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Mal d’Africa. La crisi della Françafrique e i colpi di stato nel Sahel.

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L’Africa è una delle “periferie” della guerra tra Russia ed Ucraina. Nello specifico, il continente nero è uno degli scenari non tanto della “piccola guerra” di liberazione nazionale di Kyiv ma della “grande guerra” tra l’Occidente e la revisionista Mosca.

Le materie prime africane ed i soldi ricavati da concessioni e commerci servono ai russi per tenere in piedi la propria industria bellica ed in generale il proprio sistema economico. La morte di Evgeny Prighozin – che non è escluso sia avvenuta nell’ambito di uno scontro con i siloviki e Putin per il controllo dell’impero economico-militare africano della Wagner – ha riacceso l’attenzione dell’opinione pubblica per l’Africa assieme ai colpi di stato in Niger e Gabon.

Leggere, però, la situazione nel Sahel con le lenti della guerra d’Ucraina fornisce una visione distorta di quali siano i problemi dello scramble tra potenze in Africa (di cui la presenza russa è solo una delle questioni sul piatto) ed anche di fenomeni politici come la generale sfiducia nei confronti della democrazia, il rafforzamento del ruolo dei militari e la comparsa di una tendenza “soggettivista” negli Stati africani, più attenti alla loro autonomia ed alla ricerca di propri specifici interessi. Il golpe in Mali o quello in Burkina Faso confermano questa generale tendenza. 

Un’altra delle questioni all’ordine del giorno, visti gli slogan delle piazze golpiste e le scelte politiche delle giunte dei colonnelli nel Sahel, è la presenza della Francia nei suoi vecchi territori coloniali ed in quelli con cui Parigi aveva stretto legami molto forti.

Nel novembre 2017, in un discorso all’Università Joseph Ki-Zerbo di Ouagadougou, il presidente francese Emmanuel Macron aveva dichiarato che Parigi non aveva più una sua politica africana. In altre parole, Macron aveva annunciato (per l’ennesima volta) la fine della concezione di Françafrique per come ideata dallo storico Monsieur Afrique, Jacques Foccart, dunque la trasposizione post-coloniale dell’antico impero.

Nei fatti l’Eliseo aveva già altre volte annunciato il superamento della Françafrique senza mai cambiare effettivamente la propria politica nel continente nero. La Françafrique macroniana, però, ha ricercato di mettere fine alla “divisione artificiale” tra l’Africa francofona (più estesa dell’impero coloniale transalpino propriamente detto) e l’Africa anglofona o lusofona, e quindi la normalizzazione delle relazioni con le ex colonie, favorendo la strutturazione di un rapporto finalmente paritario con Parigi.

Questa inversione di tendenza, il cui principale esempio è stata la riforma del sistema del Franco CFA, aveva la funzione di garantire comunque ai francesi il mantenimento della propria “area d’influenza” africana, anche con una presenza militare importante, come l’operazione Barkane ha messo in evidenza.

La successione di colpi di stato nel Sahel non è stata, ovviamente, frutto delle scelte politiche francesi, ma la Francia ne ha pagato maggiormente le conseguenze come potenza di riferimento delle classi dirigenti estromesse dal potere nella regione.

In politica ogni spazio lasciato vuoto da qualcuno viene riempito da qualcun altro. Nel caso del Sahel questo “qualcun altro” è – o prova ad essere – la Russia. Questo non significa che sia stata Mosca ad ispirare i colpi di stato in Niger o Gabon, ma che abbia potuto approfittarne, anche per andare ad accaparrarsi, in cambio di sostegno militare e securitario, beni essenziali per la prosecuzione del proprio impegno in Ucraina e per controbilanciare gli effetti delle sanzioni occidentali.

La Françafrique revisionata di Macron, magari funzionale ad una gestione dei rapporti africani di Parigi in una fase di stabilità, non ha resistito alla prova dei fatti dei colpi di stato. Tant’è vero che Parigi si è detta pronta a sostenere – anche direttamente qualora la situazione lo richiedesse – un intervento militare dell’Ecowas contro i golpisti in Niger. La politica africana interventista di Sarkozy, sviluppatasi nel solco tracciato da Mitterand (per il quale era proprio l’esistenza della Françafrique e quindi la postura “imperiale” a poter assicurare alla Francia un posto da grande potenza anche nel XXI secolo), perseguita anche da Hollande, ancora è viva nelle profondità del “macronismo d’Africa”. La Francia ha seminato il germe dei suoi problemi africani contribuendo alla caduta della Jamahiriya di Libia nel 2011, con conseguenze sul versante meridionale nel Sahara e nel Sahel, fino ai Paesi rivieraschi del Golfo di Guinea, che sono complesse da governare, proprio come la catena di colpi di stato sta a simboleggiare.

Un lungo “filo rosso” lega i bombardamenti della Libia (2011), la repressione del golpe in Costa d’Avorio (2011), l’operazione Serval (2013-2014) e l’operazione Barkane (2014-2022), entrambe in Mali, ed è quello della contraddizione tra rupture politico-ideologica con la Françafrique e la necessità di tenere in piedi questo sistema, vitale per la politica estera di Parigi. Società come Total, Eiffage, Bolloré, Havas, Air Liquide ed Eramet hanno vasti interessi nell’Africa francofona ed è chiaro che l’Eliseo non possa semplicemente abdicare al proprio ruolo nella regione senza subire i contraccolpi che ne deriverebbero. 

Inoltre, in una fase in cui, almeno a partire dalla firma del Trattato del Quirinale del 2021, la cooperazione tra Italia e Francia dovrebbe rafforzarsi, anche alla luce dell’instabilità africana e mediterranea, sono emerse nuove frizioni tra Roma e Parigi. Il ministro degli Esteri italiano, Antonio Tajani, ha chiesto all’Europa di essere presente ma senza dare l’idea di essere una nuova colonizzatrice, sostenendo la proposta di mediazione arrivata da Algeri. Un intervento militare contro i golpisti in Niger e Gabon potrebbe creare nuove complicazioni e aumenterebbe i flussi migratori. Per Tajani la soluzione alla crisi, fosse anche diplomatica, non dovrebbe comunque mai apparire come “anti-africana”.

Risulta evidente la distanza tra la linea italiana, propensa a seguire il programma del “Piano Mattei”, più vicino alle istanze di cooperazione e del soft power politico-economico, e quella francese, figlia del timore di perdere la propria capacità di proiezione nel continente africano. Nei fatti, le due diplomazie, quella di Roma e quella di Parigi, non hanno una comune politica africana. Sotto questo aspetto sarà complesso rafforzare una partnership tra le due “sorelle latine”. Questa fase discendente della Françafrique nella sua forma “classica” corrisponde anche, quindi, ad un difficile legame tra Roma e Parigi.   

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