L’Unione Europea e la politica di vicinato: la “diplomazia del gas” nei rapporti con la Moldavia

Le elezioni presidenziali tenutesi in Moldavia hanno visto la vittoria al ballottaggio di Maia Sandu, candidata dichiaratamente europeista e fautrice di una linea politica di apertura alla collaborazione con il blocco euro-atlantico. Un segno tangibile del progressivo avvicinamento tra Chişinău e il l’Europa è rappresentato dall’inaugurazione, avvenuta nei mesi scorsi, del gasdotto Iaşi-Ungheni-Chişinău, alla cui costruzione hanno contribuito i capitali della Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo.

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 La costruzione di tale infrastruttura strategica nel più ampio quadro dei progetti legati alla “diplomazia del gas” portata avanti da Bruxelles, segna di fatto un passo in avanti verso il rafforzamento delle relazioni di vicinato tra Bruxelles e Chişinău, portate avanti dalla diplomazia europea degli ultimi anni nel tentativo di intaccare il monopolio energetico esercitato dalla Russia. L’elezione di Maia Sandu e la successiva richiesta di elezioni parlamentari anticipate avanzata da quest’ultima potrebbero tuttavia esacerbare i conflitti interni al Paese, attraversato da tensioni interetniche ad oggi congelate, ma che potrebbero tuttavia riacutizzarsi anche a causa dell’azione di una potenza esterna quale la Russia

Le elezioni presidenziali tenutesi in Moldavia nel novembre 2020 hanno visto la vittoria al secondo turno di Maia Sandu, candidata del Partito dell’Azione e della Solidarietà che si è aggiudicata la competizione elettorale con un programma di riforme implicante anche l’avvicinamento all’UE. La posizione filoeuropeista della Sandu non rappresenta tuttavia una cesura netta nelle relazioni tra Bruxelles e Chişinău, poiché la cooperazione imperniata sulla “politica europea di vicinato” ha già iniziato a portare i suoi frutti, soprattutto per quanto concerne la politica energetica. Il 28 agosto è stato infatti inaugurato il gasdotto Iaşi-Ungheni-Chişinău, un’infrastruttura strategica costruita anche grazie ad un ingente investimento messo in campo dalla BERS e destinata a rendere la Moldavia meno dipendente dalle importazioni di idrocarburi russi. Nonostante le dichiarazioni del governo di Chişinău, secondo cui tale hub energetico è destinato ad entrare in funzione solo in caso di problemi con la rete di Gazprom, monopolista nel settore, il nuovo gasdotto avrà una capacità di rifornimento stimata piuttosto ampia per essere una rete di emergenza. Si stima infatti che l’infrastruttura recentemente inaugurata possa garantire il 60 per cento circa del consumo medio invernale e fino al 75 per cento del fabbisogno medio durante le altre stagioni. Il progetto di un nuovo hub energetico si inserisce tuttavia in un quadro più ampio di collaborazione con l’Unione Europea, a cui il Paese è legato da un accordo di associazione in vigore dal 2016.

Dopo l’inaugurazione della nuova rete energetica, tra l’11 e il 12 settembre 2020 il ministro degli esteri e dell’integrazione europea Oleg Tulea si è recato a Bruxelles per intrattenere dei colloqui bilaterali. Il primo incontro, quello con il commissario europeo per l’energia Kari Simson, ha riguardato il tema della cooperazione nel settore energetico, questione prioritaria dal momento che l’UE sembra voler procedere con l’integrazione dei Paesi ex sovietici nel mercato energetico europeo allo scopo di implementare la politica di vicinato, sganciando questi stessi Stati dall’orbita russa. Qualora la Moldavia venisse integrata con successo nel sistema regionale e nel mercato europeo del gas, la cooperazione energetica potrebbe successivamente essere estesa anche al mercato dell’energia elettrica e a quello delle energie rinnovabili, estendendosi poi per spill over in altri settori strategici. In ogni caso, secondo quanto dichiarato dal primo ministro moldavo Ion Chicu, il flusso del gasdotto non dovrebbe essere attivato nel breve periodo. Le dichiarazioni del presidente uscente Igor Dodon avevano inoltre fatto trapelare l’idea che il gasdotto recentemente inaugurato rappresenti una sorta di “messaggio” per i vertici del colosso russo Gazprom. Lo stesso presidente uscente ha infatti manifestato l’intenzione di mettere in funzione il nuovo gasdotto nell’eventualità in cui il flusso transitante attraverso la Romania si riveli più economico di quello proveniente dalla Russia.

 Le forniture russe hanno costi non irrisori per le casse dello Stato moldavo (si parla di 168 dollari al metro cubo), ma visti gli stretti legami economici, culturali e ideologici che tuttora intercorrono tra Mosca e Chişinău, una rottura netta tra i due Paesi causata dalla politica energetica appare oggi altamente improbabile. La futura presidente dovrà tuttavia giocare bene le sue carte, visto che l’assistenza e la cooperazione offerte da Bruxelles, così come gli aiuti russi, non sono affatto disinteressati. Durante l’incontro con l’esponente del governo moldavo tenutosi nei mesi scorsi, infatti, il commissario europeo per l’energia Simson ha dichiarato apertamente che la Moldavia, in cambio della collaborazione nel settore energetico, dovrà proseguire nel percorso previsto dagli accordi di associazione con l’Unione Europea in vigore dal 2016. Di conseguenza, il governo di Chişinău non potrà rimandare a lungo le scelte fondamentali circa la sua collocazione geopolitica, visto che, oltre all’UE, anche la NATO ha avviato un partenariato con la piccola repubblica slava, che rappresenterebbe un ulteriore tassello strategico da aggiungere all’Alleanza Atlantica.

 Lo sviluppo del partenariato tra il governo moldavo e la NATO è stato al centro di un colloquio intercorso nei giorni 11 e 12 settembre 2020 tra il ministro moldavo Oleg Tulea e il vicesegretario dell’Alleanza Atlantica, il rumeno Mircea Geoana. Al termine del faccia a faccia tenutosi a porte chiuse, il comunicato ufficiale ha affermato che i due hanno concordato un nuovo piano di assistenza per rafforzare le capacità di difesa della Repubblica moldava. Nonostante i passi in avanti verso una progressiva integrazione euro-atlantica, il futuro di Chişinău non è affatto scontato, dal momento che il governo non ha finora rinunciato ai legami con Mosca, che rimane un alleato chiave in numerosi settori. Inoltre, non va dimenticato che in Moldavia, nella regione della Transnistria, è presente una minoranza russa de facto autonoma, che potrebbe minare gli equilibri politici interni al Paese. Pertanto, qualora la nuova presidente dovesse dar seguito al proposito di indire elezioni parlamentari anticipate in modo da avere il controllo del Parlamento, ancora in mano ai socialisti del filorusso Dodon, le tensioni interetniche attualmente latenti potrebbero facilmente riacutizzarsi.


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Qualora la nuova presidente moldava riesca ad ottenere la maggioranza in Parlamento, e nell’eventualità in cui la nuova amministrazione statunitense dovesse rilanciare l’azione della NATO con il progetto di allargamento ad est dell’Alleanza Atlantica, la minoranza russa potrebbe rappresentare un problema per la stabilità del Paese slavo. Non è infatti da escludere l’ipotesi per cui Mosca, dinanzi allo scivolamento della Moldavia nell’orbita euro-atlantica, possa servirsi della comunità russa in territorio moldavo per ostacolare le aspirazioni filoatlantiche e filo-europeiste del governo centrale. Come già accaduto in Georgia e in Ucraina, la minoranza russa in Moldavia potrebbe infatti riuscire ad ostacolare le aspirazioni europeiste della nuova presidente, riacutizzando il conflitto attualmente congelato tra lo Stato moldavo e la repubblica de facto di Transnistria. Quest’ultima non ha mai sconfessato le proprie aspirazioni indipendentiste, e dunque potrebbe ancora alimentare conflitti e divisioni tali da rappresentare un’incognita per il futuro della Repubblica moldava, qualora quest’ultima decidesse di rafforzare i legami con l’UE e con la NATO.