Marocco: 9 ergastoli ai ribelli sharawi per l’eccidio di Gdeim Izik
Per il Marocco quello conclusosi domenica 17 febbraio presso il tribunale militare di Rabat è stato il processo del secolo. La sentenza emessa dopo quasi due settimane di dibattimento contro gli aderenti ad un gruppo saharawi (il Fronte Polisario, che rivendica l’indipendenza del Sahara Occidentale) ha visto infliggere l’ergastolo a nove imputati, più ulteriori condanne a 30, 25, 20 e 2 anni di carcere ad altri 16 membri del gruppo.

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I fatti per i quali i militanti separatisti sono stati riconosciuti colpevoli risalivano all’8 novembre del 2010, quando nei pressi di Laayoune furono trucidati una dozzina di poliziotti. In quell’occasione le forze dell’ordine di Rabat procedettero allo smantellamento di un campo di tende montate dagli abitanti di Laayoune che manifestavano per rivendicare alcuni diritti sociali ed economici: casa, lavoro e previdenza sanitaria. Prima della decisione dello smantellamento del campo da parte delle autorità era stato raggiunto un accordo tra gli abitanti e le istituzioni marocchine locali e nazionali.

Nonostante l’intesa, gruppi di facinorosi considerati da Rabat vicini ai separatisti del Fronte Polisario, gruppo sostenuto dall’Algeria, avevano progressivamente preso il controllo del campo e – armati di molotov, coltelli e bombole del gas – avevano messo a ferro e fuoco la zona chiedendo l’indipendenza del Sahara. Alcuni membri delle forze dell’ordine, inviati da Rabat, disarmati per evitare la morte dei dimostranti, una volta intervenuti per lo smantellamento del campo erano stati catturati dai rivoltosi e 12 di loro uccisi. Trattandosi di membri dell’esercito la competenza giurisdizionale è stata affidata ad un tribunale militare. Secondo quanto affermato dal segretario generale del Partito del progresso e del socialismo marocchino e ministro dell’Edilizia, Nabil Benabdallah, in un’intervista all’agenzia Nova, “i saharawi condannati, hanno sfruttato questioni di carattere sociale ed economico per compiere dei crimini efferati”, aggiungendo che “queste persone hanno strumentalizzato la protesta pacifica di parte della popolazione per tenere in ostaggio i manifestanti ed attaccare le forze dell’ordine con spranghe e coltelli”.

Il ministro, che in passato è stato ambasciatore a Roma, pur presente al processo, ha tenuto a precisare di trovarsi in aula a titolo personale, per solidarietà ai parenti delle vittime e ha dichiarato: “Riteniamo che la politica debba rimanere al di fuori di questo processo perché la magistratura in Marocco è indipendente e il dibattimento, come hanno potuto appurare le decine di osservatori internazionali venuti da tutto il mondo, è stato trasparente e al tempo stesso veloce”. Mentre in aula si confrontavano accusa e difesa, fuori dell’edificio ha avuto luogo un sit-in dei familiari delle vittime. Erano presenti vedove e madri, che hanno seguito le udienze ogni giorno in tribunale. “Siate i nostri portavoce nel mondo – ha detto la mamma di Mugid Abdel Magid, uno degli agenti uccisi, parlando agli osservatori indipendenti – non tutto è come appare. Noi siamo saharawi, ma siamo anche marocchini e confidiamo nel re, nel suo aiuto e nella giustizia del nostro paese. Mohammed VI deve andare avanti e nessuno ci deve intimidire”.

Oltre all’efferatezza dei reati commessi, a rendere questo processo di cruciale importanza per il Marocco sono state anche alcune circostanze di natura politica. Le violenze di Laayoune ebbero luogo, infatti, poco prima dell’entrata in vigore della nuova Costituzione. Per questo motivo si ritiene che possa essere l’ultimo processo di civili ad essere celebrato in un tribunale militare in attesa della relazione della Commissione per i diritti umani di Rabat che potrebbe chiedere al governo di Abdel Ilah Benkirane di porre fine a questo tipo di procedure.

Inoltre gli scontri, come detto, furono provocati nonostante la decisione di smantellare il campo fosse stata raggiunta attraverso un accordo tra gli abitanti e le istituzioni marocchine. Durante le udienze, tenute la scorsa settimana, oltre alle famiglie delle vittime e degli imputati, sono stati presenti anche i rappresentanti delle associazioni dei diritti umani, di diverse organizzazioni non governative e gruppi di osservatori: 52 internazionali e 25 nazionali.

Il giurista spagnolo José Ma Gil Garre, direttore del Centro di studi sugli affari della sicurezza in Spagna, ha spiegato che questo processo non è “politico perché si basa su una serie di prove ben fondate”. Secondo l’esperto, il processo si svolge “in condizioni regolari e sono rispettate tutte le garanzie di equità”. Nel corso dell’udienza di mercoledì scorso, il procuratore ha mostrato i filmati relativi alle aggressioni subite dalla polizia l’8 novembre del 2010, presentando le prove a carico degli imputati e chiedendo il massimo della pena prevista. Secondo Rowaida Mroue, direttore del centro di studi internazionali di Beirut sullo sviluppo, “si è trattato certamente di una sentenza giusta e chiara, soprattutto perché le accuse sono state provate dalla procura”.

Mroue ha aggiunto che “questo tribunale ha risposto a tutti i criteri di trasparenza e legalità, rispettando i diritti umani grazie anche alla presenza di numerosi osservatori internazionali. La giuria non ha ricevuto alcuna pressione e sono stati rispettati in particolare i diritti degli imputati”.

Questi si sono presentati in aula senza manette, vestiti nei loro costumi tradizionali e scandendo slogan politici tipici del Fronte Polisario. Numerose testimonianze hanno confermato che non ci sono state vittime civili durante l’assalto, ma gli imputati sono stati inchiodati dalle immagini di un video girato da un elicottero delle forze dell’ordine, durante le operazioni di evacuazione pacifica della tendopoli di Gdeim Izik. Secondo l’accusa, l’operazione sarebbe stata organizzata ed eterodiretta, dato il materiale del quale gli imputati sono stati trovati in possesso: ricetrasmittenti, sofisticati telefonini e una gran quantità di denaro in euro, dollari e dinari algerini. Questi elementi avvalorerebbero l’ipotesi che quel massacro possa essere stato deciso altrove per vanificare la nuova politica del Marocco nei confronti della popolazione saharawi, incentrata sul dialogo, sulla concessione di aiuti economici ed occupazionali, su maggiori garanzie sociali e sul riconoscimento del diritto all’affermazione della propria identità e cultura. 

Il processo conclusosi domenica a Rabat “ha portato alla ribalta un episodio che ha segnato la vita del Marocco, al pari dell’attentato terroristico avvenuto a Casablanca nel 2003”. L’analista marocchino Abdel Rahman al Manar Aslami spiega in un editoriale pubblicato sul quotidiano saudita “Asharq al-Awsat” che “il mondo ricorda ancora le immagini drammatiche riportate dai media arabi e internazionali delle giornate di violenza del novembre 2010 nel campo di Gdeim Izik, nelle vicinanze della città di Laayoune, la più grande del Sahara occidentale”. Le immagini “shock” dei cadaveri profanati degli agenti di polizia “sono state mostrate nuovamente durante il processo ai 25 saharawi accusati dei crimini commessi a Gdeim Izik, evento che torna ora alla ribalta, mentre il Marocco è profondamente cambiato dal 2010 grazie alla riforma politica sancita dall’approvazione della nuova Costituzione con il referendum del luglio 2011”. Per Aslami “forse è proprio grazie a questi cambiamenti che il Marocco, nonostante la gravità dei fatti, è diventato un modello per gli altri paesi, avendo deciso di svolgere un processo che, seppur militare, è a porte aperte sotto gli occhi attenti di osservatori internazionali e giornalisti”.

Aslami scrive infine che “il processo è iniziato due settimane fa e sarà l’ultimo procedimento di un tribunale speciale in virtù della recente riforma costituzionale. I magistrati si sono trovati a giudicare un gruppo di persone, molte delle quali ritornate dai campi di Tinduf in Algeria, che hanno approfittato di una manifestazione pacifica iniziata a Gdeim Izik per infiltrarsi e trasformarla in una protesta violenta che potesse minare la sicurezza del paese in favore del Fronte Polisario”. 

In conclusione, in una fase così delicata per il mondo arabo e per l’Africa nord-occidentale, caratterizzata dalle cosiddette primavere arabe e dalla crisi militare nel Mali, la stabilità di un regime illuminato ed equilibrato come quello di Mohammed VI gioca un ruolo strategicamente decisivo per tamponare l’emergenza che ha colpito quest’area e che può avere gravi ripercussioni per l’Europa. Proprio in questa ottica l’esito del processo di Rabat, che ha testato la tenuta dell’evoluzione verso uno stato di diritto della monarchia marocchina, riveste una speciale importanza anche per la sponda settentrionale del Mediterraneo.

Di seguito il video che costituisce una delle prove principali esibite dall’accusa durante il processo contro i militanti del Fronte Polisario: bladibella.com/modules/mytube/singlevideo.php

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