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TematicheMedio Oriente e Nord AfricaMarocco: l’albero che non si spezza

Marocco: l’albero che non si spezza

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Il Nord Africa cambia velocemente senza però trascurare una rilevanza strategica che i maggiori soggetti politici privilegiano con forti investimenti finanziari. L’Africa, è tornata al centro dell’attenzione imponendo all’Europa una visione realistica in un contesto geopolitico in divenire, come compreso dalla Turchia che vi ha aperto almeno 30 nuove ambasciate. È mutato il modello di cooperazione, passato dai finanziamenti senza ritorno a progetti, bandi, missioni con imprenditori sul posto.

A nord maghrib indica il tramonto del sole, designa la preghiera serale, denomina l’area che accomuna i Paesi dell’Africa nord-occidentale, Tunisia, Algeria e Marocco, stesi tra Mediterraneo, Atlantico e Sahara. L’area, percepita come marginale, ha visto succedersi azioni volte a impedire vuoti di potere geopolitici che hanno permesso di apprezzare la rilevanza di un diaframma strategico tra Sahel, Africa occidentale, Golfo di Guinea. Mentre il Maghreb ha diffidato delle iniziative comunitarie europee, viste come rigurgiti neocoloniali, la Francia ha giocato sulla sua eredità storica, seguita dal perseguimento degli interessi energetici italiani in Algeria; in una regione avvertita come distante, l’assenza di un’organica politica europea lascia i boccini della gestione dei tanti problemi nelle mani dei singoli stati membri. L’attenzione americana è stata se possibile ancora minore rispetto a quella europea, fatta eccezione per situazioni contingenti come quelle riguardanti Marocco e Tunisia che godono dello status di major non-NATO allies. A partire dal 2016 Muhammed VI, Re del Marocco, sovrano intelligentemente illuminato ed impegnato a far dimenticare il rigore del padre Hassan II, ha stretto diversi accordi con Pechino soprattutto per quanto concerne energia pulita, trasporti, logistica, creazione di aree a fiscalità agevolata. 

Nel 2017, la sottoscrizione di un memorandum sulla BRI, ha reso Rabat la destinazione ideale per imprese che, rilocate dalla Cina in Marocco, intendano avere accesso diretto al mercato africano, secondo un interesse coniugato ad un sistema bancario ramificato nell’Africa occidentale e che consente la conquista sia di mercati in rapida ascesa sia di quantità immense di risorse naturali. La Tunisia, che ha a sua volta firmato specifico memorandum sulla BRI, può rappresentare un hub per la ricostruzione libica con una prospettiva di lungo periodo su cui cinesi e russi sembrano avere le idee chiare. Tunisi deve tra l’altro chiarire anche la posizione del Presidente Saied che, lasciata la neutralità positiva sul popolo Saharawi, punta a legarsi alla più munifica e generosa Algeri senza però poter evitare il boicottaggio marocchino dei suoi prodotti. Viste le dinamiche, il problema sta nel comprendere se il Maghreb stia entrando o meno in un’era post americana in accordo con un nuovo ordine regionale. Qui la geopolitica si ricollega alle Primavere Arabe, moltiplicatrici delle dinamiche suscitate nel 2003 dall’invasione USA dell’Iraq causa prima dell’espansione iraniana. Nel 2011 sia Rabat che Amman hanno ampliato la base sociale del loro sistema interno scongiurando la formazione di movimenti trasversali di protesta. Il pivot to Asia di Obama ha formalizzato l’inerzia statunitense in Siria, Libia e Yemen, innescando la competizione geopolitica tra i principali stati del MO ed offrendo l’opportunità a Mosca e Pechino, di rafforzare i loro interessi regionali. 

Una curiosità su cui riflettere: nel 2022 3 anacronistiche monarchie (marocchina, saudita e giordana) reggono punti politici e religiosi chiave. La posizione saudita è ambivalente; a seguito degli Accordi di Abramo, che un Re marocchino di diretta discendenza dal Profeta riconosca Israele può agevolare i Saud ad agire analogamente, ma allo stesso tempo la valenza religiosa è di portata tale da consigliare un approccio ponderato. Da un punto di vista più terreno, è auspicabile che la politica marocchina possa influenzare molti Paesi africani ritenuti fondamentali per la politica estera di Gerusalemme. Energeticamente Rabat è vulnerabile ed importa oltre il 90% dell’energia fossile. Posto che quando cambiano le fonti energetiche dominanti mutano anche le relazioni di potere che equilibrano gli scenari, dipendenza e crescita dei consumi hanno trasformato la transizione energetica in un mezzo di influenza con un occhio all’idrogeno verde, la cui produzione creerebbe un sistema integrato tra Africa ed Europa. L’applicazione della ormai disponibile tecnologia israeliana in tutte le fasi produttive può aumentare la competitività marocchina nel settore aumentando le esportazioni verso l’Europa. Tutto facile? Niente affatto; risorse finanziarie, impianti, uso dell’elettricità rinnovabile e costituzione della catena del valore impongono forti limiti, anche alla luce della recessione, la prima dal 1995, indotta dalla pandemia, cui si sono aggiunte contrazione produttiva, collasso del settore turistico e siccità. La diplomazia post Covid sembra rappresentare l’unico ed incerto strumento normalizzante, alla luce dell’instabilità generata dall’invasione ucraina. Molti paesi MENA riportano elevati tassi di inflazione aggravati dallo shock bellico sui mercati energetici e alimentari globali, una congiuntura che non può non avere conseguenze sociali. È difficile delineare la complessità delle possibili integrazioni della regione; tra Algeria, Marocco e Tunisia contano le differenze istituzionali e politiche che contemplano il pouvoir militare algerino, la corona marocchina, la liaison che lega la Tunisia all’Europa. Rabat di recente è stata politicamente caratterizzata da due tendenze: la rinnovata centralizzazione della monarchia quale chiave di volta del Makhzen e l’assertività multipolare della politica estera. Date le tensioni con i partner europei e con le petromonarchie del Golfo, viste anche le politiche qatarine, il Marocco ha cercato di rafforzarsi attraverso tre strategie: diversificare i partenariati internazionali evitando affidamenti politici esclusivi; attrarre investimenti da Asia ed Europa; qualificarsi come soggetto caratterizzante la sicurezza regionale assumendo un ruolo nel processo di pace libico e normalizzando i legami con Gerusalemme. In Marocco l’aspetto politico interno si è progressivamente eroso privilegiando elementi tecnocratici favoriti dall’evaporazione del Partito islamista per la giustizia e lo sviluppo (PJD). Due gli spunti in politica estera: gli Accordi di Abramo e la querelle del Sahara occidentale, tema unificante per Re, clero e popolo grazie al riconoscimento americano della sovranità sull’area, susseguente all’adesione di Rabat agli Accordi con Israele già sottoscritti da EAU, Bahrain e Sudan. Accordi sostenuti da Re Mohammed ma il cui prezzo politico è stato pagato dal PJD in crisi di identità e accusato di aver contraddetto le proprie posizioni in merito alla questione palestinese. 

Di fatto il Vertice del Negev a Sde Boker non ha prodotto miglioramenti immediati nell’agenda israelo palestinese, anche alla luce dell’eco prodotta dall’ondata di attentati compiuti su suolo israeliano. Ritorna dunque l’interrogativo circa l’effettivo interesse del consesso arabo alla querelle gerosolimitana, se sia cioè predominante l’impalpabile motivazione ideologico religiosa, oppure se, realisticamente, la preservazione dell’equilibrio di potere continui a prevalere, anteponendo le sabbie del Sahara occidentale a quelle della West Bank.  Non a caso le rivendicazioni marocchine sul Sahara occidentale hanno spinto il governo ad una forte presa di posizione con l’UE, in particolare con Spagna e Germania. La crisi con Madrid, causata dall’accoglienza riservata a Brahim Ghali, presidente della Repubblica Democratica Araba dei Sahrawi e considerato da Rabat un criminale di guerra, ricoverato in un ospedale militare spagnolo grazie all’aiuto algerino dopo essere risultato positivo al Covid, ha determinato la reazione del Marocco, che ha innescato l’arma migratoria sull’enclave di Ceuta. 

La crisi diplomatica ha condotto al riconoscimento spagnolo della legittimità dell’occupazione del Sahara Occidentale da parte di Rabat grazie alla flessione del premier Sanchez che, per ovviare agli interessi nazionali, ha optato per il compiacimento di Re Mohammed respingendo i flussi migratori e difendendo i programmi di estrazione energetica in area nordafricana. La decisione americana pro Rabat ha infranto un equilibrio pluridecennale che da un lato prevedeva l’organizzazione di un referendum per l’autodeterminazione, e dall’altro ipotizzava un sostegno internazionale alle rivendicazioni marocchine sull’area. 

Opportuno qui ricordare alcuni episodi in qualche modo connessi, come quello che ha visto protagonista il rappresentante permanente del Marocco presso le NU, intento a distribuire una nota in cui si affermava la necessità dell’autodeterminazione della Cabilia, senza ricordare che si tratta di regione settentrionale dell’Algeria che, appoggiata dalla Turchia, sostiene i ribelli saharawi del Fronte Polisario; o come l’altro episodio collegato alle dichiarazioni di Yair Lapid, allora ministro degli Esteri israeliano, che ha esternato preoccupazione sia per le relazioni fra Algeri e Teheran, sia per quanto concerne la campagna algerina mossa a contrastare la concessione a Tel Aviv dello status di osservatore permanente presso l’Unione africana. L’escalation si è peraltro accesa simultaneamente alla diffusione delle prime informazioni sul caso Pegasus, programma informatico prodotto dalla società israeliana Nso e che, secondo alcuni network giornalistici, sarebbe stato utilizzato anche dai servizi segreti marocchini. 

Da parte algerina si tratta di un calcolo geopolitico tale da determinare sul medio lungo periodo una vacuità diplomatica controproducente per futuri negoziati. Il miglior tessitore politico rimane Re Muhammed VI sul trono dal 1999. Mentre il Re internamente ha (pur non sempre) perseguito aperture a modernità e sviluppo economico, verso l’estero ha mostrato originalità e lungimiranza, preservando il legame con Washington e Parigi ma senza tralasciare gli altri Stati arabi tanto da chiedere di riconsiderare i rapporti con Algeri. Razionalmente, già dal 2003, quando il mondo arabo aveva palesato la sua ostilità alla guerra, Muhammed VI aveva deciso di sfruttare il suo potenziale geopolitico esaltando il ruolo di giunzione tra Europa e Africa rivestito da Rabat e tentando di riallacciare il rapporto con le monarchie del Golfo; da rimarcare poi la valorizzazione del ruolo di guida spirituale del Re, capace di garantire una preziosa stabilità sia durante i decenni di protettorato francese sia durante la tempesta delle Primavere: mentre altri Capi di Stato cadevano, Muhammed riusciva a conservare il potere rispondendo alle richieste di cambiamento sociale fino a giungere alla formulazione di una nuova Costituzione. Pragmaticamente il Re rimane il fondamento dell’esecutivo: nomina quale premier il leader del partito di maggioranza relativa, presiede il Consiglio dei ministri, è comandante in capo delle forze armate, sceglie i ministri degli Esteri, dell’Interno, della Difesa e degli Affari islamici, è l’autore del Nuovo modello di sviluppo che mira a costruire, entro il 2035, un paese prospero, inclusivo e sostenibile. 

Si tratta di una strategia volta a fornire un catalizzatore per gli investitori internazionali, attratti dalle opportunità di un Paese che si propone come la terra di mezzo degli affari continentali. È qui che gli Accordi di Abramo potrebbero rivelarsi funzionali alle possibilità offerte in primis agli investitori israeliani. Come avrebbe ipotizzato Tancredi ne Il Gattopardo il Re, volendo mantenere lo status quo, ha cambiato tutto ma secondo un bilanciamento che gli permette di governare come prima, senza particolari limitazioni. A differenza di Egitto e Tunisia a Rabat il partito islamista, perso l’appeal iniziale è divenuto il punching ball della rabbia popolare, ed è stato depotenziato (se non rimosso) attraverso un processo elettorale la cui vincitrice di fatto è stata la Corona. Insomma, la triste fine di un movimento abilmente usato da chi desiderava abbattere. Sugli scudi il liberale Rassemblement national des indépendants che ha espresso il capo del governo, Aziz Akhannouch, alle prese con l’emergenza generata dalla guerra in Europa verso cui il Marocco ha espresso una prudente neutralità: inimicarsi Mosca si rifletterebbe sul Sahara Occidentale, dunque meglio prevenire le ritorsioni russe. La stipula degli Accordi Abramo, agevolando la règia realpolitik, ha tuttavia scaricato il latente antisionismo proprio sul PJD, imputato di non aver interpretato il suo ruolo islamista di contenimento. Il Marocco gode di un assetto costituzionale che riprende elementi di ispirazione democratica e li innesta su una struttura tradizionale non priva di aspetti autoritari: il Re, alawita e protettore dei credenti, è una figura di garanzia politicamente centrale: a lui spetta definire gli orientamenti generali finanziari indirizzando le relazioni internazionali del Paese. 

L’oggettivismo realista gli ha consentito di identificare nel Sahara Occidentale, oltre che una questione sovrana di prestigio, una zona ricca di fosfati, materiali tra le prime voci delle entrate cui si aggiungono le rimesse dall’estero. Il dossier abramitico ha contribuito all’impatto anche sulle relazioni energetiche con l’estero; il Maghreb – Europe Gas Pipeline con l’apertura della centrale a carbone di Safi, e con il conseguente abbassamento del costo dell’elettricità, ha permesso a Rabat, nel 2019, di diventare esportatore netto verso la Spagna prima che riprendesse quota il gasdotto Medgaz bypassante il Marocco. Viste le polemiche europee innescate dalla produzione energetica fossile da parte di paesi esterni all’Unione, l’adesione di Rabat agli Accordi di Abramo ha contribuito ad enfatizzare la cooperazione con Israele anche sul tema della transizione energetica. Privo di infrastrutture per approvvigionarsi di gas naturale, il Marocco ha a suo tempo trovato un accordo con Madrid, che ha previsto di utilizzare i suoi impianti di rigassificazione con cui rifornire a flusso invertito Rabat, scatenando però le ire algerine. Le asperità diplomatiche si innestano in un contesto regionale segnato dalla crisi istituzionale tunisina, dalle difficoltà della transizione libica, e dalla crisi securitaria del Sahel contrassegnata dalle istanze del popolo Saharawi. 

A fronte del riconoscimento pro Marocco espresso da USA e Israele, Algeri ha optato per rischiose azioni di alta visibilità, sia per distrarre l’attenzione interna, sia per infrangere l’isolamento internazionale, ma generando al contempo sia fluttuazioni dei prezzi del gas sia inaffidabilità politica, cui Rabat ha risposto con l’instaurazione di relazioni economiche con la Nigeria, agevolate dal ritorno nell’Unione Africana. Ma Rabat guarda anche a oriente. Gli Accordi di Abramo, tra gli eventi geopolitici più importanti degli ultimi anni dopo il trattato di pace con la Giordania, rappresentano il primo passo di un più vasto processo di pace regionale aperto anche ad altri soggetti politici arabi tentati dal riconoscimento ufficiale di Israele; basati su aspetti securitari, sulla consapevolezza della minaccia iraniana e sulla presenza diplomatica statunitense, gli Accordi definiscono il potenziale economico e tecnologico espresso su una più estesa panoplia finanziaria e commerciale cui conferire reale visibilità. Forte l’impronta politica conferita dall’amministrazione Trump, prodiga nel negoziare armamenti evoluti per Rabat e volta a creare un bilanciamento atto a bloccare Teheran amplificando la strategia della massima pressione; da segnalare di converso le attese del Presidente Biden, indeciso nel dare seguito agli accordi per gli armamenti degli EAU. Il pacchetto di armi ed equipaggiamenti, aggiunto al lotto di aerei da combattimento F16, punta a mutare gli equilibri del potere nel Maghreb, con il Marocco che otterrebbe un indubbio vantaggio strategico a cui l’Algeria potrebbe rispondere facendo affidamento sull’interessato mecenate russo, ora peraltro in affanno. Aumentando le possibilità di consolidare le relazioni economiche anche con stati arabi con i quali non intrattiene ancora relazioni formali, politicamente Israele potrebbe/dovrebbe tentare di coinvolgere anche Giordania ed Egitto. 

Gli Stati arabi parti degli Accordi, puntando alla normalizzazione con Gerusalemme, auspicano oggettivi benefici economici che, da sempre attesi, la pandemia ha reso ancora più urgenti; Israele, dal suo canto, nell’avviare le collaborazioni richieste, dovrà astenersi dalla tentazione di irrompere sui mercati del Golfo, anche alla luce degli attacchi portati alle sue navi mercantili. Il do ut des degli Accordi è il principio che sottende le negoziazioni esperite con il Marocco; le assicurazioni fornite a Rabat circa le evoluzioni geopolitiche nel Sahara, nel 2018, si sono accompagnate alla crisi dei rapporti diplomatici con Teheran, accusata di sostenere Hezbollah, il suo proxy libanese, approvvigionatore di armi per il Fronte Polisario a cui mai Rabat concederà alcuna forma di autodeterminazione. In quest’ottica è emersa la centralità dell’azione politica della Corona, peraltro sorretta dalle debacle elettorali degli islamisti del PJD all’interno e di Ennahda in Tunisia, sintomi del malessere diffuso dell’Islam politico: i contrasti tra Riyadh e Doha hanno di fatto certificato il ritorno alla marginalità politica della Fratellanza Musulmana. 

I problemi tuttavia sussistono; a fronte dell’auspicata cooptazione dell’Arabia Saudita, che preme sul problema palestinese, incombe l’esito delle imminenti elezioni israeliane espressione locale di una situazione più generale che conferma l’impossibilità di un’autogestione politica del MO. Israele e il Golfo chiedono un fattivo interessamento americano; Washington preme perché se la cavino da soli, assecondando quanto riportato dal Wall Street Journal che ha ipotizzato, sull’onda degli Accordi di Abramo, la creazione di una NATO araba con Tel Aviv quale pivot nella fornitura di armamenti. Come valorizzare allora il 7° paragrafo degli Accordi, dove viene previsto che ..Le Parti sono pronte a unirsi agli Stati Uniti per sviluppare e lanciare un’”Agenda strategica per il Medio Oriente”? Sarebbe opportuno che Washington ricordasse che Marocco e Giordania rappresentano due elementi fondamentali nel sistema di alleanze americane: Rabat costituisce la continuità nordafricana altrimenti scossa dalle transizioni (Libia, Egitto, Tunisia); Amman è la Fortezza Bastiani al confine con un MO incontrollabile. Ambedue, per gli americani, sono irrinunciabili in quanto tasselli regionali di un’area da non poter perdere, specie alla luce del possibile naufragio dei colloqui del JCPOA che rende gli Accordi di Abramo ancora più rilevanti imponendo una diversa architettura securitaria. Ma quanto sono disposti gli USA a garantire la sicurezza dei partecipanti agli Accordi? Secondo gli EAU questo potrebbe essere il punto dolente di una politica troppo oscillante e che non tiene conto delle situazioni contingenti: gli Houthi in Yemen, i quantitativi della produzione di greggio, le sanzioni a carico dell’Iran. L’amministrazione Biden, volta all’Indo Pacifico, non sembra aver cercato intese multilaterali di ampio respiro quanto piuttosto ententes bilaterali immediati. 

Non c’è dubbio che le corone pesino, specialmente quando vengono associate a trascendenze religiose. Rabat, Riyadh e Amman sono accomunate da una sacralità che le eleva, ma che non impedisce attriti politici. Pur di fronte a fluttuazioni, gli Accordi di Abramo rimangono una questione legata al consenso, sia per i vantaggi in termini di sicurezza, economia e tecnologia, ma anche perché sono al momento l’unica strada compromissoria percorribile. 

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