Europa-Cina. La sfida industriale di “Made in China 2025”

Sullo sfondo di uno scenario geopolitico di scontro commerciale tra Stati Uniti e Cina che porterà inevitabili conseguenze per l’Europa, Pechino sta rafforzando il piano industriale Made in China 2025 con l’obiettivo di conquistare la leadership tecnologica globale.

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Un piano che potrebbe avere serie conseguenze sulla catena della produzione materiale e nella diffusione del know-how, ma soprattutto rappresentare per l’industria europea una perdita di competitività a vantaggio della Cina che pone una sfida per le economie più avanzate. Nell’ultimo decennio gli investimenti cinesi hanno preso di mira l’Europa generando un altissimo livello di interdipendenza, passando dalle infrastrutture delle comunicazioni all’industria ad alto valore aggiunto, la Cina sta tentando di colmare il divario esistente con le economie più avanzate, cercando opportunità di crescita nelle industrie emergenti.

Uno dei primi obiettivi del piano 2025, lanciato nel 2015, prevedeva la scalata cinese all’industria della manifattura tecnologica, “smart manufacturing”. La strategia puntava a colmare il gap fra la Cina e le economie avanzate, detentrici del know-how tecnico-industriale più elevato, nel settore automotive, meccanica e robotica, alta tecnologia marittima, dispositivi per il risparmio energetico, dispositivi medicali e information techonology. Una necessità per la Cina, in una fase di espansione della domanda legata a questo tipo di prodotti, e incapace di soddisfare da sé la produzione in particolare per ciò che riguarda i nuovi materiali, i semiconduttori e altre componenti chiave della meccanica avanzata. Ne è un esempio la dipendenza ancora in piedi con l’industria statunitense per la fornitura dei semiconduttori per i dispositivi ZTE.

Costruire un ponte fra l’industria per colmare questo divario tecnologico è la precondizione per conquistare la leadership globale, un problema che il piano made in China 2025 tenta di risolvere, spingendo la Cina nella competizione agguerrita in segmenti individuali nei quali sta diventando sempre più specializzata superando in velocità le concorrenti europee. Ne è un esempio il settore delle batterie per veicoli elettrici, una delle priorità del nuovo piano, per le quali il know-how è oggi generato in Cina e l’Europa si trova a rincorrere Pechino che ne determina gli standard sul mercato, e ad essere presente in Cina per poter beneficiare della catena di produzione.

Se nelle prime fasi il made in China 2025 ha rappresentato per le aziende europee e occidentali una panacea per la possibilità di accedere a risorse finanziarie esterne e la possibilità di influenzare le politiche industriali sul mercato cinese, oggi il futuro inizia a non essere più troppo roseo. A parti invertite la Cina comincia a segnare il passo nei settori tecnologici ad alto valore, come l’intelligenza artificiale, intensificando la competizione nei confronti di molte aziende grazie ad uno sviluppo rapido e investimenti mirati. Sebbene la domanda cinese di componenti tecnologiche di provenienza estera, a sostegno dell’evoluzione del settore, resti alta, la strategia di autonomia di Pechino ha buone possibilità di avere successo grazie ad un elevato livello di efficienza e produttività, che segue un mix efficace di priorità politiche e bisogni industriali.

 

Gli investimenti cinesi in Europa

Se ci atteniamo ad una analisi dei volumi di investimento, dei settori e della provenienza dei flussi economici, notiamo per la maggior parte si è trattato di operazioni condotte da imprese di stato cinesi, su settori estremamente sensibili come quello delle comunicazioni o dei trasporti, che tra il 2016 e il 2018 si sono concentrati sui settori tecnologici. Tali flussi hanno generato passaggi di proprietà rilevanti in mani cinesi e come conseguenza la preoccupazione dei governi di mezza Europa, Italia inclusa e il lancio nel 2017 di un meccanismo di screening degli Investimenti Diretti Esteri, (IDE) rivolto principalmente a tutelare le infrastrutture critiche, incluso il settore energetico e le tecnologie, come robotica, intelligenza artificiale, nanotecnologie e sicurezza cibernetica, dagli acquisti statali cinesi.

Circa il 60% degli investimenti cinesi in Europa sono stati di tipo state-driven, cioè originati da entità statali, sostenute da finanziamenti governativi e opache reti di investimento. La quasi totalità di questi consistono in M&A, Merger&Acquisition, cioè fusioni e acquisizioni maggioritarie o totali – che si differenziano dagli investimenti di natura Green field, cioè dove il denaro serve per dare l’avvio a attività nel paese stesso. A fronte di questo volume di investimenti, la Cina nega l’accesso reciproco al suo mercato interno, ciò mina le basi di una competizione equa.

Va da sé che oggi, con i successivi adattamenti del piano made in China 2025, le economie a maggiore specializzazione tecnologica risultano estremamente vulnerabili al piano del Governo che pone ogni sforzo politico e finanziario per trasformare e rendere competitiva la propria industria nella robotica e nello smart manufacturing, anche intervenendo, come abbiamo visto, sul mercato con sussidi, con l’obiettivo di superare il gap tecnologico con le maggiori economie avanzate dalle quali tutt’oggi continua a rifornirsi e a dipendere per il suo upgrade industriale.

Il rischio è dunque dato dalla possibilità che nel lungo periodo, l’agenda industriale cinese possa del tutto sovrastare quella europea, risalendo la catena del valore in molti settori chiave nel prossimo futuro, colpendo la capacità di competere del vecchio continente. Gli scenari ipotizzabili sono diversi, tra questi il peggiore, dal punto di vista europeo, descrive una Cina che accelerando il trasferimento di know-how a seguito di investimenti mirati, acquisisca sempre più autonomia ma anche competenza per espandersi sul mercato globale, riuscendo nell’impresa di diventare un competitor temibile e difficilmente raggiungibile persino nel settore della manufacturing technology.

 Tra il 2014 e il 2015, nel nostro paese, acquisizioni di aziende di rilevanza strategica, da parte cinese, hanno raggiunto il livello di allerta con l’acquisto di Pirelli (circa 7 miliardi di euro) da parte di Chem China e di Ansaldo Energia da parte di Shanghai Electric, alle quali si vanno a sommare investimenti sul mercato finanziario in almeno 10 compagnie nazionali nelle PMI: alla fine del 2016, più di 260 aziende cinesi avevano investito in circa 450 piccole e medie imprese italiane. Quadro che ha spinto il Governo ad approvare nell’ottobre del 2017 un meccanismo di screening nazionale sugli investimenti esteri, espandendo i poteri del “golden power” su asset strategici in particolare verso alta tecnologia – intelligenza artificiale (AI), robotica e semiconduttori – e cyber sicurezza, fino a prevedere il blocco degli investimenti stranieri considerati “predatori” in alcuni settori industriali particolarmente sensibili; dopo aver contribuito a promuovere lo stesso meccanismo assieme a Germania e Regno Unito (due tra i paesi più colpiti dagli investimenti cinesi assieme alla Francia) in Europa a febbraio dello stesso anno (meccanismo adottato poi in via definitiva a marzo 2019).

Nel 2017 e poi nel 2018, il seguito all’adozione da parte di molti paesi europei, di questo meccanismo, gli investimenti cinesi in Europa hanno effettivamente subito un rallentamento. Sono gli anni in cui la strategia industriale di Pechino si modifica adattandosi tanto ai bisogni della crescita interna che ai meccanismi di difesa europei, riducendo la propria presenza sul mercato per due anni consecutivi, ma mantenendo il focus sulle economie più avanzate (Germania, Francia e UK che resta al top di queste) e puntando alla diversificazione mirata in diversi settori, mai più del 20% del totale investito, acquisendo, in linea con una maturazione del piano made in China 2025, sempre maggiore peso nel settore automotive e ICT promuovendo indipendenza e leadership nei campi tecnologici ritenuti cruciali per il raggiungimento dell’obiettivo di divenire una superpotenza high-tech.

Attraverso la creazione di una vera e propria roadmap industriale, volta a colmare il gap con le economie avanzate e a ridurre la propria dipendenza da queste, la Cina avanza con l’obiettivo di riscattare la propria produzione a livello internazionale sul piano della qualità, stabilendo  eccellenze guidate da innovazione e ottimizzazione dell’intera catena produttiva, specialmente nei settori della digitalizzazione dei processi industriali, (compresa produzione e organizzazione) con lo scopo di raggiungere una posizione nell’economia di scala che le permetta un accesso diretto al mercato europeo interno per i prodotti cinesi, ne è un esempio Huawei che oggi apre centri di ricerca tecnologica in tutta Europa, distribuendo fondi negli innovation parks pronti a sostenere la sua leadership nel settore della information technology; e all’industria 4.0 la vera sfida del futuro  nell’innovazione industriale.

Fondamenti della strategia industriale cinese che sono parte del problema per l’Europa, la quale dovrà fare i conti sempre di più con le ambizioni di Pechino, la sua spinta all’autonomia tecnologica e crescita industriale interna attraverso l’acquisizione di competenze specializzate, possibilità finanziarie foraggiate da incentivi statali ed estrema lungimiranza di vision politica. Le aziende cinesi, a maggioranza guidate dallo stato, hanno dalla loro la possibilità di muoversi in modo molto più veloce, dietro sussidi, tendendo del filo da torcere alle aziende europee che già soffrono di elevati svantaggi se paragonati alle controparti cinesi in settori emergenti.

Tra i paesi europei più esposti al piano industriale cinese nei prossimi anni c’è senza dubbio l’Italia, assieme a Repubblica Ceca, Germania, Ungheria, o per guardare all’Asia, Giappone e Sud Corea, risulta tra i più vulnerabili perché la sua crescita economica è ampiamente legata alla produzione industriale.

 

I rischi per il made in Italy. Cosa ci dice il piano Made in China 2025 sulle vulnerabilità dell’Italia

Nei rapporti economici così come nella cooperazione tra Italia-Cina del prossimo futuro, una partita molto importante per il nostro paese si giocherà sul terreno della tutela della nostra sicurezza economica nazionale. L’indirizzo di governo oggi vede nel MoU, Memorandum of Understanding firmato col Governo cinese, la speranza di poter ottenere più spazio per l’interscambio commerciale nel paese asiatico a vantaggio dell’export italiano. Per ciò che riguarda le specifiche vulnerabilità del settore tecnologico, sarà necessario costruire una politica industriale solida in grado di offrire sostegno al valore del made in Italy e avviare un’analisi approfondita su quali settori possano effettivamente ricevere un beneficio dalla cooperazione con la Cina. Oggi molti atenei italiani hanno avviato programmi di ricerca e innovazione condivisi, spostando sedi in Cina, aprendo al dialogo fra istituti di pari livello, come ad esempio la Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa. A tutela di queste eccellenze sarà necessario valutare senza ingenuità dove lo scambio di conoscenze possa risultare rischioso, considerando le nostre specificità nella manifattura, nel medium high tech, nella chimica e nell’innovazione nei materiali.

Il Made in China 2025, in quanto piano politico-industriale dalle enormi ripercussioni su scala globale, può di fatto, nel lungo periodo mettere in discussione l’esistenza stessa di alcuni distretti produttivi cuore dell’economia nazionale, parliamo principalmente della robotica e della meccanica.

Sebbene la Cina stia diventando particolarmente competitiva sulle applicazioni tecnologiche continua a soffrire di una certa debolezza per ciò che riguarda la gestione dei fondamenti tecnologici e della ricerca di base. Già oggi la Cina conta il 16% dei brevetti nella robotica se pensiamo al 24% del valore nazionale, il divario non è così ampio. Un dato utile a chiarire il quadro di partenza e a mettere in luce elementi che vanno considerati in maniera piena, se pensiamo a quali effetti l’avanzata cinese potrà creare sul nostro futuro posizionamento mondiale in questi settori. Servono politiche industriali prioritarie per poter continuare ad essere competitivi a livello globale.

L’export, se di prodotto finito, rappresenta sicuramente un vantaggio economico da annoverare come fattore di crescita ma se comporta la delocalizzazione e la cessione di sapere industriale e innovazione va a tutti i costi tutelato. Occorre ricordare che le barriere tariffarie cinesi per quanto riguarda le esportazioni sono oggi alte circa il 20% che varia a seconda dei settori. La Cina ha infatti interesse a favorire la rilocalizzazione in loco della produzione a vantaggio della propria manodopera. Se prendiamo il caso della robotica, a cui la Cina è interessata e dove l’Italia detiene una buona fetta di competitività, per servire il mercato cinese senza dazi e favorire l’export, l’Italia dovrebbe spostare in Cina la produzione. Ma ciò risulta ad oggi, ancora un rischio perché la legislazione nel paese, nonostante le recenti modifiche apportate dal Congresso a Pechino lo scorso marzo, non risultano soddisfacenti a garantire un equo trattamento e la tutela della proprietà intellettuale.

L’Italia oggi deve fare i conti con una politica industriale cinese agguerrita, che punta ad acquisire tecnologia occidentale per spingere la propria crescita e innovazione, con l’obiettivo di interrompere al più presto la pesante dipendenza dal know-how straniero, evolvendo le capacità industriali interne, a vantaggio di produttori ed economie locali. È necessario affrontare la sfida cinese senza sottovalutare le caratteristiche peculiari di quella che è a tutti gli effetti una economia a guida statale, e come questo fattore possa giocare a sfavore nella competizione globale, pretendendo, laddove riesca ad avviare partnership economiche, un trattamento trasparente.

Lo stesso principio dovrebbe essere applicato alla ricerca, scientifica e universitaria, tutelando il know-how tecnologico e l’innovazione dalle nuove forme di cooperazione che stanno prendendo piede tra atenei italiani e cinesi, nel quadro di accordi di scambio culturale e scientifico, estendendo i meccanismi di screening degli investimenti già adottati per le infrastrutture critiche, allo scambio di informazioni, nelle iniziative di cooperazione italo-cinesi restringendo i criteri e determinando, in tempi di data sharing e data science, le vulnerabilità per la sicurezza economica e industriale nazionale, in un contesto globale in cui lo smart manufacturing e l’industria 4.0 saranno sempre più una componente vitale per le aziende del futuro.