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NotizieL’uomo si riprenda i suoi spazi

L’uomo si riprenda i suoi spazi

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Questo è un appello spassionato per chiunque intenda tornare alla vera normalità: l’uomo si riprenda i suoi spazi. E lo faccia da subito. Per contrastare la forza brutale della natura e per riconquistare la propria libertà.

Nelle settimane scorse, nel pieno della crisi pandemica e delle chiusure casalinghe, abbiamo sentito e letto stucchevoli notizie relative alla “natura che si riprende i suoi spazi”. Il sottotesto di quegli articoli e delle immagini che mostravano i più svariati animali – anche selvatici e pericolosi – che giravano incontrastati per le città deserte era chiaro: “finalmente la natura recupera gli spazi che l’uomo oppressore le ha tolto”. Il messaggio, più o meno esplicito, era di una certa soddisfazione – se non di esaltazione – per la “vendetta” della natura contro l’urbanizzazione selvaggia e contro il dominio umano incontrastato.

Da geografo, da ricercatore e da uomo spero che avvenga esattamente il contrario.

Lo dico per alcune ragioni che hanno a che fare con la mia disciplina e con l’esperienza personale di chi vorrebbe tornare a una normalità che coincide con il vivere i luoghi, il proprio territorio e che vede nell’appropriazione degli spazi un necessario recupero della socialità, che ci identifica come esseri umani. Senza i luoghi della quotidianità, senza la relazione, il dialogo, il confronto, l’uso del linguaggio che essi comportano, non c’è, in altre parole vita vera. Quella che stiamo vivendo senza il rapporto vero e profondo con l’altro e con i nostri luoghi è una sorta di pseudo-esistenza, le lezioni pseudo-lezioni, i convegni – o webinar, usando una parola che dovrebbe far venire l’orticaria a tutti – pseudo-convegni, i ricevimenti pseudo-ricevimenti.

E poi lo dico per questioni disciplinari e definitorie. Gli “spazi” di cui si sarebbe riappropriata la natura, stando agli enfatici e retorici titoli di molti giornali, non sono affatto spazi. Semmai sono i “luoghi” plasmati nel corso dei secoli dall’azione umana e che appartengono all’uomo.

La provocazione antiretorica nell’uso di un simile verbo è voluta, perché la natura non si sta riprendendo i suoi spazi (e se anche fosse non ci sarebbe nulla da esultare). Quelli urbani, infatti, sono spazi che appartengono anzitutto all’uomo che li ha fatti propri, trasformandoli in territori vissuti: l’uomo deve porre un ordine alle cose naturali che come tali vanno gestite. È la sua missione prima sulla Terra, ovvio con rispetto e armonio, richiamata non casualmente nei primissimi passi del libro della Genesi, quando Dio si rivolge all’uomo indicandogli la sua prima missione: “Riempite la terra; soggiogatela e dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente che striscia sulla terra”. Riempire la terra. Soggiogare e dominare. Termini che farebbero inorridire molti dei titolisti di oggi, ma che vanno intesi nel loro senso più profondo.

Siamo infatti abituati a ragionare, ormai, per poli contrapposti, in un modus cogitandi duale, che non sempre coglie le sfumature: dominare la terra non vuol dire essere in contrapposizione ad essa o “violentarla”. Ha a che fare con un principio geografico e, se si vuole, geografico-politico chiaro: gli spazi incolti vanno arati; la natura deve essere gestita, per la sopravvivenza umana, come evidenzia giustamente Claude Raffestin; le piante vanno potate e indirizzate perché diano frutto: in altre parole, “all’ordine della Natura si sostituisce quello della Cultura”, come direbbe la geografa Emanuela Casti.

La trasformazione dall’incolto al coltivato, dallo spazio, che è natura incontrastata e dominante, ai territori, dove invece si evidenzia l’azione ordinatrice dell’uomo, è quello che viene definito come il processo di territorializzazione, che è portato culturale, storia, appartenenza, simboli, identità personale e collettiva, nonché processo di costruzione della libertà.

Chi afferma con soddisfazione che la natura deve riprendersi i suoi spazi sembra non conoscere affatto la brutalità della natura. Non avrà mai fatto esperienza dell’aperta campagna, dei pericoli dell’alta montagna, della forza immane del mare in burrasca e di tutti quegli spazi dove l’uomo non può porre freni alla violenza della natura. Chi esalta la natura incontrastata di contro all’azione umana non sa cosa significhi veramente il dominio naturale e quanto possa essere brutale, o non ha mai visto Revenant. Una pagina Instagram, “Nature is metal”, rende bene l’idea: mostra immagini della bestialità selvaggia, della legge della natura negli spazi incolti, che è di per sé ingiusta, in quanto vede il più forte sopraffare il più debole. Nel film Il Primo Re, le immagini del sacrificio rituale della fondazione di Roma si affiancano a quelle della natura che finalmente, dopo tutto il film in cui esprime una virulenza spietata, si placa: è l’uomo che finalmente supera le avversità e la violenza incontrastata della natura, dando così avvio alla civiltà rappresentata da Roma.

Riprenderci i nostri “spazi” significa dunque non solo recuperare la normalità, ristabilire la cultura rispetto alla legge ingiusta della natura, in armonia con essa, ma anche riappropriarci della nostra libertà. Tornare all’università, a vivere le biblioteche, le chiese, le palestre e i luoghi di incontro, nella garanzia della distanza richiesta, vuol dire riappropriarci dell’espressione della nostra umanità, se si vuole. Vedere le facoltà universitarie e le biblioteche deserte è un controsenso non solo geografico ma anche politico evidente, tenuto conto che è stata data la possibilità di vivere pressoché tutti gli altri spazi chiusi.

Sarà lo sfogo – che rimarrà probabilmente inascoltato – di chi negli spazi chiusi vede una repressione della libertà, di chi, sulla scorta delle riflessioni di Michel Foucault, nella rigida separazione sociale vede l’inizio della reclusione, ma l’appello è ancora più urgente: per cambiare anche una certa narrazione negativa che deve terminare.

Torniamo a vivere i nostri spazi. Si abbia il coraggio di riaprire i luoghi di studio, di incontro, di socialità, tenuto conto del bassissimo numero dei contagi giornalieri e del rischio pressoché zero che il virus ha sui giovani. Ne va della nostra libertà, dell’espressione del nostro essere umani e del ripristino di un corretto rapporto con la natura: in armonia e nel rispetto di questa.

Alessandro Ricci,
Università degli Studi di Roma “Tor Vergata” – Geopolitica.info

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