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Malacañang 2022: il passato e il futuro delle Filippine si incontrano

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Nel 2022 le Filippine sceglieranno la propria guida nel decennio che si prospetta come uno dei più complessi della loro recente storia: carico di rischi e sfide, ma anche di opportunità. A causa della sua posizione geografica, della sua esplosione demografica e della crescita economica degli ultimi anni, il paese dovrà scegliere un leader che garantisca stabilità e crescita in un contesto regionale sempre più complesso. In questo articolo si illustrerà il panorama politico del paese, i candidati alla presidenza e i principali temi elettorali. 

Le Filippine sono una repubblica presidenziale, le cui radici democratiche risalgono già al periodo della colonizzazione americana: durante gli anni ’30 del XX secolo, infatti, gli statunitensi garantirono all’arcipelago lo status di “Commonwealth”, concedendo un certo grado di capacità di autogoverno alla colonia d’oltreoceano, per costituirsi come stato indipendente nel 1946. La storia democratica del paese, tuttavia, subì due importanti punti di regressione, uno durante l’invasione giapponese durante la seconda guerra mondiale, in cui fu instaurato un governo “fantoccio” filo-nipponico, l’altra nel periodo tra il 1965 e il 1986 in cui l’esperienza democratica interrotta dall’instaurazione di un regime dittatoriale da parte del Presidente Ferdinand Marcos. L’omicidio nel 1983 di uno dei più autorevoli oppositori politici del regime, Benigno “Ninoy” Simeon Aquino, provocò stagione di rivolte popolari, portando nel 1986 alla pacifica destituzione di Marcos e alla fuga del Presidente e della sua famiglia negli Stati Uniti. 

Le Filippine dell’era post-Marcos videro l’elezione della prima donna alla presidenza, la vedova di “Ninoy”, Corazon Aquino, e l’adozione di una nuova Costituzione, tutt’ora in vigore. In questo quadro, per molti anni la politica filippina al vertice è stata “figlia” degli Aquino e della loro eredità: il partito liberale o “giallo” da essi guidato ha espresso tutti i presidenti fino al 2016, con l’elezione alla presidenza di Rodrigo Duterte. Il Presidente uscente ha rappresentato per la politica locale un fattore di discontinuità: l’introduzione di brutali politiche di lotta al traffico di droga, risultanti in molti omicidi senza processo (extra-judicial killings), i tentativi di appeasement nei confronti della Cina e in generale la dialettica politica forte e spregiudicata del Presidente, hanno contribuito ad una forte polarizzazione dell’elettorato. 

Per comprendere in modo più completo la democrazia filippina, occorre tuttavia sottolinearne la caratteristica più estranea alle democrazie nostrane. Più che rappresentativi di interessi diffusi, i partiti politici si configurano come “contenitori”, che raggruppano ed esprimono gli interessi di diverse fazioni di importanti e ricche famiglie filippine, che detengono incarichi di governo sia centrale che locale da generazioni, chiamate in gergo “Dynastias” (dinastie). 

Non è infatti senza essere consapevoli del ruolo delle Dynastias che possiamo comprendere il panorama dei candidati odierni. I due candidati favoriti, infatti, non potrebbero essere più diametralmente opposti e rappresentativi di diversi gruppi di interesse, e categorie di popolazione: Ferdinand Romualdez Marcos Jr. e Maria Leonor “Leni” Gerona Robredo. 

Ferdinand “Bong-Bong” Marcos è il figlio dell’ormai defunto dittatore. Rientrato dagli Stati Uniti nel paese nel 1993, ha dedicato la sua carriera politica alla riabilitazione del nome della sua famiglia: senatore della provincia di Ilocos, nel nord del paese, ha stretto un’alleanza politica con la famiglia Duterte. Nella scorsa tornata elettorale ha presentato la propria candidatura come vicepresidente, e ora sponsorizza al suo fianco la candidatura di Sara Duterte (figlia dell’attuale Presidente) alla vicepresidenza. Marcos è riuscito a capitalizzare l’appoggio politico di molte Dynastias che prosperarono nell’epoca di suo padre, prodigandosi in un’opera di revisionismo storico secondo cui il paese sarebbe prosperato nell’epoca di Marcos sr., per essere poi caduto in povertà a causa della corruzione e inefficienza dei successivi governi. 

In opposizione a Bong-Bong, le forze politiche vicine agli Aquino e al partito liberale hanno espresso Maria “Leni” Robredo come candidata alla presidenza. Robredo ha già vinto contro Marcos jr. durante le elezioni alla vicepresidenza nel 2016, destando l’ira del candidato perdente, il quale ha più volte provato ad annullare il risultato accusando la vincitrice di truffe elettorali. Tali accuse sono state più volte dichiarate infondate dall’autorità giudiziaria. Robredo trova la sua legittimità nelle Dynastias vicine agli Aquino, nonché nella forte preoccupazione di molti cittadini di ricadere in un passato che credevano ormai alle spalle. Inoltre, Robredo è apprezzata da molti in quanto ha più volte dichiarato di non avere intenzione di candidare membri della sua famiglia in alcuna posizione governativa, durante il suo mandato. 

Il personalismo e la post-ideologia, in diverse tinte e misure, si riflettono anche negli altri tre candidati di maggior rilievo. Francisco “Isko” Moreno Domagoso, sindaco della città di Manila (una delle municipalità della grande conurbazione chiamata “Metro Manila”) è apprezzato da molti per il pragmatismo e l’efficienza con cui ha riqualificato la città, attraverso importanti opere di edilizia popolare e pulizia e bonifica di aree inquinate. Le sue umili origini, in uno con il suo successo amministrativo, hanno spinto molti ad apprezzare questo self-made man poco allineato con le fazioni politiche tradizionali. Di converso, altri “progressisti” contestano il fatto che la sua esperienza è limitata ad incarichi di governo locale, nonché la sua posizione accomodante nelle brutali iniziative di “lotta alla droga” messe in opera da Duterte. 

Altri due candidati con un certo grado di popolarità sono Panfilo “Ping” Morena Lacson, ex poliziotto apprezzato per le sue proposte in tematiche di sicurezza, e Emmanuel “Manny” Dapidran Pacquiao, ex pugile il cui attivismo religioso e sociale ha destato qualche simpatia da parte delle fasce più povere della popolazione. 

Tuttavia, i sondaggi sembrano convergere sui due candidati favoriti: Marcos jr. in testa con più del 50% delle preferenze, seguito dalla Robredo con il 25%, seppur in rimonta. L’uso capillare dei social media, e l’appoggio delle Dynastias che controllano l’elettorato nelle province (basti pensare ai Duterte nell’isola di Mindanao), sembrano garantire a “Bong-Bong” un’annunciata vittoria. 

In ogni caso, le sfide che il paese si trova ad affrontare sembrano tracciate in modo ben preciso, e secondo alcuni analisti la futura azione di governo verterà non tanto su quali di queste intervenire, ma sul come. Innanzitutto, la necessità di mantenere i buoni tassi di crescita che il paese ha registrato negli anni post-pandemia, e l’attuale ripresa, in un contesto regionale estremamente dinamico e competitivo qual’è l’ASEAN, di cui le Filippine fanno parte. Il Paese dovrà decidere se ratificare l’accordo RCEP (Regional Comprehensive Economic Partnership), il più grande accordo di libero scambio mai siglato, tra ASEAN, Cina, Corea del Sud, Giappone e Australia. Il paese dovrà liberalizzare il proprio sistema economico favorendo gli scambi commerciali e gli investimenti esteri, mantenendo nel frattempo il controllo della propria economia, in particolare cercando di contenere il divario tra di ricchezza tra la popolazione. 

In seconda istanza, il paese dovrà cercare di costruire una propria politica di sicurezza. I tentativi di appeasement nei confronti della Cina al fine di placarne la postura aggressiva nel Mar Cinese Meridionale non sono stati di successo, e il paese, sprovvisto di moderne forze armate, si trova ancora una volta dipendente dall’alleanza con gli Stati Uniti per la protezione dei propri confini. La necessità di gestire i rapporti con l’alleato storico non potrà essere ignorata da alcun neoeletto presidente, anche in considerazione del fatto che l’elettorato in gran misura concorda sul fatto che la Cina costituisce una minaccia diretta alla sovranità nazionale. 

Da ultimo, ciascun candidato dovrà affrontare il tema della sicurezza interna, e della protezione ambientale al fine di prevenire i devastanti effetti dei disastri naturali che si verificano con costanza nell’arcipelago. Ciò è essenziale al fine di aumentare il benessere della popolazione e favorire ancor di più le possibilità di sviluppo economico nelle aree rurali, spesso isolate ed arretrate rispetto alle città. 

In conclusione, le Filippine dovranno scegliere una guida che orienti il suo inevitabile sviluppo verso una crescita solida e stabile. Questo decennio sarà cruciale per capire se le Filippine potranno essere una “Tigre Asiatica”, e una media potenza, oppure se si manterranno le contraddizioni che tutt’ora affliggono il paese, spaccato tra modernità e arretratezza post-coloniale.

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