L’UE può ancora parlare di universalismo? L’Asia Centrale dice di no e sceglie la Cina

Con la fine della Guerra Fredda, il concetto di potere supera l’impostazione vestfaliana a favore di una comunità internazionale focalizzata più sul piano valoriale che su quello militare. Figlia di questa transizione è l’Unione Europea: l’assenza di un corpo militare unificato ha reso inevitabile l’introduzione di un nuovo modo di affermarsi, fondato sulla capacità di fissare gli standard di normalità nelle relazioni internazionali. Le fondamenta ideologiche dell’UE come potere intrinsecamente normativo – istituzionalizzate dal Trattato sull’Unione Europea del 2007 – sono i cinque principi di pace, libertà, democrazia, stato di diritto e diritti umani. La definizione della natura dell’organizzazione in questi termini si riflette nella politica estera verso Stati terzi, spesso subordinata alla loro adesione ai principi dell’Unione. Tuttavia, una simile strategia si rivela spesso inefficace in aree geograficamente e culturalmente remote ed è percepito da alcuni come un velato imperialismo: il problema si fa chiaro in Asia Centrale (Turkmenistan, Kazakistan, Uzbekistan, Kirghizistan e Tagikistan).

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UE e Asia Centrale: reciproco vantaggio o velato opportunismo?

Quando, appena un trentennio fa, l’URSS si frantuma in una costellazione di nuovi stati indipendenti, nella regione si apre un significativo vuoto di potere dovuto alla scomparsa dei legami esclusivi con Mosca. Se durante il suo primo decennio di indipendenza l’area centroasiatica viene sostanzialmente ignorata dall’UE, il giro di boa si ha con gli attentati dell’11 settembre, che ne mettono in luce la rilevanza strategica nella lotta al terrorismo, rivolta verso il confinante Afghanistan. A fare da ulteriore incentivo è la previsione di un forte aumento del fabbisogno energetico europeo, che richiede una maggiore diversificazione delle proprie fonti di approvvigionamento. In tale contesto, l’Asia Centrale rappresenta l’obiettivo perfetto: gli ‘Stans’, infatti, occupano una posizione geopoliticamente favorevole nel ‘nuovo grande gioco’ dell’energia, possedendo rispettivamente il 3% e il 6% delle riserve mondiali provate di olio e gas naturale. In cambio, la regione beneficerebbe della presenza dell’UE per alleggerire la propria dipendenza dall’economia e dalle infrastrutture russe. Camuffando l’elemento normativo come effetto collaterale dei programmi di aiuto e modernizzazione, l’UE può raggiungere obiettivi normativi a lungo termine attraverso accordi pragmatici nel breve periodo. Nella misura in cui la contaminazione normativa è mascherata dietro a un velo pragmatico, dunque, le relazioni tra Europa e Asia Centrale appaiono reciprocamente vantaggiose. Tuttavia, l’approccio europeo rimane pretenzioso e l’adesione retorica alle disposizioni normative è raramente seguita da un’effettiva implementazione delle stesse, percepite come un’imposizione non gradita. Infatti, questi stati si servono di politiche multivettoriali per eludere il trade-off tra benefici economici e allineamento politico, coalizzandosi simultaneamente con più grandi potenze in competizione tra loro e sfuggendo ai vincoli di un’alleanza esclusiva. Le repubbliche centroasiatiche, dunque, strumentalizzano l’UE per accaparrarsi benefici economici, ma evitano la condizionalità facendo leva sulla non-esclusività dei loro rapporti.

Universalismo o unilateralismo?

L’approccio asimmetrico di Bruxelles si rivela essere una seria controindicazione per la sua politica estera. La missione di democratizzazione, infatti, si relaziona a tutto il mondo non occidentale come un blocco omogeneo, articolandosi in una prospettiva autoreferenziale e trascurando gli interessi specifici dei potenziali partner. Dinanzi a una categoria indifferenziata di “altri”, la presunta universalità dei propri principi legittima l’atteggiamento messianico dell’UE nel suo sforzo di definire gli standard di normalità nella scena internazionale. Tuttavia, l’Europa sembrerebbe promuovere i propri interessi sotto le sembianze di valori intrinsecamente legittimi, inneggiando all’altro ma guardando a sé. Tale atteggiamento – che echeggia una responsabilità missionaria di civilizzazione – sottintende una superiorità che darebbe a Bruxelles il via libera per porre condizioni unilaterali e forzare il consenso in nome di un bene “superiore”. Questa narrativa si è dimostrata efficace in Europa centro-orientale, dove l’aspirazione a diventare stati membri e l’adesione aprioristica ai valori dell’Unione oscurano la condizione di “prendere o lasciare” imposta da Bruxelles. In assenza di tali condizioni, tuttavia, l’approccio europeo sembra quasi un tentativo di applicare un disegno analitico a una realtà che non rientra nei suoi contorni e, al contrario, li percepisce come una morsa stringente. Ciò è vero soprattutto per la regione centroasiatica, dove l’UE si dimostra molto esigente senza offrire incentivi per far rispettare le proprie condizioni. Infatti, gli Stans hanno superato la transizione post-sovietica mantenendo le proprie élite governative, che sono riuscite a stabilizzare economicamente la regione senza stravolgerne le strutture socio-politiche. In tal senso, lo sforzo di democratizzazione dell’UE e la sua stessa presenza nel territorio sono percepiti come superflui e intrusivi in un sistema ben funzionante, che si sente minacciato dall’imposizione di valori alieni alla propria cultura politica.

Spirito di Shanghai vs acquis communitaire

Tra i vari ‘pretendenti’ dei regimi centroasiatici, la Cina si distingue come un’alternativa più compatibile, insidiando le politiche europee nella regione attraverso un approccio privo di condizioni normative. Gli obiettivi cinesi sono puramente pragmatici, orientati verso relazioni commerciali ed energetiche secondo una cooperazione di tipo win-win. Infatti, a fronte della sua crescente domanda energetica, il gigante asiatico ha sviluppato due strategie, chiamate oil-for-loanse no-strings-attached. La prima, elaborata durante la crisi economica del 2008, consiste nella concessione di prestiti da parte della Cina in cambio di approvvigionamento petrolifero da parte di governi bisognosi di assistenza finanziaria. La seconda, invece, consiste nella scissione delle concessioni economiche da impegni normativi. Tale politica di non-interferenza ha favorito la diplomazia cinese, che sembra aprire le porte a uno spostamento verso est delle politiche energetiche e, in generale, delle relazioni internazionali.

La politica estera cinese è animata dallo “Spirito di Shanghai”, la cui logica d’azione promuove la cooperazione nel rispetto della specificità e della sovranità. La parola d’ordine è reciprocità: non esistono attori inerti su cui proiettare i propri interessi. Questo aspetto sembra fare da spartiacque tra l’acquis communitaire europeo, un sistema di obbligazioni che stabilisce le regole della partita internazionale, e il guanxi cinese, in cui le norme sono non la precondizione ma piuttosto il risultato di un’interazione basata sull’impegno reciproco. La proposta europea dell’acquis communitaire come astorico e universale, dunque, sembrerebbe ignorare che l’elemento normativo non è frutto di un’esternalizzazione ma va contestualizzato all’interno di un ambiente intersoggettivo in costante mutamento. Il rispetto per i propri interlocutori è la condizione perché la leadership sia guadagnata e non imposta, e la cooperazione sia una proposta e non un obbligo.


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In ultima analisi, l’offerta cinese sembra più affine alla cultura di non-interferenza delle realtà centroasiatiche, abbandonando una ormai obsoleta prospettiva eurocentrica e abbracciando un nuovo ordine multipolare. In questo modo, il paradigma di Pechino elimina il dualismo soggetto-oggetto, io-altro, pensiero-materia, dimostrandosi più elastico ai cambiamenti e proponendosi come nuovo protagonista nell’ordine globale. E, se l’UE non problematizza la rigidità delle proprie sovrastrutture, il suo destino internazionale sembra essere quello di una comparsa.