti dei suoi alleati mediorientali, caricando su questi responsabilità che non trovano completa giustificazione probatoria ma che sicuramente contribuiscono ad aiutare Teheran a nobilitare la propria posizione internazionale senza possedere in realtà nessun particolare merito ma, piuttosto, numerosi demeriti. In tal senso pare farsi strada, anche attraverso ambienti politici americani un tempo meno favorevoli all’Iran, l’idea che i Paesi del Golfo, tutto sommato, siano perlopiù parte del problema mentre l’Iran stia diventando sempre più parte della soluzione, una situazione assolutamente inedita sullo scenario politico statunitense che certamente si lega con il desiderio di disimpegno USA dalle criticità mediorientali e con i lucrosi affari che numerosi soggetti economici anelano di poter intraprendere con un Iran tornato a pieno titolo nel circuito del mercato internazionale.

 

In tale prospettiva si denota uno scadimento preoccupante della capacità di analisi dell’amministrazione americana la quale non solo sembra essersi dimenticata, come se in Ucraina non fosse accaduto nulla, che dietro alle mosse di Teheran e dei suoi alleati si celi l’interesse sempre vigile della Russia di Putin, ma che pure l’Iran stesso abbia finanziato nel tempo e tutt’ora finanzi il terrorismo internazionale, giocando anch’esso su più tavoli la partita per l’egemonia sul Medio Oriente. E’ stata in tal senso emblematica l’azione svolta dal Segretario di Stato Kerry il quale non ha mandato a dire ai Paesi arabi che se la costituzione della coalizione fosse fallita, gli Usa non avrebbero esitato a lasciare campo libero nella partita agli Iraniani, permettendo loro di improvvisarsi quale nuovo cardine stabilizzatore mediorientale. Dal canto loro i Paesi arabi appaiono ben consci che per raggiungere i propri obiettivi in Medio Oriente, non ultimo il rovesciamento del presidente Assad, necessitino comunque delle forze armate americane e pertanto, compreso il ricatto mosso nei loro confronti e valutando ciò che comunque avevano da guadagnare dal mostrarsi dialoganti, hanno accettato di apparire accondiscendenti facendo buon viso  ed attendendo il momento opportuno per fare cattivo gioco, aderendo pertanto a quella componente della coalizione a guida americana, costituita da Bahrein, Giordania, Qatar (restio ad effettuare bombardamenti diretti), Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e dagli stessi Stati Uniti, che si sta facendo carico di bombardare le postazioni dell’ISIS in Siria.

Da questo punto di vista non suscita particolare stupore la posizione di Francia e Regno Unito tendente, allo stato attuale, a non partecipare ai bombardamenti in Siria ma a limitare il proprio raggio di azione in Iraq. La decisione di non affiancare gli USA, almeno per il momento, in Siria da parte dei Paesi europei possiede infatti un significato politico assai rilevante ed indirizzato, sostanzialmente, a rimarcare la differenza di vedute esistente tra Parigi, Londra e Washington sulla crisi siriana. La Francia ha chiaramente espresso i propri dubbi sull’efficacia dei bombardamenti in Siria, i quali potrebbero provocare un rafforzamento del regime di Assad, da sempre osteggiato da Parigi che, fra le altre cose, ha dichiarato di voler aumentare il proprio sostegno all’opposizione siriana. Secondo la Francia, inoltre, il mancato attacco militare americano contro il regime di Assad avrebbe creato le condizioni per il rapido successo dell’ISIS e per l’esplosione dell’attuale crisi mediorientale. Londra, dal canto suo, in un primo momento ha cercato di evitare qualsiasi coinvolgimento militare diretto in Iraq, limitandosi ad azioni di stampo umanitario e di ricognizione, principalmente per ragioni di politica interna legate al referendum sull’indipendenza della Scozia e a possibili contraccolpi elettorali legati ad una nuova avventura militare d’oltremare.

Il governo britannico ha pertanto cercato di prendere tempo plaudendo da un lato alle prime iniziative americane, ma condividendo dall’altro le perplessità degli alleati del Golfo. Superato lo scoglio del referendum scozzese, Cameron, non volendo recitare la parte di colui che dice “no” agli Americani ed intendendo continuare a svolgere il tradizionale ruolo di mediatore ed anello di congiunzione fra le due sponde dell’Atlantico, ha condotto sotto banco una politica di larghe intese con lo scomodo, ma necessario, alleato  di governo Nick Clegg e con l’opposizione laburista di Ed Miliband, il quale, fondamentalmente, avendo già ricoperto un ruolo determinante, nella sua qualità di capo dell’opposizione alla Camera dei Comuni, nella sconfitta parlamentare subita dal governo sulla Siria appena l’anno prima, è diventato il consenziente “capro espiatorio” politico della riluttanza del Primo Ministro a supportare una mozione che richiedesse un sostegno politico, peraltro non necessario da un punto di vista legale, sia per una campagna aerea in Siria che in Iraq.

In realtà, come Cameron ha chiaramente espresso in sede ONU, il governo britannico, continuando a considerare Assad un nemico alla pari dell’ISIS, teme, come la Francia, che l’azione americana, caratterizzata da  obiettivi in parte estranei alla politica anglo-francese e dei Paesi del Golfo volta ad ottenere la caduta del regime di Assad e la creazione di un governo di unità nazionale in Siria, possa in qualche modo ledere la posizione militare dell’opposizione siriana moderata, da questo sostenuta, e avvantaggiare il regime di Assad. Appare in tal senso sempre più evidente come l’iniziale ed ufficiale appoggio politico americano all’opposizione siriana, peraltro assai poco consistente nonché in gran parte relegato ad attività condotte dalla CIA sul territorio senza particolari assistenze “istituzionali”, si stia tutt’ora scontrando, nel contesto delle lotte “settarie” che ormai da anni lacerano il governo americano in merito alle deliberazioni da intraprendere in tema di politica estera, con la posizione di coloro che appaiono pronti già da tempo a scendere a patti con il regime di Assad e a cercare una ricomposizione generale con l’Iran, azione che in certi ambiti non si può affatto escludere che sia già avvenuta dal momento che pare abbastanza certo che gli Americani comunichino indirettamente al governo di Damasco i dettagli logistici dei propri raid aerei sulla Siria. La consapevolezza americana di scontentare in tal modo gli alleati mediorientali ed europei si chiarifica con quelle che sono le posizioni ufficiali di Washington, a parole fondamentalmente non dissimili da quelle dei loro partner, avendo più volte pubblicamente rimarcato l’esclusione di qualunque collaborazione ufficiale sia con l’Iran che con l’alleato di Teheran, Assad.

La stessa promessa americana relativa al rifornimento militare e all’addestramento dell’opposizione moderata siriana in funzione anti-ISIS è tesa a trovare un punto di incontro con la posizione dei Paesi del Golfo i quali hanno molto probabilmente condizionato la propria partecipazione ai raid in Siria ad un impegno americano per un maggior sostegno statunitense ai loro alleati siriani. In realtà i tempi e i numeri inerenti l’addestramento e la consistenza delle forze di opposizione siriana  che dovrebbero beneficiare dei buoni uffici dell’esercito americano fanno ritenere che la promessa elargita da Washington, a mo’ di contentino, possa essere caratterizzata da tempistiche di implementazione fin troppo dilatate per risultare effettivamente realistiche sul campo di battaglia, mentre appare più probabile che gli USA nutrano assai più fiducia nelle milizie curde ed in quelle filo-iraniane supportate da Teheran nonché nella eventuale partecipazione di tribù sunnite che in futuro possano dichiararsi apertamente ostili all’ISIS.

I Paesi del Golfo e la Turchia sono responsabili per la creazione dell’ISIS?

In questo clima di reciproci sospetti e differenti interessi internazionali in gioco, non appare strano che dagli Stati Uniti, a seguito dell’uccisione di ostaggi americani da parte dell’ISIS e di un sostanziale senso di crescente insofferenza nei confronti del ruolo di “poliziotto del mondo” che sembrano intenzionati a voler dismettere progressivamente, sia partita una campagna stampa, ripresa dai maggiori mezzi di informazione internazionali, contro i Paesi del Golfo, Qatar e Kuwait in primis, e Turchia tesa ad attribuire la paternità del gruppo islamico ISIS a sconsiderate manovre geopolitiche di questi attori internazionali, intenzionati, secondo quanto riportato dalla stampa, a giocare il tutto per tutto nella loro lotta all’ultimo sangue contro l’Iran sciita.

E’ indubbiamente vero che sia in corso una lotta senza esclusione di colpi tra Sciiti e Sunniti, recentemente riesplosa nel 2011 a seguito del caos politico causato dalle primavere arabe e dal contestuale disimpegno americano dalla regione. Tuttavia, in merito alla vicenda dell’ISIS, per quanto inizialmente possano esserci state delle “simpatie” per questo neo-costituito e promettente gruppo di miliziani, è assai difficile ritenere che i Paesi del Golfo ed Ankara finanziassero deliberatamente l’organizzazione nel momento in cui l’ISIS stesso era entrato in rapporti d’affari con Assad e combatteva contro i clienti delle monarchie del Golfo Persico e della Turchia sul campo di battaglia siriano. Da questo punto di vista occorrerebbe fare un’opera di chiarezza. E’ noto che nel mondo arabo esista un non irrilevante consenso nei confronti dell’integralismo islamico, un consenso che ha portato numerosi finanziatori privati ad elargire abbondanti somme di denaro a favore di organizzazioni di carattere terroristico affiliate a reti costituite da finte associazioni caritatevoli di copertura che supportano la jihad internazionale con uomini ed abbondanti mezzi economici.

Tutto ciò rappresenta indubbiamente un grave problema di politica interna per i Paesi del Golfo, criticità che, per quanto necessiti di essere affrontata e risolta, risulta indubbiamente di difficile soluzione dato che è caratterizzata da problematiche sociali con cui il mondo arabo fa i conti ormai da lunghissimo tempo. E’ altresì scandaloso che il Qatar continui a finanziare e ad armare gruppi che orbitano attorno al mondo dell’integralismo islamico e della Fratellanza Musulmana in Libia e che combattono contro il legittimo governo libico sorto all’indomani della deposizione del colonnello Gheddafi, atto voluto e supportato dallo stesso Qatar in collaborazione con le monarchie del Golfo ed alcuni Paesi europei, accrescendo la destabilizzazione del Paese a tal punto che Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti ed Egitto si sono visti costretti ad ingaggiare l’ex-generale libico Haftar, un tempo vicino alla CIA, al fine di costituire un contraltare militare alle ambizioni smodate di Doha sul piano internazionale tese a minare il primato politico e morale saudita in seno al mondo sunnita.

Ciò detto è noto che la Turchia ed il Qatar hanno tentato e, parzialmente, sono riusciti a portare dal proprio lato della barricata il gruppo legato ad Al-Qaeda di Al-Nusra, moderandone, talvolta, le aspirazioni e i modi, il quale, come noto, inizialmente aveva anch’esso tentato un abboccamento con il regime di Assad e poi, successivamente, aveva rivolto le proprie armi contro la stessa ISIS. Ciò che quindi può essere accaduto è che Qatar, Turchia e Kuwait abbiano tentato di “comprare” l’ISIS, così come fatto con Al-Nusra, utilizzando finanziatori indiretti, obiettivo che tuttavia non sembrerebbe in alcun modo essere stato raggiunto anche a fronte degli evidenti maggiori benefici economici che Assad ha garantito per lungo tempo all’ISIS attraverso lo sfruttamento delle risorse petrolifere poste sotto il controllo del gruppo di Al-Baghdadi. Da questo punto di vista i vari finanziatori privati del Golfo dovrebbero porsi dei seri interrogativi sul fatto che le proprie elargizioni finiscano a gruppi che non hanno disdegnato di fare accordi con il regime di Damasco.

Dal canto suo la Turchia, altro importante attore regionale impegnato nella lotta contro il regime di Assad, essendo diventata la principale frontiera di transito dei combattenti diretti in Siria indirizzati verso le fila dell’opposizione moderata e delle milizie jihadiste, ha indubbiamente compreso che se avesse chiuso la frontiera a tutti  i volontari sunniti ed ai relativi rifornimenti, l’opposizione siriana moderata sarebbe risultata certamente sconfitta e che, d’altro canto, compiendo un mero calcolo strategico, l’ISIS rappresentasse una non irrilevante incognita nel precario equilibrio del intricatissimo puzzle militare siriano, equilibrio che, in mancanza di un determinate aiuto esterno a sostegno delle forze anti-Assad, come il possibile e fallito intervento occidentale contro il regime di Damasco, forse è sembrato più opportuno, dal proprio punto di vista, non incrinare, lasciando che Assad e l’ISIS continuassero a coltivare il loro rapporto di “amore ed odio” che se da un lato ha rappresentato un danno per l’opposizione siriana moderata, dall’altro ha comunque prodotto una relativa minore pressione militare di Assad sull’opposizione stessa. Se queste tattiche intrise di assoluta spregiudicatezza certamente possono essere foriere di dubbi rispetto alla moralità di certi attori internazionali che gravitano attorno alla crisi siriana, tuttavia occorrerebbe altresì considerare che mentre il Medio Oriente e l’Europa si “arrangiavano” nel turbine delle rivoluzioni arabe, gli Americani, i quali oggi si scoprono scandalizzati e riluttanti a venire in soccorso di una situazione in parte sfuggita di mano sia a Sciiti che a Sunniti, erano ben consapevoli di quello che stava accadendo visto che la CIA era ben presente sui luoghi nei quali l’Islam combatteva le sue battaglie e non hanno fatto nulla per porvi rimedio.

La posizione turca

L’iniziativa americana di costituire una fumosa alleanza internazionale volta a contrastare le barbariche mire dell’ISIS è purtroppo connotata da numerosi elementi deficitari. Innanzitutto i disaccordi interni all’amministrazione americana rispetto al ruolo internazionale degli Stati Uniti hanno prodotto una soluzione di compromesso che, agli occhi degli alleati, appare sia contraddittoria che mancante di una chiara visione politica di lungo termine, se non addirittura lesiva di determinati interessi specifici nella regione. Nei fatti, invece di costituire un’azione coordinata e connotata da un piano strategico di ampio respiro, gli Stati Uniti hanno orchestrato un’azione nella quale i vari attori internazionali hanno assunto il ruolo che più aggrada loro o che, perlomeno, come nel caso dei Paesi del Golfo, appare meno sconveniente.

Da parte loro gli USA appaiono ancora propensi a non abbandonare i tradizionali alleati del Golfo ma nello stesso tempo la loro posizione contraddittoria nei confronti dell’Iran, che spiace sia alle monarchie arabe che ad Israele, non chiarifica in alcun modo quale possa essere il contributo positivo che l’amministrazione americana possa portare in futuro alla stabilizzazione del Medio Oriente. Si ha in tal senso l’impressione che il Pentagono, dopo aver recentemente riaccompagnato Obama al campo da golf, si sia semplicemente preso la briga di bombardare le postazioni dell’ISIS e gruppi similari non avendo la minima idea di dove tutto ciò possa effettivamente condurre, salvo forse dare il via ad un accordo assai diluito con l’Iran sulla questione nucleare che, secondo alcuni, appare quanto mai imminente. Da questo punto di vista l’insofferenza turca per la politica scazonte degli Stati Uniti, esplicitata dal presidente Erdogan, si è fatta recentemente sentire proprio nel corso della tragedia in atto a Kobane.

La Turchia, inizialmente ostile all’idea di partecipare ai raid aerei a guida americana, ha ora accettato, vista la presenza attiva dei Paesi arabi, di prendere in considerazione la possibilità di un suo coinvolgimento armato nella regione. Tuttavia Ankara in primo luogo intende supportare le proprie finalità geostrategiche ed ha chiaramente espresso agli Stati Uniti che la propria eventuale partecipazione militare non possa prescindere da un chiaro impegno americano volto a contrastare il regime di Assad in Siria introducendo, fra le altre cose, una zona cuscinetto di non volo, sostenuta dalla Francia e non esclusa dal Regno Unito ma ancora non presa in considerazione dalla Casa Bianca, chiaramente volta a contrastare l’aviazione ancora in possesso del regime. Ovviamente l’atteggiamento turco nei confronti dei curdi è chiaramente di aperta ostilità, sia in considerazione della lunga guerra civile che la Turchia ha conosciuto negli anni passati in seno a zone abitate prevalentemente dall’etnia curda, la quale reclama da lungo tempo l’indipendenza, sia per la storica contrapposizione in essere tra curdi e sunniti siriani, sia per il ruolo non sempre chiaro che i curdi stessi hanno avuto nei confronti del regime siriano e di altri attori regionali (e non) considerati di volta in volta potenzialmente ostili ad Ankara e alle sue mai sopite aspirazioni “neo-ottomane”.

A complicare le cose, tuttavia, occorre ricordare che la Turchia, per quanto intenda avere ragione del regime di Assad, aneli altresì a riallacciare importanti legami economici con il vicino persiano e addirittura il Qatar non disdegnerebbe relazioni di convenienza con Teheran, come pare sia avvenuto o si sia simulato che fosse avvenuto durante i “recenti screzi” occorsi con alcuni Paesi del Golfo, se questo potesse essere utile nella sua assai poco comprensibile lotta contro l’ingombrante ed onnipervasivo vicino saudita. E’ altresì risaputo che Qatar, Turchia ed Iran trovino in scenari geopolitici come la Striscia di Gaza comuni punti di convergenza (e da questo punto di vista non si può certamente dimenticare la breve esperienza di governo dei Fratelli Musulmani in Egitto…), così come l’abortito ed eterogeneo asse Cina, Iran, Siria, Turchia e Brasile spieghi come le ambizioni geopolitiche di Ankara abbiano conosciuto trascorsi a dir poco singolari e contraddittori.

“Nave sanza nocchiere in gran tempesta”

L’impressione generale che si ha osservando l’atteggiamento dei partner americani aderenti in varie forme alla coalizione anti-ISIS è che ci sia una diffusa consapevolezza sulla sostanziale mancanza di un  chiaro piano politico per il futuro da parte del primo motore di tale coalizione. In tal senso appare evidente che la riluttanza di Washington a ricoprire il consueto ruolo guida e a farsi carico di una progettualità geostrategica per il futuro che continui a porre gli Stati Uniti nel ruolo di protagonista stia inducendo i vari attori internazionali in gioco a coltivare maggiormente “il proprio orticello” in seno ad una alleanza nella quale le forze centrifughe appaiono alquanto pressanti.

Non è un caso che buona parte dei Paesi più importanti coinvolti abbia addotto tutta una serie di giustificazioni di carattere legale e militare per evitare un proprio coinvolgimento in Siria in azioni belliche contro l’ISIS, quando fino ad appena un anno fa, in particolare da parte di alcuni soggetti, sembravano non esserci particolari problemi di sorta a bombardare il regime di Assad. Da questo punto di vista esiste, non da oggi, una chiara propensione da parte di determinati Paesi europei e mediorientali a “prender tempo” per “vedere che succede” e per evitare di essere coinvolti in iniziative connotate da esiti incerti o, addirittura, controproducenti, non essendo in effetti pienamente chiara  la strategia politica promossa dall’amministrazione USA sullo scenario internazionale. Gli attacchi aerei americani in tal senso stanno apparendo non solo scarsamente risolutivi sul terreno ma indirizzati verso obiettivi che probabilmente sarebbe stato più opportuno al momento ignorare da un punto di vista meramente tattico. E’ il caso di Al-Nusra, gruppo affiliato ad Al-Qaeda, il quale è stato col tempo agganciato da Turchia e Qatar e che si è rivelato uno strumento utile sia contro il regime di Assad che, soprattutto, in funzione anti-ISIS. I bombardamenti americani, oltre che colpire lo stesso gruppo guidato da Al-Baghdadi, hanno preso di mira i miliziani di Al-Nusra, causando il risentimento turco e qatariota e, nei fatti, provocando il tragico riavvicinamento della stessa Al-Nusra all’ISIS. Se in Siria gli USA danno l’impressione di  mancare di strategia e di ottenere risultati controproducenti, altrove non si stanno dimostrando particolarmente efficaci e limpidi.

Basti pensare a quanto accaduto in Ucraina dove non è bastato l’abbattimento di un aereo di linea da parte dei separatisti filorussi sostenuti da Mosca per suscitare un’adeguata risposta dell’Alleanza Atlantica, storicamente a guida americana, alleanza anch’essa spezzata dagli interessi particolari dei suoi membri costituenti. Tant’è che non appena i separatisti dell’Ucraina orientale hanno dato segno di essere non troppo lontani dal collasso militare a causa della persistente controffensiva dell’esercito ucraino, è bastata una lieve pressione militare russa sull’Ucraina per ribaltare completamente la situazione sul campo di battaglia, portando in pochi giorni Kiev, sprovvista di adeguati aiuti occidentali, sull’orlo della capitolazione e garantendo alla Russia una quota di controllo sul futuro politico ed economico dell’Ucraina stessa.

Nonostante l’ulteriore inasprimento delle sanzioni da parte di UE ed USA che, nel lungo periodo, assieme al calo del prezzo degli idrocarburi, potrebbero mettere seriamente in crisi l’economia russa, la vittoria militare di Putin rimane un dato di fatto sullo scacchiere geopolitico dell’Europa orientale. La pretesa statunitense, per altro giustificata, di spingere altri soggetti regionali a diventare protagonisti della stabilizzazione di importanti aree del globo si sta scontrando con il fatto che, in assenza di un aiuto sostanziale ed “incoraggiante” da parte degli Usa, questi Stati non riescono più a comprendere per quale motivo debbano osservare scrupolosamente i troppo sovente confusi suggerimenti di chi sempre più spesso non intende utilizzare le consuete leve del potere per indirizzare lo sviluppo di una certa politica estera:  visione strategica di lungo corso un tempo, magari, imposta forzosamente, ma che garantiva una certa stabilità compensando in vario modo le aspirazioni dei vari soggetti internazionali coinvolti. A tutt’oggi il mondo percepisce seriamente l’assenza di un vero centro politico di riferimento e la stessa presenza delle preponderanti forze americane in Medio Oriente non fa altro che accentuare l’impressione di trovarsi di fronte ad un leviatano che proceda a zig-zag lungo la sabbia con una benda negli occhi e con un nuvolo di suggeritori nazionali ed esteri che volano attorno alle sue orecchie. Nell’assenza di una chiara visione per il futuro confezionata da parte di Washington, la recente iniziativa turca potrebbe offrire una possibile via d’uscita al pantano siriano, di fatto ribadendo le ragioni di coloro che chiedono la fine del regime in Siria e la creazione di un governo inclusivo sulla scia di quanto si sta faticosamente cercando di ricomporre in Iraq, proponimento che, fra le altre cose, allo stato attuale rappresenta l’unica vera idea, posta sul tavolo del futuro della Siria, esistente sul campo occidentale.

Da questo punto di vista se gli Stati Uniti comprendessero che per porre fine al terrorismo occorra prima di tutto portare a conclusione la “proxy war” siriana, soddisfacendo le richieste dei propri alleati, allora probabilmente tante reticenze ad intervenire direttamente in Siria da parte dei medesimi alleati verrebbero meno. Lo stesso Iran, dopo aver contribuito in maniera determinante a produrre l’attuale “sfracello” mediorientale, potrebbe avere tutto l’interesse a pervenire ad un accordo sulla Siria che non svilisca le ambizioni della maggioranza sunnita e che nel contempo tuteli i diritti delle altre minoranze come quella alawita. Meno roseo appare il futuro dei curdi i quali, nonostante stiano morendo a migliaia per rispondere alla chiamata internazionale contro l’ISIS, difficilmente coroneranno la loro ambizione di formare uno stato autonomo, idea osteggiata da tutti gli attori regionali in gioco. Una posizione, quella curda, che onestamente appare sempre più paragonabile a quella di una mera vittima sacrificale posta sull’altare delle grandi manovre internazionali che a quella di un attore geopolitico di rilievo.

Ancora una volta la Turchia potrebbe manipolare le proprie leve politico-militari, come richiesto da molti Paesi occidentali, per supportare lo sforzo bellico curdo contro l’ISIS, permettendo il transito di nuovi guerriglieri e di armi pesanti, tuttavia “il pragmatismo” di Ankara al momento sembra escludere una tale mossa, così come sembra restio a suggerire l’impiego di proprie forze armate da impegnarsi in solitaria per imprimere una svolta alla guerra civile in Siria, come indirettamente, assumendo una posizione più aperta rispetto agli Stati Uniti nei confronti della proposta di creazione di una zona di non volo, ha suggerito il governo britannico. La Turchia, al pari di tutti i sostenitori dell’opposizione moderata siriana, evidentemente continua a preferire l’utilizzo di “proxies” in Siria, piuttosto che coinvolgere direttamente proprie truppe di terra in un contesto bellico nel quale si stanno fondamentalmente scontrando le sfere di influenza più o meno ampie e più o meno autonome dei contendenti in gioco.

Conclusioni

Allo stato attuale risulta assai difficile stabilire quale sarà il destino della città curda di Kobane. Sia che riesca a salvarsi dalle grinfie dell’ISIS, sia che cada nella morsa del sedicente “Califfo” Al-Baghdadi, la situazione militare e politica sullo scenario siro-iracheno richiede un cambio di rotta  radicale non solo sul terreno ma anche nel campo della diplomazia. In primo luogo risulta assai arduo ritenere che si possa vincere in maniera soddisfacente un conflitto dai contorni elusivi senza impiegare la fanteria (il cui coinvolgimento, per la verità, è assai osteggiato da tutta l’opinione pubblica occidentale) e limitandosi all’utilizzo di forze speciali. In secondo luogo, l’eventuale proposta di una conferenza internazionale di pace per il Medio Oriente potrebbe essere l’unica soluzione per districare il nodo gordiano siriano, evitando ulteriore spargimento di sangue. Il riconoscimento da parte di Russia ed Iran, per altro già contrari alla proposta di costituzione di una zona di non volo in Siria, della necessaria conclusione della parabola politica di Assad a Damasco potrebbe essere un eccellente viatico per condurre tutto il Medio Oriente lungo la strada della pace e per porre una pietra tombale sulla pericolosa stagione rappresentata dalle presunte primavere arabe.

Allo stesso modo Paesi quali il Qatar ed il Kuwait dovrebbero essere accompagnati verso un maggior impegno nella lotta contro il finanziamento privato del terrorismo islamico ed in particolare Doha dovrebbe essere indotta a cessare di rappresentare lo sponsor principale della Fratellanza Islamica a livello internazionale, a cominciare dalla vicina Libia e dalla Palestina. Da parte sua l’Europa dovrà prepararsi, tramite un’adeguata spesa militare, ad essere sempre più frequentemente chiamata ad assumere un ruolo di maggiore responsabilità sullo scenario mondiale ed in futuro non potrà più sottrarsi alla crescente urgenza di farsi carico di iniziative di tenore proporzionalmente commisurato a quelle che saranno le importanti sfide internazionali che si stanno già appalesando all’orizzonte.