Dal 5 settembre la Francia ha un nuovo primo ministro, Michel Barnier, con un autorevole iter politico, esponente del Partito popolare europeo, più volte commissario europeo e capo negoziatore dell’UE per la Brexit. La nomina di Emmanuel Macron cade su un uomo con reputazione di buon mediatore, intesa a formare un governo che ponga fine alla crisi politica della République.
L’antefatto
La vittoria dell’estrema destra alle elezioni europee di giugno aveva spinto il presidente francese, in adozione dell’art.12 della Costituzione, a sciogliere l’Assemblea Nazionale e ad indire elezioni politiche anticipate.
Tuttavia, il primo turno (30 giugno) ha confermato la tendenza espressa alle europee: le coalizioni “estreme” di destra (Rassemblement National e Union des droites pour la République) e di sinistra (Nouveau Front Populaire) hanno guadagnato rispettivamente 38 e 32 seggi, contro i 2 della coalizione presidenziale (Ensemble). Lo scenario è risultato parzialmente ribaltato al secondo turno (7 luglio), che ha delineato una tripartizione dell’Assemblea: maggioranza relativa per il Fronte delle sinistre, seguita da un’ex-maggioranza presidenziale indebolita e dall’estrema destra. Dunque, nessuna maggioranza assoluta.
Un nuovo governo fragile
Barnier arriva dal partito Les Républicains, quarta forza dell’Assemblea (39 seggi), con una squadra di governo formata principalmente da esponenti della destra del suo stesso partito e dai centristi di Renaissance, partito del presidente francese. Il nuovo esecutivo è vacillante poiché nato a scapito della maggioranza espressa dal voto legislativo e rischia di essere sfiduciato tanto dalle opposizioni di sinistra quanto dal Rassemblement National di Marine Le Pen e Jordan Bardella, che diventa ago della bilancia.
Al momento la leader di RN (che nel 2022 ha totalizzato il 41,45% dei consensi al secondo turno delle presidenziali) soppesa la compatibilità del nuovo governo con l’estrema destra, ma l’eventualità di votare una mozione di sfiducia le consentirebbe di controllare indirettamente il governo, anche nella prospettiva di una riforma in senso proporzionale della legge elettorale, possibilità sulla quale Barnier si è dichiarato pronto a riflettere nel suo discorso di politica generale del primo ottobre.
I delicati temi dell’immigrazione e del debito pubblico francese potrebbero influenzare le sorti del paese transalpino sul piano domestico e in Europa.
Immigrazione
Il nuovo ministro dell’Interno Bruno Retailleau dei Repubblicani, ha espresso da subito la ferma volontà di frenare il disordine migratorio che imperversa in Francia. A meno di un anno dalla controversa riforma sull’immigrazione, ad opera del suo predecessore Gérald Darmanin, non esclude la fattibilità di nuove leggi, auspicando anzitutto il ripristino del “reato di soggiorno irregolare”, soppresso durante il quinquennio Hollande (e tra i 37 articoli “bocciati” dell’originale proposta Darmanin).
La dichiarazione d’intenti di Retailleau ha una valenza sia interna che esterna al Paese. Nella dimensione nazionale la linea dura ventilata dal ministro incontra il favore del RN, trait d’union necessario al sostegno del fragile governo Barnier. Sul piano europeo, va ad allinearsi con i governi nazionali che perseguono politiche più rigorose in materia: Olanda, Germania, Ungheria e Svezia. Il ministro francese suggerisce anche una revisione del recente Patto sull’asilo e sulla migrazione (maggio 2024) e congettura un’alleanza con altri Paesi dell’Unione più risoluti in tema di immigrazione.
Assimilazione e difesa
In Francia risiedono sette milioni di immigrati, circa il 10% della sua popolazione totale, di cui il 36% naturalizzato francese, a cui va aggiunto quasi un milione di stranieri nati all’interno del territorio nazionale. Le proiezioni demografiche vedono la popolazione crescere fino a 73 milioni entro il 2050, con una percentuale quasi raddoppiata di immigrati residenti. La crescita della destra nazionalista è legata all’inquietudine radicata tra quei citoyens sempre più persuasi dall’idea che i principii islamici di immigrati di origine nordafricana e saheliana soverchino la loro cultura.
Segno della mancata efficacia del modello assimilazionista assunto da Macron, che non ha puntato a sigillare la République, ma a restituirle potenza. Scommettendo sul fattore demografico, determinante solo se tutta la popolazione è assimilata, e concentrando ingenti risorse nella Difesa e nel settore militare. Con la Loi de Programmation militaire 2024-2030 i finanziamenti al settore sono infatti aumentati a 413 miliardi di € per il settennio (dai 295 del 2019-2025).
In contrapposizione allo strumentale europeismo macroniano, masse consistenti di francesi sono euroscettiche e forti segnali di introversione sono più che tangibili anche sul piano economico.
Debito e deficit
Barnier ha affidato il ministero dell’economia e delle finanze a due neoministri macroniani, Antoine Armand e Laurent Saint-Martin. Quest’ultimo lavorerà al bilancio dello stato e riferirà direttamente al premier. Attualmente il bilancio pubblico francese è in pessime condizioni. Il Paese è decisamente oltre le soglie previste dal fiscal compact, accordo intergovernativo UE in vigore dal gennaio 2013. Il patto di bilancio prevede che il deficit pubblico non superi il 3% del PIL e il debito pubblico il 60%, mentre le percentuali francesi sono rispettivamente oltre il 5% e oltre il 110%. Il 26 luglio il Consiglio dell’UE ha avviato una procedura nei confronti di 7 paesi europei che eccedono la soglia del deficit pubblico, tra i quali Francia e Italia. A fine agosto, prima delle dimissioni, il ministro dell’Economia e delle Finanze Bruno Le Maire prometteva di portare il deficit dal 5,5% del 2023 al 5,1% entro la fine dell’anno con un piano di 10 miliardi di economie ed entrate eccezionali. Tuttavia, le attuali proiezioni indicano un preoccupante aumento al 6%. Il nuovo governo avrà tempo fino al 31 ottobre per presentare a Bruxelles il piano pluriennale. In attesa che il 10 ottobre Saint-Martin presentasse all’Assemblea la finanziaria 2025, Barnier già anticipava, nel suo discorso inaugurale, alcune delle misure previste.
Definendo “colossale” l’entità del debito pubblico, ha espresso la volontà di ricorrere ad una tassa eccezionale che graverà soprattutto sulle grandi imprese e i cittadini più ricchi.
Il primo ministro si è anche detto favorevole ad eventuali aggiustamenti alla contestata riforma macroniana delle pensioni, in vigore dal 1 settembre 2023, e ha dichiarato che netti tagli alla spesa pubblica rappresenteranno i due terzi dello sforzo per la manovra 2025.
Un sentiero impervio
Il primo ottobre il nuovo inquilino di Matignon ha confermato quanto ipotizzato nelle settimane precedenti: il nuovo esecutivo ha necessità di ottenere larghi consensi per proseguire nel proprio lavoro, ma la sua tenuta è appesa a un filo. La tassa eccezionale, che potrebbe suscitare disapprovazione tra i lepenisti, accoglierebbe invece il favore di una sinistra indignata per l’esclusione dal governo; la stretta sull’immigrazione, invisa alle sinistre, ridurrebbe d’altro canto le ambizioni assimilazioniste di Macron, gettando un ponte verso le destre, allettate ancor di più dall’auspicata riflessione del primo ministro sullo scrutinio proporzionale; la revisione della riforma sulle pensioni soddisferebbe quei francesi scesi in piazza a protestare tra maggio e giugno 2023.
Conclusioni
Sembra perciò delinearsi all’orizzonte uno scenario tanto peculiare quanto insperato per l’enarca francese: l’esecutivo, nato a seguito di una manovra presidenziale volta a contrastare l’ascesa della designata avversaria alle presidenziali, Marine Le Pen, dovrà necessariamente ottenere il sostegno di quest’ultima per proseguire nel proprio operato, consegnandole de facto la possibilità di influenzarne i prossimi passi.
Al vertice degli equilibri politici della République française, e per il tramite di Michel Barnier, difficile sarà per Emmanuel Macron conciliare le divisioni interne al Paese con l’idée de la Grandeur de la France.

