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TematicheMedio Oriente e Nord AfricaI Manchurian candidate del Paese dei gelsomini

I Manchurian candidate del Paese dei gelsomini

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Il destino di alcuni paesi porta lo stigma originario della geografia; la Tunisia non fa eccezione. Vaso di coccio tra i due vasi di ferro algerino e libico, Tunisi si proietta verso le acque del Canale di Sicilia, fatale tentazione strategica del (fu) governo Cairoli, tristemente celebre per lo schiaffo assestatogli dalla Francia che, nel 1881, fedele alla sua linea politica, da Tolone condusse i suoi soldati sulle sponde africane. Conclusione: francesi contenti; inglesi anche per lo scampato pericolo di un governo in grado di chiudere a piacimento il varco centrale mediterraneo; tedeschi soddisfatti per i divisivi esiti politici desiderati; italiani scontenti ed insoddisfatti, secondo refrain.

La storia corre, la geopolitica si evolve, gli equilibri politici e di potenza mutano disegnando schemi variabili che, o percorrono iter diversi pur in presenza degli stessi attori, come avviene nell’intricata liaison libica tra Italia e Turchia, oppure confermano rodati cliché coloniali; tra il 1954 ed il 2010 la Tunisia conosce solo due leadership, quella di Habib Bourghiba, che raccoglie l’eredità monarchica Husayde, e quella di Ben Ali che, agevolato anche dall’Italia, spinge il vecchio leader sul viale del tramonto, ignaro del fatto che, nel 2010, conoscerà stessa sorte per mano di un venditore ambulante, Mohammed Bouazizi, datosi alle fiamme per protesta e morto dopo 18 giorni di agonia. È il Paese dei Gelsomini ad innescare le Primavere Arabe, che si propone come unica repubblica democratica della umma, salvo trovarsi invischiato nel fallimento politico di Washington, incapace di gestire gli esiti di elezioni democratiche da cui prende le distanze, in un’area da studiare e comprendere e non solo da scuotere; le Primavere acuiscono le dinamiche attivate dall’invasione iraqena del 2003, che spalanca tutti i varchi utili all’influenza iraniana mentre il jihadismo interno ed esterno prende vigore. Washington è ondivaga: Obama assiste al caos egiziano; Trump sostiene che gli USA non hanno più bisogno del petrolio del Golfo; Biden, tra i due fronti ucraino ed indo pacifico, e dopo aver frustrato l’orgoglio emiratino e saudita, cerca di rassicurare gli alleati intimoriti sia dalle possibili conseguenze del pivot to Asia, sia dall’evoluzione delle negoziazioni del JCPOA, visto sia come chiave d’accesso iraniana al potere nucleare, sia come passepartout per incrementare la produzione di greggio in luogo di quella russa. Le leadership mediorientali ora invocano gli USA, pur a lungo ritenuti responsabili di guerre vissute come attacchi all’Islam, per aver innescato scontri settari, per non aver saputo completare il disegno politico delle Primavere; ci si trova in una situazione di instabilità, che richiede un uso accorto della diplomazia prima che i conflitti deflagrino, ed in cui Russia e Cina, secondo il principio per cui nelle relazioni internazionali non possono ammettersi spazi vacanti, si sono incuneate. Le rivendicazioni del 2011 non hanno portato a nessuna misura concreta, tanto che il movimento che ha determinato la caduta di Ben Ali non è mai giunto ad organizzarsi in forma partitica. Dopo il 2011 la Tunisia diventa teatro della contrapposizione tra il binomio EAU-Arabia Saudita ed il Qatar, pronti ad ingenti prestiti, benché il volume degli investimenti dei Paesi del Golfo rimanga più basso rispetto a quello europeo; pur di proiettare la propria influenza in Africa settentrionale, Doha scommette sull’Islam politico sia in Tunisia con Ennahda, che in Egitto con Morsi. La Tunisia attuale è quanto rimane dell’esperimento politico che, da un lato sta vedendo soccombere la Fratellanza Musulmana di Rached Ghannouchi, coinvolta nell’ultima inchiesta contabile che l’ha vista tra i percettori di finanziamenti illeciti per le elezioni legislative del 2019, reato che certificherebbe la sua prossima inidoneità a partecipare alle elezioni, e dall’altro ha assistito all’ascesa di Kais Saied, spregiativamente appellato come Robocop per la sua parlata meccanica, mentre i populisti esasperano la polarizzazione tra sostenitori e oppositori del presidente, innescando reazioni potenzialmente incontrollabili. La presa di potere di Kais Saied, sostenuto dal fratello Naoufel, ha indotto diversi osservatori a considerare la possibilità che la jihad possa sfruttare la situazione tunisina specialmente alla luce di quanto riportato dai magazine pro Isis, per cui la promozione dell’Islam attraverso qualsiasi sistema che non sia la sharia, non può avere successo, cosa che pone in risalto il deterioramento dell’aspetto securitario del Sahel, dove Tunisia e Mauritania assumono posizioni di rilievo nello scacchiere difensivo della NATO. Lo scioglimento del Parlamento, peraltro già sospeso con un colpo di stato bianco, insieme con la redazione della bozza della nuova costituzione,  unitamente all’uso dei tribunali militari per processare i civili, ha posto in evidenza l’impalpabilità dei partiti politici, aspetto questo che, pur allarmando la comunità internazionale, non ha fatto recedere il Presidente dal rifiuto di acconsentire alla presenza di osservatori stranieri alla prossima consultazione elettorale di dicembre; una costituzione, beninteso, da cui Sadok Belaid, docente e presidente della commissione incaricata della sua redazione, ha preso le distanze; un elaborato da un punto di vista religioso più conservatore di qualsiasi ipotesi i partiti islamisti abbiano osato proporre, e da un punto di vista del bilancio non in grado di fornire soluzioni valide. Società ed economia agevolano la situazione, visto che esigua crescita, altissimi livelli di disoccupazione e corruzione endemica, costringono i tunisini a difficoltà insormontabili per assicurarsi i generi di prima necessità. Nel 2021 il debito pubblico ha toccato l’85,8% del Pil, inducendo l’agenzia Fitch a declassare il rating tunisino a “CCC”, ed a preventivare nel 2022 un disavanzo pubblico pari all’8,5% rispetto al 7,8% del 2021, che mette a rischio l’accesso tunisino al mercato finanziario internazionale. L’improbabile crescita verrà penalizzata dall’aumento dei sussidi relativi a carburanti e beni alimentari, ed aggravata dall’incremento dell’inflazione che, a marzo, ha raggiunto, il 7,2%, rispetto al 4,8% dell’anno precedente, senza contare la perdita annua di 1,2 miliardi di dollari per i flussi finanziari illeciti, ammontanti a circa il 3% del PIL. La guerra in Ucraina, infine, è il detonatore dell’ulteriore crisi alimentare, visto che il 50% degli approvvigionamenti tunisini di grano vengono da Kiev. La Tunisia ha l’anima divisa in due: le regioni costiere, più ricche ed organizzate, e quelle del centro-sud, con manodopera sottopagata, alti tassi di disoccupazione, e dove l’assunzione nel pubblico rimane una delle poche possibilità. Il default è alle porte, a meno che non intervenga il FMI che tuttavia richiede scelte impopolari come tagli ai sussidi e congelamento dei salari pubblici, misure considerate dal Presidente quali diktat inaccettabili; a questo si aggiungono le pressioni esercitate da UE e USA che, connesse alla situazione politica, rafforzano di flesso la crisi economica e sociale. Saied deve quindi affrontare un Catch-22: se non troverà un durevole accordo con il FMI, preceduto da un entente con il sindacato UGTT, sarà ricordato come il presidente del default; se vi perviene, sarà rammentato come il Presidente che ha aperto le porte all’instabilità. L’indipendente Professeur Saied, docente di diritto eletto nel 2019, uso all’arabo classico e ricercato, è un outsider di successo: da lui ci si attende una quieta remissività. Mai errore di valutazione è stato più marchiano. Prima della competizione elettorale Saied costituisce un gruppo formato da elementi di diverse estrazioni, tutti accomunati dal desiderio di rottura politica e determinati a riappropriarsi di una rivoluzione che vedono sconfessata da partiti inaffidabili e quadri intermedi inefficaci; nasce il movimento Mouassissoun che evidenzia un desiderio di cambiamento radicale. La campagna elettorale di Saied è minimal, poggia sui giovani e sul suo presentarsi come l’uomo della provvidenza, forte di uno slogan semplice e d’effetto: il popolo lo vuole. Saied non indica tabelle di marcia, rimane vago, basa tutto su rettitudine ed onestà, insiste sull’inefficacia dei partiti politici e sul ritorno di uno Stato forte guidato da un Presidente espresso dal popolo. Oltre al contatto diretto e reticolare, il movimento sfrutta Facebook; il 25 luglio 2021, mentre il fantomatico Movimento 25 luglio via social invita i tunisini a scendere in piazza, invocando successivamente l’espulsione dell’ambasciatore turco, viene rimosso il primo ministro Michichi, islamista moderato di Ennahda con la sospensione per 30 giorni delle attività parlamentari. Il presidente dell’Assemblea Ghannouchi, non senza fondamento ma non potendo nemmeno scagliare alcuna pietra, grida al colpo di stato, scontrandosi con i militari che impediscono l’accesso all’Assemblea dei Rappresentanti del Popolo. La freschezza politica di Ennahda è stata breve come la primavera che l’ha sospinta; Saied si scontra da subito con Mechichi e Ghannouchi, in un contrasto che blocca lo Stato bruciando le risorse necessarie alle emergenze nazionali, e che deve tenere conto del fatto che Ennahda è la più grande forza politica tunisina, abile sia nell’ottenere il governo del paese pur senza disporre della piena adesione delle élite politiche ed amministrative, preoccupate per la sua contiguità con gli estremismi radicali, sia nell’adozione di una politica trasformista e di compromesso, unita al coming out di responsabili amministrativi e politici falsamente spacciatisi come indipendenti, che ingenera dubbi circa l’esistenza di strutture parallele a quelle statuali; tutto concorre all’insuccesso elettorale del 2019.  È proprio il navigato Ghannouchi, mentre allestisce un’attività politica parallela intessuta con Ankara, a commettere l’errore di sottovalutare il Professore, che non accetta di far parte di un neutro simbolismo istituzionale. La prossimità turca è per Saied un’umiliazione intollerabile e gli suggerisce, senza clamori, di cavalcare il malcontento. Cade l’immunità parlamentare, si indicano i responsabili sia della crisi economica che dei decessi causati da una maldestra gestione pandemica: le percentuali parlamentari impediscono qualsiasi valida alleanza, mentre i centri vaccinali anti Covid vengono affidati all’Esercito, rimasto a prudente distanza dalla competizione politica. In molti non trovano giustificazione dottrinaria alle misure del Professor Saied, dato che l’art. 80 della Costituzione prevede la convocazione assembleare in sessione permanente, e che il privare delle immunità è prerogativa del potere legislativo. Il Professore la spunta e nomina, per la prima volta nella storia tunisina e del mondo arabo, una donna primo ministro, l’ingegner Najla Bouden Romdhane, non bene accetta da tutto l’arco istituzionale e che si trova al centro di un quadro in cui Saied, detenendo i poteri legislativo e giudiziario, disegna un sistema basato su un potere presidenziale che richiama panarabismi Nasseriani, alla Gheddafi, alla nuova repubblica gollista, ma con uno spiccato conservatorismo sugli aspetti sociali. Il Professore non è un uomo da compromessi, ed anzi tiene a rammentare spesso le contraddizioni dei suoi antagonisti: questo è il core dell’attuale crisi politica. Che Saied sia inflessibile, del resto, è noto anche a Nadia Akacha, a lungo suo capo di gabinetto, e presunta responsabile di telefonate che hanno messo in dubbio l’instabilità psichica del Presidente, ed ora parte del squadra di consiglieri che, dal 2019, sono stati dimissionati da Saied. Mentre vengono certificati i precedenti fallimenti governativi, Ennahda, incapace di un progetto di lungo periodo, diviene il punto radiante ed evidente della corruzione. Non è solo una crisi politico economica, ma morale, dove il senso della democrazia si disperde per far emergere un populismo che a destra di Ennahda si radicalizza con la formazione Karama che guarda agli aspetti identitari; con i progressisti di Nidaa Tounès e successivamente con Tahya Tounès, più i (complottisti) nostalgici del passato regime, i Desturiani Liberi. Mentre il potere si presidenzializza secondo un’inedita forma di democrazia diretta e soprattutto con modalità che ricordano l’Egitto di al Sisi anche nel richiedere il sostegno finanziario del Golfo, emergono elementi connotati da aspetti religiosi, di nuovo inaspettatamente in risalto. La politica estera vede la Tunisia fuori allineamento, con una diplomazia populista incapace di considerare sia le necessità strategiche sia di valorizzare una terzietà impossibile viste prospettive d’oltre confine, specie quelle cinesi così invise a Parigi che non solo cerca di contenere Ankara, ma che non vede di buon occhio l’aspirazione di Tunisi di diventare hub sino africano con il Marocco, con alle spalle Pechino interessata alla ricostruzione libica. Ad oggi il patrono del sistema è Kais Saied che sta percorrendo la medesima traiettoria di Bourghiba, assumendosi la responsabilità dell’ennesima riforma costituzionale. La Tunisia dei Gelsomini ha dovuto optare tra il Mavi Vatan turco, o continuare a guardare alla Francia, oppure a fare i conti con la presenza economico militare degli USA, visto che il collasso libico Gheddafi ha trasformato il Paese nella chiave di controllo del nord Africa. All’ombra del Palazzo di Cartagine si scontrano dunque Turchia ed Egitto; mentre l’Italia rinuncia a qualsiasi ruolo mediatore, la Francia sostiene il Presidente e dà l’assenso alle sue manovre. Le alleanze che hanno frantumato la Libia si ripetono in Tunisia: Erdogan attacca Saied, l’Egitto lo sostiene, crollano l’egemonia della Fratellanza Musulmana ed il soft power ancirano: comincia a prendere corpo l’extrema ratio del pronunciamento militare. Proprio partendo dalla Libia si può comprendere la rilevanza tunisina in Nord Africa secondo dinamiche ben comprese da Francia e Turchia ma molto meno dall’Italia che pure, in caso di crollo istituzionale di Tunisi, ne sarebbe la più fortemente colpita. Una delle domande da porsi è se la paternità dei cambiamenti tunisini debba essere ascritta all’abilità di Saied, all’incapacità di Ennahda o piuttosto alle disillusioni post rivoluzionarie, refrattarie alle interferenze esterne, aspetto questo che la diplomazia americana, nei suoi approcci, dovrebbe valutare, almeno per una volta, attentamente. Laddove gli USA per una questione di principio optassero per un taglio degli aiuti, otterrebbero come accaduto con Riyadh un effetto opposto: la loro sospensione da un lato metterebbe in ginocchio la società tunisina, e dall’altro minerebbe le capacità militari spingendo Tunisi, indispensabile nel contenimento jihadista, nell’abbraccio di Russia e Stati del Golfo, pronti a colmare il disavanzo finanziario senza mettere condizioni per le condotte politiche interne. L’azione americana, in sintesi, dovrebbe percorrere un iter bilanciato, con policy maker capaci di attendere. Per Ennahda ora si delinea una crisi senza precedenti, ed anche se è ancora in grado di portare non meno di 20.000 dimostranti nelle piazze, la dirigenza, sull’orlo della spaccatura, comincia a non intravvedere più prospettive politiche, anche alla luce della prudenza turca e qatarina, ed alla soddisfazione di buona parte del mondo arabo per l’insuccesso di un’espressione della Fratellanza Musulmana. La politica estera è ancora determinante, come provato dai rapporti con l’Algeria, con cui Saied ha ristabilito contatti più cordiali sia con la riapertura delle frontiere, sia con la revisione della posizione tunisina in merito alla disputa che vede contrapposta Algeri, che sostiene il Fronte Polisario, a Rabat. Da non escludere altri due aspetti di notevole interesse, ovvero la vendita di gas algerino a prezzi preferenziali ma con approvvigionamenti che tengono conto dei migliori offerenti europei, ed il tentativo del Presidente Tebboune di allontanare Tunisi da qualsiasi ipotesi di normalizzazione nei rapporti con Israele. Torniamo all’interno. I prossimi due anni, pur con l’alea di una crisi in atto su più dimensioni, potrebbero essere contrassegnati da una definitiva débâcle istituzionale, in funzione di una democrazia diretta per cui la sovranità verrà, secondo Saied, riaffidata al popolo. Pur in presenza di un declino di consensi, il Presidente non sembra insidiato da attacchi da parte dell’opposizione, in primis Ennahda, di fatto anticipata da Saied, indotto all’azione sia dalle posizioni critiche assunte dai grandi gruppi bancari francesi quali il Crèdit Agricole, sia dalla possibile ascesa fondamentalista; insomma un concorso di fragilità che, dopo le Primavere Arabe, hanno determinato il ritorno degli autoritarismi. Le transizioni democratiche sono fragili: la frammentazione del sistema tunisino non ha permesso il consolidamento del potere, consentendo a Saied di adottare il suo divide et impera, da sostituire in futuro con il modello centralizzato assicurato dalla rivisitazione referendaria in tema costituzionale che entrerà in vigore alla fine del mese di agosto. Anche se in presenza di una bassa affluenza, la fazione pro Saied ha ottenuto il successo, come avvenuto in Algeria, grazie anche alla mancanza di un quorum prestabilito. Il Capo dello Stato assumerà dunque una valenza totalizzante, esercitando complete funzioni esecutive e legislative, dichiarando lo stato di emergenza in caso di pericolo imminente e senza sottostare a controlli; come accennato, non vi saranno più riferimenti all’Islam in quanto religione di Stato, anche senon c’è da attendersi alcuna svolta laica poiché, per Saied, lo Stato ha il compito di realizzare gli obiettivi religiosi della umma. Insomma, ad un passo dallo Stato teocratico. Punto dottrinale fondante: la nuova Costituzione non prevede sistemi di controlli e contrappesi, cosa che conduce la Tunisia verso un iper presidenzialismo che non contempla impeachment per il Capo dello Stato e con un parlamento ideato per essere fragile. Tenuto conto dell’insuccesso politico di Ennahda, e della stanchezza della società, si può considerare reale l’ipotesi di stato d’eccezione, dove esiste forma legale di tutto ciò che legale non potrebbe essere, dove esiste un ordine sospeso e comunque spezzato, dove.. il potere si genera perché i poteri che sono stati divisi, esecutivo, legislativo e giurisdizionale, agiscono insieme. Nei prossimi mesi sarà più chiara l’architettura costituzionale dello Stato tunisino, UGTT permettendo; di certo l’insieme delle circostanze, insieme all’exploit di elementi cripto salafiti, non può non indurre a preoccupazioni negli attori confinanti. 

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