Mario Draghi tra visione keynesiana e realismo politico: paradigmi paralleli e implicazioni geopolitiche

Il Presidente del Consiglio Mario Draghi è conosciuto per il suo approccio keynesiano in termini di politica economica. In questo particolare momento storico, l’intervento statale basato su un ampio ricorso alla spesa pubblica a sostegno della domanda è quanto mai fondamentale per emergere dalla recessione economica in atto. Parallelamente, alcune recenti riflessioni dell’ex presidente della BCE hanno mostrato chiari segnali di realismo politico che influenzeranno la strategia del nuovo governo negli ambienti internazionali, sia nelle relazioni bilaterali che nei fori multilaterali.

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La pandemia mondiale ha innescato una crisi sanitaria ed economica senza precedenti. Ogni stato si è mostrato vulnerabile agli effetti del COVID e ne è rimasto indebolito su vari fronti. Il mondo attuale, che si è dimostrato sempre più interconnesso ma meno globalizzato, soffre ultimamente di elevati livelli di incertezza e precarietà dettati dai difficili piani vaccinali; questi ultimi sono in balia delle catene internazionali del freddo che hanno riscontrato difficoltà logistiche e imprevisti gestionali nella loro distribuzione capillare.

La grave recessione economica è sicuramente da affrontare in maniera rapida ed efficace, mettendo sul tavolo tutti gli strumenti necessari ad attutire quanto più possibile i risvolti sociali ed economici causati dalla pandemia; al contempo, gli stessi strumenti devono avere la capacità di creare le condizioni per una ripresa solida, virtuosa e sostenibile delle economie mondiali. Ciascun paese mette in campo le proprie strategie e spera che la ricetta proposta possa essere quella vincente, sia per motivi prettamente politici che ti dovere civico.

La visione del Governo Draghi è decisamente chiara: una politica economica di stampo keynesiano per far ripartire il Paese attraverso stimoli importanti sia di natura fiscale che di spesa pubblica. I primi provvedimenti governativi hanno sottolineato la necessità di destinare ingenti quantità di denaro alle categorie che più sono state colpite dalla pandemia nonché stimolare i consumi prevenendo sia l’innalzamento della disoccupazione che la diminuzione dell’output produttivo.

I keynesiani sono convinti che l’economia sperimenti cicli più o meno costanti nella storia e che le azioni statali debbano essere sempre anticicliche al fine di controbilanciare i risultati di un’economia lasciata in balia di sé stessa.

Draghi, infatti, non si cura (sebbene ne sia assolutamente consapevole) dell’innalzamento del debito pubblico che le manovre del suo Governo provocheranno, anzi, egli è pronto a ridiscutere il Patto di Stabilità nelle sale di Bruxelles a fronte del particolare momento storico che il mondo intero sta sperimentando. In momenti di così grande incertezza e recessione, la ricetta keynesiana prevede una spesa pubblica di ampio respiro: facendo deficit pubblico, la domanda aggregata aumenta, incrementando a sua volta i consumi, gli investimenti e l’occupazione. Un interventismo di questo tipo ha lo scopo di controbilanciare le severe cadute di domanda e offerta nel sistema economico. In altre parole, la pandemia si combatte iniettando denaro nei meccanismi inceppati della realtà economica e sociale del paese.

Parallelamente alla visione keynesiana dell’ex Presidente della BCE, vi è tuttavia un altro tratto caratteristico della sua embrionale esperienza politica, che appare curioso e sicuramente di interessante analisi. Draghi ha sottolineato più volte la necessità di discutere i piani d’azione sui tavoli di Bruxelles. Tuttavia, per superare ogni tipo di potenziale impasse, a suo modo di vedere, non va mai escluso il ricorso a decisioni unilateralmente prese dal singolo stato. Questo è stato affermato sia in merito alla gestione e al coordinamento delle catene del freddo che, per esempio, sulle modalità con cui il governo si comporterà nel momento in cui ci sarà da valutare l’attendibilità o meno del vaccino russo Sputnik.

Si rileva, pertanto, un approccio di stampo realista nelle macro-correnti delle relazioni internazionali. Il Presidente del Consiglio ha sottolineato l’importanza del liberalismo istituzionale e delle organizzazioni intergovernative di cui l’Italia fa parte, tuttavia, nella sua visione geopolitica, c’è una fetta importante di realismo il cui peso specifico non è da sottovalutare, specialmente nei rapporti che si andranno a creare con altri governi nei mesi a venire.

Viviamo in una realtà internazionale caratterizzata dall’istinto di sopravvivenza e in cui gli interessi nazionali sembrano tornati a dettare le visioni geopolitiche degli attori che popolano l’arena globale. Per quanto la pandemia presenti imprescindibili tratti caratteristici che valicano ogni confine, le risposte che emergono presentano peculiarità regionali o sovranazionali solamente in parte e soprattutto non nelle situazioni di criticità a cui è legata la necessità di una rapida azione. 

La gestione generale e le strategie di lungo respiro vengono sicuramente discusse all’interno di fori multilaterali (ovviamente per i paesi fortunati che fanno parte di organizzazioni con grande peso internazionale, quali l’UE), ma non vi è alcun timore reverenziale nel caso in cui, al presentarsi di condizioni particolari, ogni paese decida di proseguire ascoltando solo sé stesso e i propri interessi. 

Il realismo politico presenta implicazioni geopolitiche ben precise; proviamo a sintetizzarle. In primo luogo, porta, ancora una volta, all’attenzione degli studiosi delle relazioni internazionali la natura anarchica dell’arena globale – anche all’interno di regioni ove il liberalismo istituzionale ha creato le condizioni per la concertazione politica ed economica di un agglomerato di stati – anche in un periodo storico caratterizzato dalla presenza massiccia di minacce transnazionali, non solo la pandemia da COVID-19, ma si pensi altresì al cambiamento climatico, le crisi migratorie, la sperequazione sociale internazionale, le minacce nucleari, la violazione dei diritti umani.

In secondo luogo, risalta un tratto caratteristico del governo Draghi. Ci si aspetta, dunque, che nei rapporti bilaterali con gli altri Stati, venga adottato un approccio che non si fermerà al regime politico del Paese la cui delegazione è accolta a Roma o nel quale il Ministro Di Maio (o chi per esso) sarà visitatore, ma che avrà fin da subito una visione di ampio raggio, in grado di produrre con pragmatismo un’analisi costi/benefici da cui scaturirà il risultato delle negoziazioni diplomatiche. 

In terzo luogo, la fragile ma incessante costruzione del progetto Europeo (come lo sognavano e volevano i padri fondatori) andrà avanti, ma con sicuri contraccolpi causati dalle decisioni che verranno prese unilateralmente dai singoli Governi nei mesi a venire. A tal proposito, le grandi sfide di stampo totalmente europeo e di lungo periodo (per esempio, Next Generation EU) giocheranno un ruolo fondamentale sulla reputazione dell’Unione nei prossimi anni. 

Infine, questo approccio verrà accolto con positività da quei regimi politici che mantengono distanze importanti di natura e di fatto rispetto alle matrici europee. Paesi come Russia e Cina (si veda anche il recente Comprehensive Agreement on Investment siglato tra UE e Cina) sono più che mai consapevoli che le loro voci saranno ascoltate indipendentemente dai regimi politici che governano i due paesi. 

In tutto ciò, sarà di estremo interesse capire l’approccio che la nuova Amministrazione americana adotterà di fronte ad attori europei (alleati dell’altro ieri e di oggi) i cui governi si ispireranno sempre più a matrici di natura realista.