Masterplan per il Sud: quali strategie per il rilancio del Mezzogiorno

Il 4 novembre il Governo ha pubblicato il Masterplan per il Sud, un documento che ha nelle intenzioni di chi lo ha prodotto l’obiettivo di rilanciare il tema del Mezzogiorno nel nostro paese, nel  tentativo di scardinare le retoriche che in particolare dagli anni ’70 in poi hanno caratterizzato il tema della “Questione Meridionale”. Un obiettivo ambizioso ed importante a nostro avviso per due ordini di motivi: primo perchè di Mezzogiorno in Italia ormai si parlava poco o niente, secondo perchè con questo obiettivo si cerca di dare slancio ad una parte dell’economia del paese che da ormai troppo tempo stenta a partire.

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I punti di partenza del Masterplan sono tre: il recupero del ritardo nell’utilizzo dei Fondi Strutturali 2007-13, l’avvio della programmazione 2014-20 e la risposta alle crisi aziendali, su quest’ultimo aspetto si riportano esempi “virtuosi” di gestione delle crisi come l’Ansaldo Breda di Reggio Calabria; il documento del governo fa riferimento specifico riferimento a Irap e Ires per la promozione della politica industriale (storicamente poco presente nel nostro paese) e quindi un atteso sgravio fiscale senza però specificarne tempi e modalità; va sicuramente detto che ci sono dei problemi da risolvere sia dal punto di vista di accesso al credito che di gap infrastrutturali sia materiali che immateriali nell’intero Mezzogiorno, dove però troviamo anche esempi virtuosi: per quanto riguarda la Banda ultralarga Regioni come la Calabria hanno saputo utilizzare al meglio le risorse disponibili e quindi rappresentano un vanto in tal senso.

Il Masterplan nel suo insieme è articolato in 15 Patti per il Sud: otto per le Regioni (Abruzzo, Molise, Campania, Basilicata, Puglia, Calabria, Sicilia, Sardegna) e sette per le città Metropolitane (Napoli, Bari, Taranto, Reggio Calabria, Palermo, Catania, Cagliari).  Le risorse da destinare all’ambizioso progetto sono circa 112 miliardi di euro (comprese le clausole di investimento della Legge di Stabilità 2016 con un effetto leva di 11 miliardi di cui 7 per il Mezzogiorno), non se ne specifica in quella sede la esatta ripartizione per regione e progetti perciò l’auspicio è di una equa distribuzione che tenga conto delle esigenze di ogni regione sia dal punto di vista infrastrutturale che, e soprattutto occupazionale. Dei Patti quindi non solo Top-Down ma anche e soprattutto Bottom-Up ed è qui a nostro avviso che si gioca la vera sfida, cioè nel saper cogliere al meglio le istanze che vengono dai singoli territori e utilizzarle al meglio per la programmazione.

Da qui dunque, si evince la necessità attraverso questa modalità di far riagganciare la parte Sud del paese al resto d’Italia, necessità simile ad esempio a quella di altri “Sud” del mondo,  quello d’Europa o degli Stati Uniti d’America giusto per fare qualche esempio. Negli Usa c’è un sistema che automaticamente ridistribuisce le risorse, cioè affida direttamente al Governo Federale la ripartizione delle risorse ed il trasferimento dalle zone più dinamiche alle aree meno competitive, ad esempio dal Minnesota verso il Mississippi o dal dall’Illinois per il South Carolina.  Stessa cosa a nostro avviso avrebbe bisogno l’Unione Europea, dove ci sono Stati con competitività differenti e dove i soli Fondi Strutturali non bastano.

Tornando al nostro Mezzogiorno, riteniamo invece che non vi sia la necessità di trasferimenti così come fatto in passato, dove il tentativo di industrializzazione strutturalmente sbagliato dei finanziamenti a pioggia degli anni ’70 non ha comportato un investimento ma solo un costo gravoso; per il Sud  da un lato, il quale ha perso una importante occasione di sviluppo e per le casse dello Stato dall’altro, che hanno sopportato invece un onere finanziario senza alcun risultato positivo. Il Sud Italia ha la necessità dunque di politiche attive per la sua ripresa, partendo da pochi ma importanti punti strategici in modo da farlo amalgamare con il resto del paese. Si tratta a nostro avviso di porre dei confini ideali oltre che reali verso i quali guardare, come una frontiera culturale e concettuale oltre che fisica.

Un Mezzogiorno che non è solo il confine Sud d’Italia ma d’Europa e questo è il messaggio che deve passare a Roma così come a Bruxelles, un luogo di potenzialità inespresse che vanno dalla presenza di beni culturali di grande importanza alle risorse ambientali e paesaggistiche, dove vi è la necessità dell’alta velocità per collegarlo al resto del paese in tempi “normali”, all’opportunità di utilizzare al meglio lo strumento delle città metropolitane quali catalizzatrici di risorse umane e materiali sempre più importanti, considerando che nelle grandi città ormai vive circa il 50% della popolazione mondiale. Da qui l’importanza di potenziare quei luoghi che fanno da attrazione e formazione per un numero sempre più importante di persone, ma soprattutto la necessità da parte dei governi locali di ripensare alle politiche da attuare in materia di trasporti, energia, cultura, rifiuti e tanto altro ancora.

Un Mezzogiorno che annovera tra le altre, la presenza di un’infrastruttura importante come il Porto di Gioia Tauro, il cui potenziale sia a livello strutturale che per posizione geostrategica va oltre i confini regionali e diventa fondamentale soprattutto in una fase in cui nella sponda sud del Mediterraneo permangono disordini che allontanano gli investimenti da parte delle multinazionali, in un momento storico nel quale il Mediterraneo con il potenziamento di Suez, è tornato al centro dei traffici commerciali mondiali; un porto che si trova quindi nel cuore di un crocevia geopolitico e geoeconomico di uno dei contesti commerciali più dinamici al mondo; da ciò dunque la necessità di entrare nell’ottica della “Questione Nazionale”, quindi di sviluppo dell’intero  paese intero.

L’istituzione della ZES nel retroporto ad esempio, costituirebbe un elemento di vantaggio competitivo non solo per la Calabria ed il Mezzogiorno ma per l’Italia intera, nel quadro dalla formulazione di una politica industriale, quale chiave di volta per lo sviluppo del paese. Da qui dunque una “Questione nazionale” da lanciare e non certo una Meridionale o locale da circoscrivere e relegare nuovamente nei libri di storia come un ulteriore insuccesso.