Quale futuro per la Macedonia?

Un secolo fa erano la “polveriera d’Europa” mentre oggi hanno inserito nei dizionari di tutte le lingue il termine di “balcanizzazione”, ossia la riduzione di un Paese in condizioni di gravi instabilità politiche, tale da risultare ingovernabile e con facili episodi secessionisti. I Balcani hanno questa nomea che ormai non possono più scrollarsi di dosso, fin dalle guerre balcaniche del 1912-1913 fino alla dissoluzione della Jugoslavia nel 1991 che ha visto i Balcani come il teatro di un sanguinoso e violentissimo conflitto interetnico, costellato di gravissimi crimini in taluni casi definiti “genocidi”.

Quale futuro per la Macedonia? - Geopolitica.info

La loro fama di regione instabile si sta riconfermando recentemente nella ex Repubblica Jugoslavia di Macedonia, dove il leader del partito di destra VMRO-DPMNE e Primo Ministro Nikola Gruevski è stato accusato dall’opposizione di numerosi crimini politici, dai brogli elettorali nelle elezioni legislative del 27 aprile 2014 fino alle intercettazioni, dove il Primo ministro e membri dei servizi segreti tenevano sotto controllo circa ventimila persone, tra i quali alcuni membri del Governo stesso. Andiamo con ordine però per cercare di fare chiarezza in un Paese così piccolo e così complicato.

Le elezioni legislative del 27 aprile hanno visto vincere il partito di destra capeggiato da Nikola Gruevski, al suo terzo mandato legislativo da Primo Ministro, ai danni dell’opposizione, la socialdemocratica SDSM guidata da Zoran Zaev. Contemporaneamente con le elezioni legislative si sono tenute le elezioni presidenziali, che hanno visto vincere il candidato Georgi Ivanov, ricandidato dallo stesso partito di Gruevski, ai danni del candidato socialdemocratico Pendarovski. Una doppia vittoria elettorale che ha visto il partito di destra riconfermato in ogni sede politica. Immediatamente dopo la conferma della vittoria della VMRO, Zaev ha denunciato gravi irregolarità nelle elezioni, comprendenti svariati comportamenti che hanno portato a una canalizzazione dei voti verso il partito risultato vittorioso. La missione OSCE/ODIHR, incaricata di valutare la regolarità delle elezioni, ha riportato come, seppur in uno stato generale di libertà nella competizione elettorale, vi siano stati numerosi comportamenti scorretti, per non dire illegali, che hanno contribuito alla vittoria della VMRO, come «pressioni per partecipare agli eventi della campagna elettorale; pressioni nel non partecipare agli eventi dell’avversario; e promesse di occupazioni statali, anche con l’uso di contratti temporanei» oppure tramite «la minaccia di un’ispezione fiscale». Non è finita qui: sempre l’OSCE esprime «preoccupazioni riguardo l’indipendenza dei mezzi di informazione, sostenendo che i maggiori media sono sotto il controllo indiretto dei partiti di governo [VMRO e DUI, il partito albanese, ndr.] a causa della posizione dello Stato come singolo inserzionista». La copertura mediatica, come viene espresso nel rapporto finale, nota come le televisioni, specie private, hanno concesso un maggior spazio ai candidati della VMRO, parlandone in maniera neutrale o positiva, mentre i candidati della SDSM ricevevano una minor copertura mediatica e spesso con toni negativi. Già in partenza il nuovo governo macedone si formava sotto una cattiva stella, considerato anche la decisione dell’opposizione socialdemocratica di boicottare il Parlamento, lasciando assoluta libertà legislativa per la VMRO ma rischiando di portare il Paese a nuove elezioni per via della decadenza parlamentare.

Se già la situazione era seria, non poteva che aggravarsi. Negli ultimi mesi il leader dell’opposizione Zoran Zaev ha affermato di essere in possesso di numerose prove riguardanti lo spionaggio messo in atto da Gruevski e dal capo dei servizi segreti Saso Mijalkov, che per inciso è parente del Primo Ministro, nei confronti di circa ventimila cittadini macedoni tra cui membri dell’opposizione, giornalisti, magistrati e membri dello stesso Governo. Ciò ha portato ancor più il Paese nel caos: Zaev ha iniziato a rendere pubbliche le intercettazioni chiedendo le dimissioni del premier mentre Gruevski rispondeva alle mosse di Zaev accusandolo di «alto tradimento, spionaggio e tentato colpo di stato», ritirandogli il passaporto e arrestando l’ex capo dei servizi segreti, Zoran Verusevski; oltre a ciò, il 12 maggio Saso Mijalkov si è dimesso dal suo ruolo nel UBK, il servizio segreto macedone. Ciò ha causato grave preoccupazione nella comunità internazionale, giacché la Repubblica di Macedonia è candidato all’adesione all’Unione Europea dal 2005. Nonostante la mancata apertura dei negoziati per via del veto greco sulla “questione del nome”, il Commissario all’allargamento Johannes Hahn ha chiesto che la Macedonia sviluppasse delle serie indagini su quanto emergerebbe dalle intercettazioni, mentre dall’altro lato il Presidente della Commissione Europea Jean-Claude Junker ha annullato un incontro previsto per il 26 febbraio 2015 con il premier macedone Nikola Gruevski, poiché «a causa dell’evolversi della situazione, c’è stato un accordo che non è opportuno tenere questo incontro in questo momento».

Il ruolo geostrategico della Macedonia non è da sottovalutare a seguito degli sviluppi del progetto South Stream, il gasdotto della Gazprom che secondo i nuovi progetti dovrebbe attraversare i Balcani occidentali proprio dalla Macedonia, che risulterebbe un nodo strategico del progetto. Se quindi vi è una forte collaborazione tra la Federazione Russa e la Macedonia in ambito energetico, i due Paesi collaborano in questo settore dal 1997, vi è anche un progetto europeista e atlantista da parte del Governo e dell’opposizione.

La ex Repubblica Yugoslava di Macedonia auspica un futuro all’interno dei confini dell’Unione Europea, ma la situazione politica, la corruzione, la mancanza di democrazia, come ha riportato anche Freedom House nel suo ultimo rapporto asserendo che il Paese è “parzialmente libero”, e diffuso sistema clientelare fanno presagire tempi bui per la piccola repubblica balcanica, l’unica uscita dalla Yugoslavia senza dover subire le atrocità delle guerre etniche.