L’ultima chance per il Libano è il FMI

La dura crisi economica e monetaria che il Libano è chiamato ad affrontare vede il Movimento sciita Hezbollah, come ago della bilancia nella maggioranza di governo e nella ridefinizione delle temute condizionalità del FMI. Queste ultime tacciate negli anni di forti ingerenze nel potere sovrano, di incapacità risolutiva, e persino di aggravamento delle crisi dei debiti sovrani.

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Hezbollah al governo.

La Repubblica Parlamentare libanese affonda le sue radici nel fragile equilibrio del confessionalismo politico, delineato dagli Accordi di Tai’f. Accordi raggiunti al termine della lunga guerra civile (1975-1990) al fine di garantire una maggiore coesione sociale, grazie ad una distribuzione più equa dei seggi parlamentari tra le frange maronite, sunnite e sciite della popolazione. La distribuzione delle libertà civili su base religiosa ha, però, ingenerato la debolezza istituzionale del Paese. Una debolezza sfruttata dai diversi gruppi confessionali che hanno sopperito alle mancanze dell’apparato centrale in interi settori del Welfare. E, perciò, un ruolo primario nella gestione dei servizi educativi, culturali, sanitari e sociali è stato svolto da Hezbollah (Partito di Dio). In questo modo, Hezbollah è asceso a protagonista ineluttabile della vita politica del Paese e, per mezzo delle risorse finanziarie iraniane, è stato in grado di rispondere alle esigenze di intere parti della popolazione, come dimostrano le risorse umane e materiali messe in capo per far fonte all’emergenza Covid-19. Dopo le proteste di piazza dell’autunno scorso, che hanno dato voce alle complesse fragilità del sistema politico ed economico, il Partito di Dio è entrato nella maggioranza di governo del neo insediato Hassad Diab. Fin da subito, però, sono risultate evidenti le divergenze in merito alla scelta delle politiche da adottare per far fronte alla grave crisi debitoria del Paese.

Le prime reazioni di Hezbollah.

Sin dalla dichiarazione del presidente Diab di inadempimento delle tranche di debito pubblico in scadenza tra marzo ed aprile, Hezbollah ha manifestato una forte opposizione a qualunque forma di intervento da parte del FMI. Un’opposizione giustificata dal timore dell’applicazione di condizionalità strutturali. L’opposizione di Hezbollah è rilevabile nelle parole di uno dei suoi uomini più illustri, lo shaykh Naim Qassem, che ha definito il FMI come “un’emanazione del grande satana”. Anche il partito cristiano maronita del presidente Michel Aoun, al governo insieme ad Hezbollah, non è apparso inizialmente aperto a forme di dialogo con entità sovranazionali. Il problema è nato e deve essere risolto nel Paese, anche attraverso il ricorso a forme di ingegneria finanziaria e derivati: questa la prima posizione assunta dai vertici della Banca centrale libanese. È stato l’avvertimento rivolto da Fitch alle autorità libanesi, in merito ad un declassamento peggiorativo in caso di ricorso a soluzioni di ingegneria finanziaria, a rendere evidente l’impossibilità di una soluzione esclusivamente interna

Il FMI e le crisi: cenni.

La Conferenza di Bretton Woods ha fatto del FMI il baluardo della stabilità monetaria internazionale quale presupposto di una prosperità economica nazionale e internazionale (art. I, Statuto FMI). Ed effettivamente per più di 30 anni il FMI si è limitato a gestire situazioni temporanee di squilibrio monetario dei Paesi Membri, coincidenti con scarsezza di valuta estera. La temporaneità dello squilibrio si rifletteva nella percentuale relativamente bassa di risorse messe a disposizione dal FMI e nella previsione di tempi brevi per la loro restituzione. In questo modo, il FMI si muoveva esclusivamente come autorità monetaria sovranazionale. Invece, a partire dagli anni ’80, il FMI si è posto come autorità internazionale principalmente finanziaria. Ciò in virtù della mutata situazione del mercato globale: in particolare, a causa della sospensione, per unilaterale decisione americana, della convertibilità dollaro-oro che ha attribuito un ruolo maggiore al mercato nella determinazione del valore delle singole monete. L’opinione del mercato, così, ha assunto rilevanza e capacità di influenza sulle scelte politiche statuali sempre più finanziariamente sostenute. Da qui, l’inasprimento del numero delle crisi per eccessivo livello di indebitamento esterno che hanno spinto il FMI ad adottare politiche speciali di sostegno, caratterizzate da piani di attuazione di medio-lungo periodo e dall’erogazione di risorse superiori a quelle previste, originariamente, dal suo Statuto. Politiche che si sostanziano nell’adozione di programmi di aggiustamento dell’organizzazione bancaria, previdenziale e finanziaria oltreché istituzionale del Paese in crisi. L’attività finanziaria del Fondo, pertanto, si è legata alla creazione (c.d. condizionalità strutturali) di nuovi assetti istituzionali e normativi ritenuti più confacenti alle esigenze del mercato globale. Condizionalità attuate anche in Europa, durante la crisi del debito sovrano, risultando in alcuni casi non risolutive. Infatti, a parere di autorevole dottrina (tra gli altri, J.E Stiglitz) tali condizionalità sono state le principali cause dell’inasprimento della crisi.

Il FMI a Beirut.

Come si è mosso il Comitato esecutivo del FMI nella vicenda libanese? In un primo tempo ha operato valutazioni economico-finanziarie, sulla base del solo mandato esplorativo di sorveglianza ex art. IV Sez. 3 dello Statuto. Infatti, ha inviato una delegazione, guidata da Martin Cerisola, che ha evidenziato le fragilità economico-istituzionali e finanziarie del Paese in un colloquio definito come produttivo con il Ministro delle finanze Ghazi Wazni e il primo ministro Diab. Un colloquio che ha rappresentato il primo passo verso l’apertura di una apposita linea di credito da parte del Fondo. Una apertura che non è mai automatica ma presuppone una richiesta formale (c.d. lettera di intenti) firmata dal Ministro dell’Economia e dal Presidente della Banca Centrale. Una apertura che, al contempo, non è mai nemmeno disinteressata da parte del FMI; dietro la lettera di intenti delle autorità nazionali vi si individua, di solito, una decisiva influenza del Segretariato. Il Segretariato ha concordato tanto con il Ministro dell’Economia Wazni quanto con il presidente della Banca Centrale Riad Salameh un’inevitabile intermediazione del FMI nella risoluzione dell’alquanto complessa crisi. Infatti, molteplici sono i fattori che l’hanno generata: eccessiva dipendenza del settore pubblico dagli investimenti esteri per dare attuazione alle politiche sociali, centralità delle rimesse straniere per incentivare il settore privato, sfiducia del mercato finanziario internazionale e conseguente penuria di valuta estera. Fattori tra loro complementari la cui gestione non può che passare attraverso nuove iniezioni di liquidità; liquidità che i mercati rifiutano di concedere e che può essere recuperata solo per mezzo dell’attività di sostegno ex art. V degli accordi di Bretton Woods. Attività, come evidenziato, coordinata tra autorità nazionali e FMI, eppure la diretta responsabilità ricade interamente sugli organi nazionali.  Si tratta, infatti, di politiche presentate come soluzioni che, anche in assenza di sostegno del FMI, sarebbero adottate dagli organi governativi; in caso contrario sarebbero espressione di eccessiva ingerenza sovranazionale nell’autonomia decisionale governativa.

Il cambio di passo di Hezbollah.

Il primo maggio, Diab e Whazi hanno formalmente presentato la richiesta (lettera di intenti) di accesso alle risorse del FMI. Cosa ha spinto Hezbollah a cambiare idea? Da un lato, l’emergenza Covid-19 che ha costretto il Libano a richiedere l’esborso di ben 40 milioni di dollari statunitensi da parte della Banca Mondiale per l’acquisto di respiratori e di tamponi; dall’altro, il ricorso da parte di Teheran, principale finanziatore di Hezbollah, al sistema di sostegno del FMI. Anche il radicale regime di Khamenei, in una situazione di insostenibilità sanitaria e finanziaria, ha compiuto un passo che sino a qualche tempo fa sarebbe stato impensabile: quello di permettere l’ingerenza del Washington Consensus nelle politiche nazionali. Tale decisione funge da exemplum per un mutamento di posizione da parte di Hezbollah. Il Partito di Dio è ben conscio che un controllo diretto dei conti di Teheran da parte del FMI, potrebbe tradursi inevitabilmente in un ostacolo al proprio sostentamento, fortemente dipendente dall’Iran. Per questo, Hezbollah ha ritenuto opportuno non continuare ad opporsi al sostegno del FMI a patto che “non comporti condizioni che danneggino l’interesse nazionale” come precisato in una nota. Tuttavia il Partito è consapevole che forme di condizionalità non potranno mancare.

Il piano di ristrutturazione in discussione.

Diab mira ad ottenere non solo i 10 miliardi di dollari che verrebbero stanziati dal FMI, ma anche altri 11 già stanziati durante la nota “Conférence Economique pour le Développement par les Réformes et avec les Entreprises” (CEDRE) di Parigi del 6 aprile 2018, la cui erogazione è sospesa a fronte della mancata attuazione delle promesse riforme strutturali e settoriali. Riforme ora ricomprese nel programma di aggiustamento in discussione. Quali sono queste riforme? In primis, una ristrutturazione dei settori bancario e finanziario i cui utili legati alle operazioni di ingegneria finanziaria sono definiti dal governo come conseguiti a scapito dell’economia nazionale. In secundis, uno sconto sul debito sovrano detenuto alla Banca del Libano (BDL) e alle banche commerciali, fino a $ 38 miliardi. Infine, una riduzione del numero delle banche commerciali. Ciò, al fine di ridurre il disavanzo pubblico al 5,6% entro il 2022. Tale piano vede l’opposizione dell’élite bancaria e di ampie frange della popolazione. Dal canto suo, Hezbollah prediligerebbe un suo uomo di fiducia al timone delle riforme. Ecco perché il Partito di Dio ha identificato il capro espiatorio della crisi in Salameh, uno dei governatori bancari più longevi del mondo, cristiano maronita, con l’intento di sostituirlo.

L’incognita giapponese.

La questione più spinosa si traduce anche nella difficoltà di raggiungere un’approvazione del piano di risanamento da parte del Comitato Esecutivo del FMI. Beirut teme una possibile ritorsione da parte del Giappone per aver dato asilo all’amministratore delegato della Nissan, Carlos Ghosn. Ghosn, infatti, è accusato dalla giustizia giapponese di aver deliberatamente sottostimato i propri compensi di fronte alle autorità della borsa e di aver usato beni aziendali per il valore di ben 5 milioni di euro a fini personali. Dopo una rocambolesca fuga attraverso Ankara, si è rifugiato a Beirut e la sua estradizione inevitabilmente finisce con il costituire l’ago della bilancia in seno al FMI. La particolare ponderazione del voto nel Comitato Esecutivo, infatti, permette ai principali finanziatori del FMI di poter esercitare una sorta di potere di veto. Tra questi vi e’il Giappone. Si palesa, così, lo spettro di una possibile mancata erogazione del sostegno. Se ciò si verificasse il Libano sarebbe condannato definitivamente agli appetiti territoriali degli altri competitors regionali.