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TematicheCina e Indo-PacificoMarcos jr. visita Pechino: molte promesse, poche rassicurazioni

Marcos jr. visita Pechino: molte promesse, poche rassicurazioni

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Lo scorso 3-5 gennaio il presidente filippino Ferdinand Marcos Jr. si è recato in visita ufficiale a Pechino, incontrando il presidente cinese Xi Jinping. La visita, cordiale e fruttuosa, si è conclusa con la firma di 14 accordi di cooperazione economica e l’impegno cinese ad investire circa 22 miliardi di euro in investimenti nell’arcipelago. Tuttavia, esistono molte condizioni materiali e securitarie che minano tale apparente cordiale relazione.

La visita ufficiale a Pechino del presidente Marcos Jr va a completare una cornice di scelte della sua recente insediatasi amministrazione che matcheranno il tono della sua amministrazione in politica estera negli anni a venire. Fedele alla promessa fatta in occasione del suo primo “Discorso sullo Stato della Nazione” lo scorso 25 luglio, in cui affermava che le Filippine sarebbero state un paese “amico di tutti e nemico di nessuno”, dopo aver rafforzato in diverse misure i legami di cooperazione militare e securitaria con altri partner regionali, in primis gli Stati Uniti, si è recato a Pechino per esplorare l’attitudine del riconfermato Presidente Xi e del suo politburo verso l’Arcipelago. 

In particolare, il punto su cui Marcos Jr. pare abbia insistito con la controparte cinese è la volontà di non ridurre l’interità delle relazioni sino-Filippine alle dispute nel Mar Cinese Meridionale, anzi, di accantonarle in favore dell’esplorazione di nuove frontiere di cooperazione economica, e stanti i risultati del Summit, si può affermare che almeno dal punto di vista diplomatico tale tentativo non si sia rivelato infruttuoso. Marcos Jr. e il suo entourage tornano a Manila con la firma di alcuni memorandum di cooperazione e, molto più importante, con la promessa cinese di finanziare progetti di sviluppo per circa 22 miliardi di dollari. 

Chiaramente, ben lungi dal trattarsi di un obbiettivo raggiunto, si può osservare come tali promesse siano l’incipit dell’epopea dei prossimi anni. Ben lungi dal costituire veri e propri impegni pattizi, Pechino infatti è solita promettere investimenti, specie ai suoi paesi dell’immediato vicinato, come grimaldello per accedere ad un dialogo bilaterale che può assumere diverse forme e contenuti. A conferma di ciò, molti commentatori sottolineano come alcune delle somme promesse costituiscono meri rifinanziamenti di progetti già esistenti, ed è estremamente complesso intravedere quale direzione prenderanno tali iniziative nel futuro. 

Ciò che appare evidente è come le due delegazioni non abbiano trattato in modo approfondito la querelle riguardante le dispute nel Mare, l’installazione di isole artificiali e l’incessante azione di disturbo di pescherecci e guardia costiera cinese a danno di altre imbarcazioni. Nello “scambio candido e onesto” tra i due leader, com’era prevedibile non si registrano aperture a soluzioni concrete attraverso il dialogo diplomatico, se non la promessa di ravvivare iniziative già fallite quali un dialogo tra esperti della materia e le esplorazioni congiunte di risorse naturali nel mare. Del resto, non appare plausibile che Manila possa aprire ad un negoziato bilaterale con la Cina senza il rischio di essere pesantemente soggetta all’evidente ed enorme asimmetria di potere economico e militare tra i due paesi. 

È tuttavia apprezzabile notare come, rispetto al suo predecessore Duterte, Marcos Jr. abbia mostrato un cauto e amichevole interesse ad esplorare la cooperazione tra i due paesi, senza tinte di entusiasmo revisionista. È ragionevole ritenere che, stante la storia di buone relazioni tra la famiglia Marcos e Pechino, in uno con una serie di lezioni apprese dal recente passato, il presidente e la sua amministrazione stiano provando a sfruttare la loro buona reputazione presso il Partito Comunista Cinese, nella speranza di ottenere benefici economici, allo stesso tempo “trincerandosi” per quanto possibile nelle iniziative di sicurezza statunitensi nell’area. Tuttavia, la strada per espandere tale relazione tra i due paesi oltre le acque del Mare sembra un obbiettivo che richiederà un allineamento di condizioni favorevoli per l’arcipelago: in primis una concreta rassicurazione cinese circa le sue intenzioni nel Mare, e in secondo luogo l’effettivo materializzarsi di una buona parte di quanto promesso. Il rischio è quello di commettere gli stessi errori strategici della precedente amministrazione, che pur sottostando a molte delle condizioni avanzate dalla Cina non è tuttavia riuscita ad ottenere i risultati economici sperati. 

In conclusione, è verosimile ritenere che la partita tra il colosso cinese e l’arcipelago stia entrando in una nuova fase, forse di cauto avvicinamento ma senza dubbio di perdurante tensione. In questo, va osservato, il riallacciamento dei legami securitari con gli Stati Uniti e con altri Paesi della regione è “un male necessario per Manila”, la quale vive da troppi anni in modo drammatico la sua prossimità con il Dragone. In questo, a prescindere dal prestigio che Marcos Jr, la sua famiglia e il suo entourage godono presso Pechino, non si ritiene verosimile che la politica estera di Manila viri verso una vera e propria ambivalenza tra le due superpotenze, tipica di paesi della regione quali la Malesia, l’Indonesia e Singapore. Allo stesso modo, infatti, in cui le Filippine non possono esporsi tout court verso Pechino senza rassicurazioni dal punto di vista securitario, la Cina parimenti non può accettare di essere impegnata seriamente dal punto di vista economico e diplomatico con un Paese che rimane un “major non-NATO ally” statunitense. In questo scenario, è probabile che Marcos Jr possa trovare successo anche semplicemente mantenendo un’ipocrita, ma stabile, status quo

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