L’Ungheria perde la voce

Dopo la rielezione di Viktor Orbán come primo ministro nel 2010, l’Ungheria è scivolata dal 23° all’89° posto nell’Indice Mondiale della Libertà di Stampa, stilato annualmente dall’organizzazione non governativa Reporter Senza Frontiere.

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Dall’agosto 2018 circa 500 mezzi di informazione ungheresi fra testate giornalistiche, canali televisivi e stazioni radio si sono uniti nella fondazione filogovernativa Central European Press and Media Foundation, ai cui vertici siedono uomini vicini al premier magiaro. A preoccupare è non solo il peso di questa associazione, ma anche il fatto che il premier, grazie all’emanazione di un decreto, l’abbia esentata dai controlli della vigilanza sulla concorrenza.

Tuttavia il primo passo verso la limitazione della libertà dei mezzi di informazione ungheresi risale all’approvazione della cosiddetta “legge bavaglio” nel 2010. Le misure adottate dalla legge prevedono che il Consiglio dei Media (composto da cinque esponenti del partito di Orbán) possa sanzionare i mezzi di informazione in caso di “violazione dell’interesse pubblico”, e che tutti i canali TV e le stazioni radio sovvenzionate dallo stato entrino a far parte di un’unica agenzia di stampa nazionale, la MTI. Inoltre, i giornalisti che trattino notizie legate alla “sicurezza nazionale” sono costretti a rivelare le loro fonti. Il testo della legge, tuttavia, non spiega cosa si intenda precisamente per “violazione dell’interesse pubblico” e “sicurezza nazionale”, mettendo di fatto la decisione nelle mani del Consiglio dei Media.

Il caso di Index.hu

In primavera Miklos Vaszily, imprenditore ungherese e amico di Orbán, ha annunciato di aver acquisito il 50% del gruppo Indamedia Network, di cui fa parte anche Index.hu, uno dei siti di notizie ancora indipendenti. Prima di essere licenziato a luglio, Szabolcs Dull, direttore del sito, aveva denunciato il rischio che questo cessasse di essere indipendente. Il licenziamento di Dull ha determinato un’emorragia di giornalisti, che hanno lasciato il loro lavoro al sito in segno di protesta, e ha provocato grande scalpore in Ungheria e in Europa.

Il numero di testate giornalistiche e canali di informazione indipendenti in Ungheria si riduce di anno in anno. Alcune testate sono state costrette a chiudere, come il principale quotidiano di opposizione, Népszabadsag, o a stampare all’estero, come il quotidiano conservatore Magyar Hang. Altre sopravvivono solo grazie alle donazioni dei lettori, dal momento che gli imprenditori ungheresi non comprano spazi pubblicitari per paura di inimicarsi il premier.

Un’altra vittima del covid

La crisi sanitaria ha indirettamente contribuito a indebolire la posizione dei media ungheresi. A fine marzo, nel pieno dell’emergenza sanitaria in Europa, Orbán, dopo aver sospeso il parlamento e indetto lo stato d’emergenza a tempo indeterminato, ha minacciato fino a 5 anni di carcere per i giornalisti che diffondano false notizie sul decorso dell’epidemia. Per false notizie sono da intendersi tutte quelle notizie che contraddicono i dati ufficiali rilasciati dal governo, ponendo dunque un freno al giornalismo investigativo e alla denuncia della possibile mala gestione di alcune situazioni.


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E l’Unione Europea?

Uno dei requisiti fondamentali per far parte dell’Unione Europea è il rispetto dei valori promossi dall’Unione, fra i quali figurano la rule of law, ovverolo stato di diritto, la democrazia e la libertà di stampa. Il mancato rispetto di questi valori da parte di uno stato membro può portare all’attivazione dell’articolo 7 del Trattato dell’UE, che prevede sanzioni e perfino la sospensione di alcuni diritti in seno agli organi europei. Nel settembre 2018 il Parlamento Europeo aveva adottato una risoluzione in cui invitava il Consiglio europeo a constatare l’esistenza del rischio di una violazione grave dei valori fondanti dell’Unione Europea da parte dell’Ungheria, attivando l’articolo 7. Tuttavia, per imporre sanzioni importanti come la sospensione del diritto di voto, il Consiglio deve votare all’unanimità, cosa che rende difficile l’attuazione di provvedimenti così severi. L’estate scorsa l’Ungheria ha minacciato di far saltare gli accordi sul Recovery Fund nel caso l’erogazione dei fondi europei fosse stata strettamente vincolata al rispetto dei principi democratici, posizione per cui, invece, si è battuta la Francia.

Ad oggi nel testo degli accordi compare un accenno allo stato di diritto e, benché non sia attivo nessun procedimento legale, l’Ungheria rimane un osservato speciale da parte della Commissione Europea.