Le profonde acque del Mar Cinese Meridionale

L’attentato sventato all’aeroporto di Manila “Ninoy Aquino”, nel mese di settembre, mostra come le controversie territoriali e l’incapacità degli attori in gioco di risolvere le dispute nel Mar Cinese Meridionale possano condurre ad una deriva violenta, destabilizzante per i paesi interessati. Le azioni intraprese dagli attori regionali in seno all’ASEAN (Associazione delle Nazioni del Sud-est asiatico), cosi come la strategia statunitense nell’area non sembrano in grado di ottenere risultati contro l’aggressiva politica estera cinese.

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Il primo settembre le forze di sicurezza filippine (notevolmente migliorate insieme alle altre attive nella regione a partire dagli attentati di Bali del 2002) hanno sventato un attentato al terminal 3 dell’aeroporto internazionale di Manila “Ninoy Aquino”. Nell’operazione di contro-terrorismo, sono stati arrestati 3 membri del gruppo nazionalista “USA Freedom Fighters of the East” (USAFFE), formazione paramilitare anti-comunista nata nel 2001 con lo scopo di contrastare i militanti di estrema sinistri attivi sull’isola di Mindanao. Durante le prime indagini è emerso come il gruppo stesse pianificando anche un attentato contro l’ambasciata cinese e un grande centro commerciale (SM Mall of Asia) presenti nella capitale. Secondo le autorità filippine, il gruppo non costituisce “una minaccia alla sicurezza nazionale”, tesi rafforzata dall’analisi del materiale in possesso degli attentatori, estremamente rudimentale e poco potente. Lo scopo di questi attacchi, come confessato dallo stesso leader dell’organizzazione Ely Pamatong, arrestato il 3 settembre, era di rendere pubblico il malcontento verso la presunta arrendevolezza del governo nella disputa con la Cina per il controllo degli arcipelaghi comprendenti le isole Spratly e Paracel nel Mar Cinese Meridionale. La notizia ha suscitato l’immediata reazione di Pechino, che, tramite la sua ambasciata, ha richiesto al governo filippino di svolgere indagini approfondite sulla vicenda e assumere “ogni azione volta a garantire la sicurezza dell’ambasciata cinese, del suo staff e dei cittadini cinesi residenti nelle Filippine”. Il Ministero degli esteri filippino, attraverso una nota scritta, ha con fermezza preso le distanze dall’accaduto sottolineando come gli attentatori e le loro modalità di azione non rispecchino in nessun modo la posizione del governo, contrario a risolvere la disputa in atto con il ricorso della violenza.

Quanto avvenuto nelle Filippine mostra come i contenziosi territoriali e i contrasti economici e commerciali potrebbero dunque assumere una deriva violenta sulla falsa riga di quanto avvenuto in Vietnam dove sono stati registrati attacchi ad aziende e cittadini cinesi o di paesi considerati vicini a Pechino, con un bilancio di parecchi morti. Il fatto che le popolazioni dei paesi in contrasto con la Cina vivano i propri governi come “permissivi” nei confronti di Pechino dice molto sulla reale efficienza delle politiche intraprese, totalmente incapaci di contrastare l’arroganza della politica estera cinese. A partire dal mese di gennaio, il “dragone”, con la chiara volontà di proiettarsi nel Pacifico Occidentale, si è addirittura lanciato nella costruzione di 3-4 isolotti vicini alle Spratly con il duplice intento di aumentare la propria presenza militare nell’area e preparare il terreno al controllo effettivo dei mari attraverso l’installazione di radar ed altra strumentazione avanzata. Inoltre modificando creativamente la topografia dell’area la avvicinerebbe al proprio territorio, facendo ricadere le isole nei 200 miglia nautici richiesti dall’UNCLOS, la Convenzione Onu sul diritto del mare del 1982, per l’individuazione della zona economica esclusiva (ZEE).

Al centro del contenzioso ci sono le Spratley e le Paracel, due arcipelagi del Mar Cinese Meridionale che non hanno nulla da invidiare a location tropicali ma che stanno emergendo come uno dei maggiori punti di conflitto presente e futuro sullo scacchiere internazionale in ragione della loro rilevanza strategica. Il motivo della loro importanza sta nel fatto che nelle acque che le circondano, principale hub di pesca della regione, solcano il 50 % delle petroliere complessive. Ma non finisce qui: si stima che l’area abbia riserve petrolifere pari a 7 miliardi di barili e gas naturale per 900 trilioni cubici. Tanto per intenderci gli Stati Uniti, facendo riferimento alle stime della EIA, hanno riserve di gas naturale per 300 trilioni cubici e la Cina per 150. Naturalmente al momento non vi è ancora la certezza che le stime fatte siano del tutto veritiere, ma l’analisi delle ricchezze minerali delle aree limitrofe nonché le prime esplorazioni approfondite fatte (la CNOOC – China National Offshore Oil Corporation – ha annunciato nella seconda decade di settembre di aver effettuato la prima scoperta di gas naturale in acque profonde) lasciano veramente pochi dubbi. La Cina reclama da sempre la porzione di territorio maggiore, un’area identificata dalla “9 dash line”, una curva ad U che racchiude centinaia di miglia a sud e ad est dalla provincia meridionale di Hainan, la parte più a sud del territorio cinese. Pechino giustifica le sue rivendicazioni su “2000 anni di storia” anche se ufficialmente le sue pretese nascono nel 1947 quando attraverso la creazione di una mappa estremamente dettagliata cercò di mostrare come le isole ricadessero interamente nel suo territorio. Pechino rifiuta costantemente la possibilità di trovare un accordo con l’ASEAN basato sulla UNCLOS, dato che per lei l’area rappresenta un interesse per il quale non è disposta a fare sconti e, se necessario, mostrare i muscoli. Il Vietnam afferma di essere in possesso di documenti che attestino come si sia occupata attivamente dell’amministrazione delle isole a partire dal 17° secolo. Le Filippine basano il tutto sulla prossimità geografica delle isole al loro territorio e negli ultimi mesi sono al centro di continui contenziosi con il governo cinese, non ultimo quello relativo alle Scarborough Shoal, un limbo di sabbia bianca a sud delle Spratlys che entrambe rivendicano senza troppi giri di parole. Infine la Malaysia ed il Brunei chiudono il cerchio chiedendo la sovranità sui territori che cadono, secondo quanto definito dalla UNCLOS, nella zona economica esclusiva .

Nonostante il lancio, più per necessità che per scelta, della strategia “Pivot to Asia” (un ribilanciamento della politica estera verso il continente asiatico e la Cina) da parte degli Stati Uniti, l’aumento delle tensioni negli ultimi mesi può essere letto come il risultato dell’incapacità dei governi della regione, timorosi delle aspirazioni egemoniche della Cina, di assumere una posizione coerente con il raggiungimento degli obiettivi prefissati, sia in un’ottica multilaterale che bilaterale. In seno all’ASEAN, l’incapacità di definire una strategia da contrapporre alla politica “imperialista” cinese, rappresenta di fatto una vittoria per Pechino, che, come detto, ha già più volte ribadito la sua volontà di risolvere la questione attraverso accordi bilaterali, a porte chiuse, con i singoli stati, evitando la mediazione internazionale e l’accettazione di qualsivoglia codice comportamentale. Anche l’EDCA (Enhanched Defense Cooperation Agreement) siglato dagli Stati Uniti con le Filippine a fine aprile, rappresenta un’arma a doppio taglio, capace solo in parte di tutelare gli interessi strategici americani nel Mar Cinese Meridionale e stabilizzare la situazione. Questo perché l’accordo in questione propone un’idea di contenimento, che innalza il livello di guardia, e difficilmente favorisce l’instaurazione di un rapporto di fiducia con la Cina che, invece, potrebbe irrigidirsi sulle sue posizioni. Un aumento dell’aggressività della politica estera cinese comporterebbe diversi problemi da un punto di vista strategico per gli Stati Uniti che, per continuare a tutelare i propri interessi, devono necessariamente poter godere della libertà di navigazione e di sorvolo dell’area, cosi come sottolineato nell’ASEAN Regional Forum di Hanoi del 2010 dal Segretario di Stato Hillary Clinton. Cosa non scontata dato che la Cina vorrebbe che il transito di navi militari nella sua zona economica esclusiva fossero effettuati solo previo consenso. Inoltre, non sembra impossibile che la Cina avanzi la pretesa di imporre una zona di identificazione per la difesa area sulla falsa riga di quanto annunciato nel Mar Cinese Orientale. Attualmente non vi sono all’orizzonte possibilità che eventuali limitazioni riguardino anche le rotte commerciali dal momento che tutti i paesi dell’Asia Pacifico, compresa la Cina, hanno forti interessi nell’evitare interferenze sui traffici commerciali. Gli Stati Uniti, le Filippine e gli altri attori operanti nell’area hanno tutto l’interesse a non alzare il livello di scontro, cercando di ottenere il riconoscimento delle loro pretese attraverso un ricorso alla Convenzione del Diritto del Mare delle Nazioni Unite e risolvendo la disputa per via diplomatica. L’escalation di tensioni nell’area mostra come un Codice di Condotta, in grado di disciplinare le relazioni dei paesi nell’area sia indispensabile. Un innalzamento della tensione nel Mar Cinese Meridionale, parallelamente ad una incapacità politica di affrontare in maniera efficace ed olistica la disputa rischiano inevitabilmente di aumentare l’irrequietezza delle popolazioni e potrebbero favorire proteste anti-cinesi suscettibili di sfociare in azioni violente.