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Mare in tempesta. L’attacco ucraino a Sebastopoli e la guerra navale nel Mar Nero

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L’Ucraina ha colpito con missili Storm Shadow di fabbricazione britannica il porto di Sebastopoli, in Crimea, base della Flotta russa del Mar Nero.

Ad essere stati gravemente danneggiati sono state la nave Project 775 della classe Ropucha e un sottomarino classe Kilo fermi nel bacino di carenaggio. Epicentro del bombardamento è stato il cantiere navale SevMorZavod, il più grande della penisola di Crimea, utilizzato anche per la manutenzione delle navi militari russe.

Si è trattato di un importante attacco condotto contro una di quelle grandi unità che la Russia considera come di valenza strategica. Sotto il profilo della guerra in generale il bombardamento di Storm Shadow su Sebastopoli influisce poco (politicamente invece ha un grande effetto), ma sul fronte marittimo è servito.

Non è la prima volta che gli ucraini colpiscono la Crimea, ma in pieno blocco navale del Mar Nero, che i russi stanno tentando di attuare dallo scorso 17 luglio, un attacco del genere ha una funzione ben specifica: dimostrare che Kyiv è in grado di azzoppare il dispositivo navale nemico.

Nel Mar Nero nord-occidentale, con un drone Bayraktar, la Marina ucraina ha colpito ed affondato il barchino russo KS-701 Tunets, utilizzato principalmente per il pattugliamento. Si tratta di una azione periferica ma fornisce indicazioni utili sulla presenza di piccole e rapide imbarcazioni russe nelle zone controllate dagli ucraini, con lo scopo di sabotare il “corridoio” navale danubiano.

Mentre le unità maggiori della Flotta russa incrociano le acque del Mar Nero di fronte alle coste della Romania, cioè in un’area di passaggio che al momento gli ucraini non riescono a tutelare, ci sono piccole navi inviate più a nord, come, appunto, le KS-701.

L’obiettivo strategico della Russia è rendere insidioso il passaggio del litorale occidentale del Mar Nero per le navi ucraine e, di pari passo, scoraggiare la presenza di mercantili neutrali. Strozzare il commercio cerealicolo ucraino equivale a mettere notevolmente Kyiv in difficoltà, minandone anche l’autonomia finanziaria per l’alimentazione della macchina produttiva militare e quindi per la conduzione della guerra. 

Quella russa resta, comunque, una strategia da “flotta in potenza” (opzione scelta al momento dell’affondamento del Moskva) accompagnata da incursioni tattiche nelle acque direttamente controllate dal nemico.

L’Ucraina ha la necessità di dimostrare che il corridoio di sicurezza unilaterale per le navi mercantili che percorrono la “rotta del grano” (sinteticamente definibile come Odessa-Istanbul o Odessa-Danubio) stia funzionando e che la flotta russa non stia rappresentando una minaccia per la sicurezza alimentare mondiale (scopo esterno) e per l’export di granaglie e cereali (scopo interno).

I russi stanno utilizzando il “diritto di visita” sulle navi mercantili neutrali, né pare abbiano intenzione di rientrare nella Black Sea Grain Initiative senza contropartite legate allo sblocco di fondi sequestrati e all’annullamento delle sanzioni su fertilizzanti e prodotti cerealicoli prodotti in Russia. Il presidente russo Putin questo lo ha spiegato chiaramente al suo omologo turco Erdogan.

Sotto il profilo economico-commerciale, il “corridoio” ucraino non garantisce, a causa di difficoltà logistiche ed infrastrutturali, né immissioni nel mercato di quantità di cereali tali da soddisfare la domanda internazionale, né i guadagni cui ambisce Kyiv, ma tiene in piedi l’ipotesi che esista una alternativa (resta da vedere quanto sostenibile) al reinserimento di Mosca nell’accordo sul grano del 2022 ed alla soppressione della politica sanzionista euro-occidentale.

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