Medio Oriente senza America… uno Scarabeo tutto da comporre

Con la fine della guerra fredda, Washington si è ritrovata ad essere l’unica potenza egemone mondiale. Un unipolarismo determinato solo dalla assenza contingente di autorevoli competitors. Nello specifico di competitors capaci di farsi carico di decisioni strategiche destinate a segnare il destino del mondo, compreso il destino americano. Un unipolarismo necessitato, generato dalla mancanza di alternative e non sempre volutamente ricercato dall’establishment americana. In altri termini, una sorta di unipolarismo per “sottrazione”. Le crisi mediorientali odierne rendono più che mai evidente tutto ciò.

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In particolare, nel disordine mediorientale nuovi soggetti avanzano la pretesa di entrare a far parte del novero delle grandi leader, presentandosi come potenzialmente in grado di controbilanciare la concentrazione di potenza oltreatlantico. Una concentrazione che Washington formalmente dichiara di voler ridimensionare ma sostanzialmente ancora persegue.

Dai primi anni ’90, con la Russia in ginocchio e una Europa ancora da costruire nei suoi più essenziali aspetti  di integrazione politica ed economico-monetaria, l’America si è fatta garante dell’ordine mondiale, gestendo la governance dei grandi processi globali, divenendo la protagonista di ciò che, la dottrina, in tempi diversi, ha ritenuto definire una forma di “imperialismo” (A. Aquarone, C. Julein, F. Schonemann, Ian Tyrrell). Un imperialismo “di fatto”, prevalentemente culturale, economico e militare. Un imperialismo, in molti casi, capace di preservare le parvenze delle forme politiche sussistenti nelle aree geopolitiche oggetto di attenzione; eppure, in grado di influenzare, impercettibilmente, il governo della cosa pubblica, anche per mezzo dell’operare delle istituzioni del Washington Consensus (FMI, BM e WTO).

Il sistema post-bipolare, dunque, è stato (ed è ancora) caratterizzato dalla concentrazione tutta ad Occidente del potere geopolitico. L’attenta analisi delle politiche americane, comunque, rende evidente come l’unipolarismo per esistere (e continuare ad esistere) non necessita di scadere nell’unipolarismo egemonico. L’essere l’unico detentore delle carte del gioco geopolitico, lascia, infatti, la scelta di quale carta giocare, in quali circostanze, in che termini e, soprattutto, se giocare o meno. Infatti, le scelte di politica estera americana degli ultimi venti anni dimostrano tale assioma. Da tempo Washington ha incominciato a ponderare le occasioni in cui procedere mediante interventi militari diretti nelle più disparate aree del mondo, compresa l’area Mediterranea e Mediorientale. Una ponderazione che ha assunto, prima, la forma della nota politica “leading from behind” di Obama e, poi, del più incisivo precetto “American First” di Trump.

Molte volte, non può negarsi, che in passato sotto le mentite spoglie della tutela dell’equilibrio mondiale, della sicurezza nazionale, dell’ interventismo umanitario e della lotta al terrorismo, interi processi globali in ambito energetico, strategico o economico siano stati piegati agli interessi americani. Al momento, però, sul piano della sicurezza, dopo la morte del califfo Al-Baghdadi e la sconfitta dello Stato islamico, non sembrerebbero esserci ragioni per un ulteriore dispiegamento di forze di terra americane nei focolai di Siria e Iraq. D’altronde, essendosi consolidato il ruolo di esportatore di petrolio degli Stati Uniti, nemmeno l’interesse energetico potrebbe profilarsi come ragione per un impegno costante in zone di crisi ad alto potenziale energetico. Non solo. Le ingenti spese sopportate dalla difesa americana per sostenere le operazioni in Iraq e Afghanistan hanno spinto l’establishment americano a dimezzare gli oneri e i rischi di gestione della governance globale.  Ciò con il fine di sventare la “malattia mortale” di ogni egemonia, ovvero il disequilibrio tra impegni e risorse pubbliche e il conseguente inarrestabile default. In questi termini va letta la dichiarazione del Presidente Trump di ritiro delle truppe americane dal fronte curdo del Rojava. Espressione (probabilmente solo) formale  di una fase di ripiegamento e di progressiva uscita dal Medio Oriente.

Certamente, in questo momento, le ragioni di equilibrio del bilancio americano spingono affinché si generino, nell’area mediorientale, uno o più competitors che tengano sotto controllo i focolai in corso. Al contempo, però, Washington sembra voler riservare a sé ancora il ruolo di garante di ultima istanza dell’ordine mondiale, con facoltà di intervento diretto nell’ipotesi che questi nuovi soggetti falliscano nell’adempimento del loro compito. Una dimostrazione può rinvenirsi nelle minacce rivolte verso l’alleato turco durante l’invasione del Rojava nonché nei profili assunti dall’incontro alla Casa Bianca, dello scorso 14 novembre, tra Trump e Erdoğan. D’altronde non può spiegarsi altrimenti il nuovo dispiegamento di forze in Siria e nel Golfo dell’Oman. Un dispiegamento che contrasta con il dichiarato disinteresse nell’area. Perciò, i nuovi competitors emergenti dovrebbero avere solo dimensione regionale.

Nonostante ciò, i possibili aspiranti regionali risultano essere molteplici. In primis, Israele, lo Stato militarmente più forte e maggiormente impegnato, attraverso i suoi efficienti servizi segreti, contro il terrorismo di matrice fondamentalista islamica oltreché nel tentativo di limitare le aspirazioni egemoniche di Rouhani. Quest’ultimo, capo del governo di Teheran dal 2013, dopo una prima rassicurazione sul rispetto degli Accordi di denuclearizzazione (JCPOA), firmato nel 2015, ha inaugurato un nuovo progetto di arricchimento dell’uranio nelle centrali di Fordo e Natanz. L’Iran si presenta, così, come ulteriore aspirante competitor, ergendosi ad arbitro delle sorti dell’accordo sul nucleare, risultato dell’attività diplomatica del presidente Obama e pietra angolare della stabilizzazione politica con Gerusalemme. Teheran avanzando pretese di rafforzamento militare nell’area mediorientale pone sul piatto della bilancia il suo impegno contro l’Isis e i sempre più stretti rapporti economici con Mosca e Pechino, nella speranza di poter estendere la propria influenza sulle coste del Mediterraneo orientale.  Da parte sua, sin dalla attivazione del Processo di Astana nel 2016, il Presidente Putin ha colto l’occasione di divenire l’interlocutore privilegiato nella regione, con l’intento di giungere a vantare una sfera di influenza che va dalla Crimea ai territori oltre il Caucaso, per interporsi nelle relazioni geopolitiche con la medesima autorevolezza della vecchia Urss. D’altronde, durante la guerra fredda, il Medio Oriente ha costituito uno degli scenari di guerra ideologica sovietica contro Washington; ed ancora oggi, il Cremlino interpreta la questione mediorientale in chiave antiamericana perseguendo l’obiettivo di riconseguire lo status di grande potenza. Un obiettivo di non difficile raggiungimento se si tiene conto che l’ulteriore e parimenti autorevole protagonista, l’UE mostra grave debolezza istituzionale e l’incapacità di convergere su dossier strategici come sicurezza, difesa, energia. Più che una nuova soggettività geopolitica, l’UE resta una sommatoria di governi nazionali, uno spazio geografico potenzialmente rilevante ma privo di una voce univoca in grado di incidere sui processi globali creando stabilità e sviluppo. La debolezza di Bruxelles finisce, così, con il rappresentare l’asso nella manica del Presidente Erdoğan che, schiacciato dalla perdita di consenso popolare, ridisegna il fantasma del terrorismo curdo e rivivifica le gesta della Grande Turchia Ottomana. Erdoğan è il primo presidente a presentare la Turchia in chiave storica riappropriandosi del trauma identitario causato dal Trattato di Losanna del 1923. Egli, infatti, in questi anni ha puntualizzato, con enfasi crescente, come gli attuali confini costituiscono il residuo lasciato dagli appetiti delle potenze vincitrici nella Grande guerra. Conseguentemente, durante la guerra contro l’ Isis, tutte le operazioni turche sono state fondate dalla convinzione che Siria e Iraq non possono esistere in quanto occupanti abusivi dello spazio ottomano sottratto a Losanna. Territori che Ankara vuole ricondurre sotto la sua egida quale centro dell’ecumeme musulmana. Un progetto sensibile anche agli interessi Sauditi nella regione. Infatti, Riyadh è interessata a controbilanciare la crescente ascesa diplomatica di Teheran come attore cruciale nella risoluzione delle crisi in Bahrain, Libano e Yemen. Una volontà di contrastare l’influenza iraniana nel Golfo che si è tradotta nella attivazione di proficui negoziati con Tel Aviv e Mosca e un investimento militare milionario tra Riyadh e la stessa Washington.

Quale tra questi soggetti possa assumere la veste di leader dell’area mediorientale e quale, nella veste di egemone puramente regionale, possa essere maggiormente gradito a Washington non è facile da determinare. Certamente, il ritiro americano dal Rojava può definirsi una operazione concertata con Ankara e può essere letta come concessione nei confronti di un alleato Nato. Volutamente Trump ha messo alla prova la tenuta della Regione a guida turca nella consapevolezza che, di fronte a insensate mire imperialistiche, la soluzione sarebbe giunta all’interno dell‘ombrello Nato. Dal canto suo, Israele rappresenta   un tradizionale e fedele alleato Usa, ma non vanno sottovalutati i suoi sforzi attuali di riavvicinamento verso paesi culturalmente lontani. Sforzi che rinvengono la causa prossima proprio nella politica estera di Trump. Infatti, la decisione americana di ritirarsi dall’accordo nucleare iraniano e di spostare l’ambasciata a Gerusalemme ha complicato i rapporti di vicinato e ha costretto Tel Aviv a sviluppare rapporti di cooperazione con l’Arabia Saudita e altre monarchie del Golfo, che da nemici sono divenuti partner strategici nel contenimento della ascesa iraniana. Diversamente, l’Arabia Saudita continua a conservare il ruolo di partner tattico di Washington da cui è militarmente armata, in funzione di controffensiva al programma missilistico iraniano.

Nel frattempo, però, astutamente il Dipartimento della Difesa americano non abbandona le sue postazioni strategiche. Tanto è vero i noti 2000 soldati stanziati nel Rojava non hanno ancora rivisto il suolo patrio, venendo soltanto ricollocati lungo linee di difesa differenti in Siria. Nel frattempo, sono giunti altri 1500 uomini nel Golfo di Oman, come si era stabilito, nel maggio scorso, dopo un attacco sferrato a due petroliere americane. Ne deriva che la politica di abbandono e ridimensionamento del ruolo americano in Medio Oriente stenta a concretizzarsi. O, molto probabilmente, è parte di una narrazione esclusivamente mediatica e ufficiale della Presidenza Trump ma che non corrisponde agli attuali e sostanziali interessi del Pentagono. Ad ogni modo, l’eccessiva complessità ora delineata, rende l’idea di uno Scarabeo tutto da comporre, ove tutto è lasciato a eventi contingenti e imprevedibili, a barlumi di maggiore o minore “razionalità o follia” dei protagonisti della Global Society. Una cosa è, però, certa: ciò che valeva nel passato non vale nel presente, ciò che vale nel presente non varrà nel futuro. Nuovi poteri di fatto si affermeranno e nuove acquisizioni territoriali si vanteranno. Ma a favore di chi?

 

Di questi temi si parlerà in occasione della XIV Winter School in Geopolitica e Relazioni Internazionali (7 marzo – 30 maggio 2020). Cos’è la Winter School? La WS è il programma di formazione di Geopolitica.info pensato per fornire nuove competenze e capacità di analisi a studenti e professionisti sui principali temi della politica internazionale. Scopri di più!