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“Me ne frego” in salsa araba. Se MBS aiuta, involontariamente, l’Iran

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Se gli Stati Uniti possono parzialmente raffreddare le ambizioni turche rifiutando, come successo per esempio esattamente un anno fa, di parlare col Presidente Erdoğan, devono ora subire la pena del taglione – o, se preferite, il dantesco contrappasso. Nel contesto del rincaro delle commodities, il Presidente Biden telefona ai Principi Mohammad dell’Arabia Saudita e di Abu Dhabi per chiedere di aumentare l’offerta di petrolio: questo, naturalmente, al fine di calmierare i prezzi ed abbassare l’inflazione. La risposta ottenuta è scioccante: le telefonate vengono rifiutate. Alla domanda se ritenga che il Presidente Biden potesse averlo malinteso, il Principe Mohammed di Casa Saud risponde con un:”simply, I do  not care”. La frase può essere tradotta con svariati gradi di franchezza o volgarità ma un “non me ne frega niente” sembra una resa opportuna.

Interessante poi notare che a seguire sono state invece telefonate con il Presidente Putin – e con quello ucraino, Zelensky -. La “simpatia” (in senso etimologico: il “comune sentire”, o anche, il “comune patire”) arabo-russa non ha infatti nulla a che fare con l’intervento in Ucraina, ma ha radici ben diverse che riguardano forse anche l’Iran. Se infatti si moltiplicano le voci del prossimo raggiungimento di un nuovo accordo sul nucleare, allora potrebbe anche avvicinarsi il definitivo tramonto di quello stato di beatitudine del quale il Regno aveva goduto soprattutto durante la Presidenza Trump: esclusione della Repubblica Islamica dai circuiti, appoggio in Yemen, asse con i cugini emiratini e con Israele per un patto alle origini, abramitico, benedetto anche dalla Santa Sede e dall’Università di Al Azhar la portata del quale si è vista durante la visita irachena di Francesco (Speciale – Il viaggio di Papa Francesco in Iraq – Geopolitica.info), che scegliendo una controparte sciita ha bussato alla porta della Scuola di Najaf escludendo quella di Teheran.

Ora il contesto è invertito, la politica Dem riportata in auge dopo 30 anni vuole ricollocare tutte le potenze dell’area ad uno status di equivalenza e allineare tutti gli “alleati” (non a caso si chiamano così) a un certo standard comportamentale. Naturalmente, Riad non gradisce e non fa mistero di disprezzare il traballante alleato statunitense, negando di pompare nuovo petrolio (e di rispondere al telefono). Il Principe lo dice chiaro e tondo: “noi non abbiamo diritto di venire a farvi la morale in America (esiste un rimando concreto a qualche fatto recente?, nda)ma la cosa vale anche al contrario”.

Quale potrebbe essere l’effetto collaterale di questa presa di posizione? Quello di spingere involontariamente verso un’accelerazione del rientro di Teheran nell’accordo sul nucleare, quindi nei circuiti economici internazionali, e quindi di romperne l’isolamento. Questo significherebbe uno straordinario assist al nemico mortale.

Teheran avverte molto questa urgenza statunitense di veder pompate e vendute maggiori quantità di petrolio su tutte le piazze (ciò che Teheran aveva chiesto di fare senza successo, pur legittimamente, mille volte a seguito del JCPOA). Naturalmente, può aiutare in questo aspetto solo ed esclusivamente se rientra nell’accordo. Il fattore tempo è importante e certamente Teheran ne approfitta per chiarire due cose:

1) il patto stavolta si rispetta e la dignità e l’indipendenza del Paese non si toccano;

2) in questo affare siete voi che volete comprare e non noi che vogliamo vendere. La fretta ora è vostra. Col nostro nuovo governo conservatore noi stiamo a posto così.

Questo secondo messaggio è arrivato chiaro e tondo dalla Guida Suprema, che anche davanti al Consiglio del discernimento, non più tardi del 10 marzo, ricordava come “cedere di fronte agli Stati Uniti per l’accordo è un errore”.

Difficile immaginare se MBS abbia – e come – valutato il rischio di aiutare di riflesso Teheran. Forse crede in una rapida cessazione del problema ucraino, o forse crede che la strada per un nuovo accordo sia molto più articolata e difficoltosa di quello che fanno credere da Vienna. Vedremo come potrebbero rispondere se la telefonata dovesse giungere da un altro importante attore internazionale, anch’esso interessato a tenere a bada inflazione e prezzo dell’energia: la Cina.

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