Medical diplomacy cubana e Covid-19, fra soft diplomacy e influenza – Parte seconda

La pandemia da SarsCov-2 ha riportato la medical diplomacy di Cuba al centro dell’attenzione. L’impreparazione dell’umanità (compresi i Paesi occidentali e del primo mondo) di fronte allo scoppio inaspettato di una pandemia a livello globale ha messo a nudo alcune fragilità di sistemi e politiche sanitarie di tutto il mondo, che si sono dimostrati non pronti ad affrontare emergenze pandemiche che, con ogni probabilità, saranno sempre meno infrequenti in futuro.

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Medical diplomacy e Covid-19

Nelle prime fasi della pandemia, l’arrivo di medici cubani in Italia, che grazie anche all’esperienza maturata negli anni dell’outbreak del virus Ebola in Africa hanno potuto contribuire al trattamento dei malati di Covid-19 in alcune strutture sanitarie del Nord Italia, ha avuto senza dubbio un forte impatto sull’opinione pubblica. Ancora è presto per determinare quali saranno le conseguenze sul piano diplomatico e geopolitico degli aiuti che il governo di Cuba ha fornito e continua a fornire a diversi Paesi nell’ambito dell’emergenza pandemica che ormai dura da quasi un anno. Ciò che è certo è che, in termini di soft diplomacy, l’invio di brigate mediche da parte di Cuba verso altri stati farà guadagnare credito in termini di immagine al Paese caraibico. L’impatto è da considerarsi doppio se si considera che la pandemia ha messo a nudo, soprattutto sul piano dell’immagine, l’inefficienza di alcune fra le aree più ricche al mondo nel gestire la pandemia, e considerando come nelle primissime settimane di crisi in Italia, gli aiuti provenienti dagli Stati Uniti stentavano a giungere con la necessaria prontezza. In un Paese inserito a pieno nelle dinamiche dell’UE e della NATO come l’Italia, l’arrivo della brigata Henry Reeve da Cuba (premiata dall’OMS nel 2017 per il suo impegno nell’epidemia di Ebola) il 24 marzo scorso è apparso, agli occhi dell’opinione pubblica, come un supporto eccezionalmente tempestivo se comparato con la lentezza nell’organizzazione per la gestione della pandemia a livello sia nazionale che internazionale. L’impatto mediatico dei medici cubani che scendono le scalette dell’aereo con la bandiera del loro Paese ben in vista e che si fanno fotografare con l’immagine di Fidel Castro ha avuto un impatto oggettivamente tutt’altro che trascurabile. Non trascurabile anche l’impatto sul piano del soft power e della propaganda ha anche l’annuncio di L’Avana di aver sviluppato un vaccino (il “Soberana 2”); ad oggi l’assenza di dati circa il ritrovato vaccinale, così come di un congruo apparato produttivo farmaceutico a Cuba non consentono certo di riferirsi al Soberana 2 come un efficace strumento di contenimento della pandemia. Ciò che importa ai fini della presente analisi, è che, credibile o meno, affidabile o meno, il vaccino made in Cuba consente al regime cubano di collocarsi comunque nel novero del ristretto gruppo di Paesi che concorrono alla vaccine race, nell’ambito di una furibonda geopolitica sanitaria globale in cui l’immagine occupa un ruolo di assoluta rilevanza. E in cui l’immagine determina conseguenze, dirette o indirette, in termini influenza internazionale.

Conclusioni

Come si è cercato di evidenziare in questo breve elaborato, la medical diplomacy di Cuba è uno strumento solido e ben cementato nella prassi delle relazioni internazionali dell’isola caraibica, rappresentando da decenni un architrave del soft power del castrismo. È stata utilizzata in una molteplicità di contesti ed ha raccolto diversi successi e riconoscimenti a livello internazionale (come per l’intervento nell’ambito dell’epidemia di Ebola, dopo il terremoto di Haiti o perfino dopo l’uragano Katrina in Florida). Ci sono senz’altro motivazioni di stampo ideologico che fanno sì che la medical diplomacy si inserisca nel contesto dell’internazionalismo proletario e di un’ideologia di solidarietà globale propria della narrativa della rivoluzione cubana. Come abbiamo visto però la medical diplomacy è anche e soprattutto uno strumento di soft diplomacy e di influenza attraverso il quale l’isola caraibica guadagna capitale simbolico, valuta pregiata e petrolio (nel caso del Venezuela) oltre a consolidare i propri rapporti con Paesi affini (di nuovo come nel caso del Venezuela, del Brasile di Lula e della Bolivia di Morales). La medical diplomacy presenta indubbiamente alcune criticità soprattutto per quanto riguarda le condizioni dei medici e del personale impiegati e il rispetto dei loro diritti umani fondamentali; se in alcune delle accuse si può intravvedere in parte l’ostilità degli USA verso il regime cubano, altre sono più pacificamente credibili, documentate e preoccupanti. Uno sforzo nel garantire più trasparenza da parte dell’Avana sarebbe senza dubbio doveroso. I recenti sviluppi della pandemia da Covid-19 hanno rimesso sotto i riflettori la medical diplomacy cubana, essendo stata impiegata massicciamente in tutto il globo, compreso in alcuni Paesi del mondo avanzato in cui mai si sarebbe pensato di assistere all’arrivo delle brigate mediche cubane. Se questo possa gettare nuove basi per ulteriori sviluppi della politica estera cubana, è difficile prevedere, specie in un momento in cui Cuba ricorre a questo e ad altri mezzi “straordinari” per sopperire all’emorragia del prodotto interno lordo a causa del sostanziale azzeramento del turismo internazionale e delle sanzioni trumpiane che hanno reso complicato l’invio di rimesse dall’estero. Ciò che è sicuro è che la riattivazione in grande stile del dispiegamento in gran numero dei medici cubani nel mondo ha un indubbio effetto sull’immagine internazionale di l’Avana, impegnata oggi più che mai in un difficile momento che, a detta dei più, sembra sempre più prossimo ad un nuovo periodo especial. I medici cubani contribuiranno anche a mantenere in vita ciò che resta della revoluciòn castrista