L’Unione posta di fronte ai più recenti fatti in Turchia

Sono di queste ore le più recenti notizie riguardo il golpe tentato nelle principale città Turche per mano di una fazione dell’esercito contro il governo di Tayyip Erdogan. La lunga notte rossa sembra aver lasciato oltre 200 morti, secondo l’ultimo bilancio reso noto dal neo-eletto capo di Stato maggiore generale Umit Dundar, e circa 1.160 feriti.

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Ovviamente, nell’ora in cui si piangono indistintamente le vittime, vi è anche bisogno di compiere una profonda riflessione riguardo i processi che si avvieranno nel prossimo futuro sia all’interno, con un probabile rafforzamento della posizione del presidente dopo l’invito accolto dalla popolazione di scendere nelle piazze, che all’esterno della Turchia, che ricordiamo essere uno degli attori principali della NATO, nonché paese filtro di funzione strategica per l’Unione Europea.

Anzitutto si rende necessario compiere una breve cronistoria degli eventi. E’ circa delle 22:00 la notizia di alcuni spari uditi nella capitale Ankara, e sin da subito si comincia a delineare la gravità della situazione, con elicotteri che volano a bassa quota e militari che entrano nelle città di Istanbul e Ankara bloccandone i flussi in entrata e in uscita. Nonostante l’intermittenza con cui arrivano le notizie, si viene a conoscenza del manifesto dei golpisti pubblicato dal Guardian nel quale rendono noto di avere in ostaggio il capo di stato maggiore turco Hulusi Akar, dichiarando di “aver preso il potere in tutto il Paese per ristabilire l’ordine democratico e la libertà”. Inoltre, attraverso l’occupata televisione di stato TRT, annunciano l’entrata in vigore della legge marziale e del coprifuoco su tutto il territorio. Ovviamente si propaga rapidamente il sentore che i militari siano riusciti a cogliere di sorpresa l’intero establishment turco, avendo notizie della sola opposizione della polizia nelle città di Istanbul e Ankara.

La svolta fondamentale si ha intorno alle 23:30 quando Erdogan interviene tramite Facetime per il suo primo statement all’emittente CNN. Il presidente, che si trovava in vacanza sul mar Egeo, una volta avvertito della situazione, sembrerebbe aver preso il jet presidenziale per tornare a Istanbul. Data l’impossibilità ad atterrare all’aeroporto Ataturk, notizie si susseguono riguardo una sua possibile richiesta di accoglimento in Germania, poi in Inghilterra, sembra addirittura esserci stato un contatto con l’Italia e il Qatar, quest’ultima destinazione l’unica ad aver accettato il possibile atterraggio. Tuttavia ciò avviene quando non è più necessario. L’appello del presidente nei confronti dei cittadini turchi a uscire per le strade e protestare in nome della sua difesa e della difesa della Repubblica, rimembrando la sua elezione democratica, dimostra il forte appeal che ancora oggi Erdogan ha su almeno la metà della popolazione. Nonostante le più recenti statistiche apparivano identificare il suo zoccolo elettorale negli abitanti periferici dell’entroterra turco, nelle due città principali le folle a favore del Governo reggente scendono in piazza manifestando e, tal volta, ponendosi in prima linea contro i golpisti e i loro carrarmati.

I sovversivi, posti di fronti alla scelta di dover uccidere i civili riversati per le strade, decidono lentamente di optare per il ritiro delle loro forze sino alle prime luci dell’alba, con le immagini dei soldati che si arrendono sul ponte del Bosforo, chiuso al traffico dalla notte. Vicino a loro, i sostenitori di Erdogan festeggiano sopra i tank. In mattinata qualche scontro residuale veniva segnalato in qualche zona di Istanbul e Smirne, tuttavia la “situazione era ampiamente sotto controllo”, come assicurato dal premier turco Binali Yildirim. Poco dopo le tre di notte, Erdogan atterra a Istanbul e con le parole “Una nazione, una bandiera, una patria, uno Stato. Siamo insieme” pone ufficialmente fine al tentato golpe.

Indubbiamente, notevole peso hanno avuto le reazioni internazionali, con quella statunitense di Barack Obama che ha segnato la via per i susseguenti inviti al rispetto delle istituzioni democratiche. L’iniziale prudenza dei leader europei e della NATO è stata superata dal Presidente americano il quale, costantemente informato sulla situazione anatolica, dichiara nel pieno degli scontri che va sostenuto “il governo turco democraticamente eletto” e, rivolgendosi a tutte le parti, si è appellato “per scongiurare le violenze e bagni di sangue”. Di pochi minuti dopo la dichiarazione di Steffen Seibert, portavoce del cancelliere Angela Merkel, con cui la Germania si schiera al fianco del presidente turco attestando che “l’ordine democratico deve essere rispettato”. Sulla stessa linea anche la Nato che si appella al “pieno rispetto” delle istituzioni democratiche e alla costituzione turca.

La grande domanda che ci si pone nel vecchio continente è “cosa fa l’Europa?”. L’alta velocita con cui i terroristi dell’IS sembrano minare le fondamenta della sicurezza interna, e con cui il contesto geopolitico intorno al vecchio continente sta repentinamente mutando, è diametralmente contrapponibile all’enorme lentezza e burocrazia che l’Europea sta dimostrando nel contrastare questi fenomeni. Può essere il pareggio di bilancio una priorità maggiore rispetto alla sicurezza dei cittadini degli Stati Membri? Può essere affidata la governance dei flussi migratori europei ad un paese che, giorno dopo giorno, sta dimostrando da un lato le proprie spaccature sociali, e dall’altro il centralismo del suo Presidente che risulta essere una figura più controversa che mai dal momento della sua salita al potere nel 2003? A tutti questi dubbi gli analisti sperano di avere risposte nel medio-lungo termine, ad oggi l’unica certezza è rappresentata dal fatto che l’Unione ha un terribile bisogno di agire in modo celere se, come più  volte proclamato a parole,  desidera essere un attore protagonista dei profondi mutamenti geopolitici del nuovo millennio.