Mar di Levante, il mare della discordia

Le rinnovate tensioni nel Mediterraneo orientale hanno cominciato ad emergere già dal tardo 2011, quando Cipro ha iniziato le trivellazioni in mare aperto e la Turchia ha risposto con la minaccia di manovre navali. Se i contestati confini marittimi e l’esplorazione delle riserve di gas naturale offshore sono alla base dell’odierna querelle, bisogna aggiungere che il rallentamento dei colloqui sponsorizzati dalle Nazioni Unite per la riunificazione dell’isola non ha aiutato di certo.Nel settembre 2011 Cipro con l’aiuto dell’americana Noble Energy ha iniziato ad esplorare il mare a sud dell’isola alla ricerca di idrocarburi ed ha scoperto un enorme giacimento di gas naturale nella sua zona economica esclusiva, definita con Egitto, Libano ed Israele (ma non con Turchia, Grecia e Siria).

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I calcoli aggiornati lo stimano in circa 4.500 miliardi di metri cubi, per un valore sul mercato che gli analisti fanno variare tra i 300 e i 600 miliardi di euro.Tra le imprese straniere che avevano ricevuto il permesso di esplorare il mare dell’isola e dare impulso all’estrazione offshore del gas c’era anche il colosso italiano Eni.

Il quadro già abbastanza spinoso è poi stato ulteriormente complicato dal fatto che il 30% della Noble Energy risulta posseduto da attività riconducibili ad Israele ed il fatto che il sito denominato “Afrodite”, nel quale è stato individuato il giacimento, sconfina parzialmente nella zona economica esclusiva israeliana. La Turchia, che non riconosce la Repubblica di Cipro, ha contestato sia la definizione di tale zona economica esclusiva, sia il diritto di sfruttamento delle risorse naturali ivi scoperte argomentando che ciò non rappresentava gli interessi dei turco-ciprioti o comunque dell’isola unita.

Anzi, ha firmato un accordo sui confini marittimi con la Repubblica turca di Cipro nord, ha cominciato le proprie esplorazioni al largo di Cipro, ha annunciato trivellazioni sulla terraferma e manovre navali nei pressi dell’isola.Fermi restando il diritto di Cipro all’esplorazione e allo sfruttamento delle risorse naturali all’interno del suo confine marittimo ed il suo forte bisogno di fare cassa, cosa che permetterebbe al Paese di liberarsi dalla mono-economia basata sulla finanza, la controparte obietta che iniziare a farlo in modo unilaterale corrisponde ad una violazione dell’impegno a condividere le risorse (con il resto dell’isola) e ad un vulnus per i già fragili colloqui tesi afavorire la riunificazione dell’isola.

Il gas che poteva quindi essere un’opportunità per entrambe le parti di sedere attorno ad un tavolo al fine di trovare un accordo su come sfruttare e trasportare questa nuova risorsa e sviluppare, quindi, nuove intese, ha invece contribuito a scaldare ancora di più gli animi: nel novembre 2014 un nuovo accordo di cooperazione energetica è stato sottoscritto tra Cipro, Egitto e Grecia.

Per tutta risposta la Turchia ha inviato una nave oceanografica, la“BarbarosHayreddinPaşa”e due navi da guerra nelle acque contestate e, come confermato dal Capo di Stato Maggiore della Marina Ammiraglio BülentBostanoğlu, ha emanato nuove regole di ingaggio per le forze armate “nel caso di situazioni aventi per oggetto idrocarburi nel Mediterraneo orientale”. Le navi turche si sono posizionate proprio nelle acque dove erano in corso le esplorazioni e hanno cominciato ad infastidire ed alla fine impedire le attività delle compagnie straniere. In particolare, le tensioni maggiori si sono sviluppate nel settore degli italiani, dove Eni è presente con i suoi mezzi.

E i partner occidentali? Gli Stati Uniti e l’Unione Europea non si sono spinti oltre le critiche contro Ankara, considerata necessaria per far fronte comune sia contro la crisi in Siria siacontro gli estremisti dello Stato Islamico. A fine 2014 il Parlamento europeo è intervenuto condannando l’azione turca con la risoluzione del 13 novembre. Ankara, attraverso esponenti del governo della parte turca di Cipro, ha rigettato, ovviamente, in toto le accuse.In verità più volte il governo della parte turca di Cipro ha provato a tendere la mano aNicosAnastasiades: a novembre l’ultimo tentativo, senza successo.

La Turchia ha richiesto principalmente che vi sia un’equa spartizione delle risorse energetiche dell’isola tra la comunità greca e quella turca, però nell’opporsi alle licenze concesse da Cipro alla statunitense Noble Energyha cercato anche di assecondare le pretese libanesi su un’area di circa ottocento chilometri quadrati che Cipro ed Israele invece si sono spartiti. Cipro,forte dell’appoggio UE,non intende rinunciare ai diritti di sfruttamento dei fondali antistanti Israele e non si lascia intimorire dal dispiegamento di forze aeronavali turche nell’area contestata, anche se da Bruxelles sono giunti a Nicosia inviti a concedere eque compensazioni finanziarie alla comunità turca dell’isola.

Quanto all’eventuale delimitazione degli spazi marittimi tra la Turchia e la Repubblica turca di Cipro nord, il governo di Nicosia non è sembrato eccessivamente preoccupato: la Turchia è infatti l’unico paese a riconoscere la stessa Repubblica e quindi l’accordo varrebbe solo tra le due parti. Oltretutto la Turchia non ha mai ratificato la Convenzione sul diritto del mare per rimarcare il suo dissenso rispetto al nuovo istituto della zona economica esclusiva ed all’estensione delle acque territoriali a 12 miglia. Sfruttando la sua posizione geografica e la sua vocazione marittima, Cipro si è proposta come il motore politico di una rete di relazioni con i Paesi vicini dedicate al tracciamento dei confini delle zone economiche esclusive, allo sfruttamento delle risorse offshore, alla cooperazione nelle attività di soccorso e salvataggio in alto mare e nel contrasto dei traffici marittimi illeciti. Dall’altro lato l’agitazione turca in ultima analisi è sembrata voltain gran parte al voler ostacolare più che altro il processo di riunificazione dell’isola.

Evitare un aggravarsi della crisi del Mar di Levante è una priorità anche alla Turchia, che nonostante il nuovo corso di politica estera del presidente Erdoğanrimane ancora legata alla Nato ed ai principi di legalità internazionale. La via della cooperazione e della soluzione arbitrale della controversia non può che essere l’unica, come del resto auspicato anche dal Consiglio di sicurezza dell’ONUsin dalla risoluzione 395 del 1976.Sembra quindi il momento che la Turchia abbandoni le posizioni di diffidenza verso il moderno diritto del mare che nel 1974, durante la controversia con la Grecia per l’Egeo, l’avevano indotta a recedere dalla soluzione giurisdizionale. Inoltre, i principi della Convenzione le consentirebbero di far valere adeguatamente le pretese a spazi di zona economica esclusiva proporzionali al proprio sviluppo costiero.

Anche perché la Turchia necessita di abbondanti e sicuri approvvigionamenti energetici per alimentare la propria rampante crescita economica. Il consumo metanifero, che contribuisce per quasi la metà alla produzione elettrica del paese, si è attestato nel 2012 a 48,5 miliardi di metri cubi. Una situazione di per sé non critica, se non fosse che la quasi totalità del gas consumato è di importazione: infatti il fabbisogno metanifero turco è attualmente soddisfatto da soli tre paesi: la Russia, con una quota del 55% del mercato; l’Iran, con il 25% e l’Azerbaigian, col 10%