L’UE come security provider nel Sahel parte seconda: valutazioni e previsioni

Definire il successo di una missione non è mai stato semplice date le possibili ripercussioni, anche inaspettate, delle operazioni internazionali. Il successo militare può non essere seguito da altrettanti successi sul piano politico e sociale, annullando o modificando i risultati ottenuti sul campo da battaglia. A differenza però delle operazioni militari, i cui gli obiettivi vengono definiti in target o tasks molto chiari, per le missioni di capacity building dell’Unione è difficile stabilire quanto le forze dell’ordine o le istituzioni di un Paese abbiano assorbito determinate pratiche di rispetto dell’uso della forza, dei diritti dell’uomo o quanto efficaci possano essere le proposte di riforma del settore della sicurezza. Non di meno però deve venire lo sforzo nel dare un quadro comprensivo e scientifico dell’operato europeo, specialmente nel Sahel, dove le forze internazionali lavorano da otto anni.

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Riconoscere l’instabilità

I fattori che determinano l’instabilità di un Paese possono essere molteplici e nel Sahel una serie di congiunzioni fanno si che l’area soffra di una irrequietezza sistemica. Le istituzioni fondano la loro legittimità non solo sul riconoscimento politico da parte della popolazione ma anche sulla capacità di esercitare il monopolio della forza, per questo, pur di mantenere la rule of law, gli Stati investono molto in armamenti e nella difesa fornendo un indicatore atipico per individuare la loro instabilità. Il Mali con il 2,87%, Mauritania con il 3,02% ed il Niger con il 2,45%, sono trai top 30 paesi che spendono in percentuale il proprio prodotto interno lordo per il fabbisogno militare. A minacciare le istituzioni possono gruppi esterni od interni, a volte un ibrido delle due cose, dato che le organizzazioni criminali che commerciano armi, droghe e persone lavorano in modo transnazionale ed il Sahel è un punto di transito obbligatorio per queste. Un’alta spesa in armamenti non corrisponde automaticamente alla presenza di minacce per un Stato, come nel caso dell’Arabia Saudita, ma in questo, come in quello di altri Stati africani o medio-orientali, è un indicatore delle difficoltà che questi affrontano.


Un altro indicatore che ci può far capire la sistematica instabilità è la quantità di colpi di Stato, tentanti e falliti, nel Sahel, in rapporto con quelli di tutta l’Africa dal 1950 ad oggi. I dati presi dal database di Jonathan Powell, uno dei più eminenti studiosi di golpe, suggeriscono due elementi. Il primo è che dei 207 golpe totali, ben 50, ovvero un quarto, sono avvenuti nel Sahel e che il rapporto tra falliti e riusciti, sia a favore dei “riusciti” in quest’area a differenza di una tendenza generale nel resto dell’Africa dove il trend vede per lo più fallire questi tentativi. Questo delinea non soltanto una serie  storica ma anche possibili serie future dato che gli Stati dell’area sembrano essere non solo più soggetti ma anche più vulnerabili a questi eventi.

Come valutare l’operato europeo

Generalmente si individuano due tipi di caratteri da poter esaminare: qualitativi e quantitativi. Le missioni europee possono esser osservate con una doppia ottica, da un lato valutare il numero di personale addestrato ed in secondo luogo la qualità dello stesso. A mio modo di vedere, anche un giudizio ibrido che tenga conto di entrambi i caratteri poco riesce ad individuare della bontà dell’operato europeo poiché bisognerebbe decidere a priori degli standard per cui un determinato numero di agenti di polizia addestrati è buono, oppure, ancora più inverosimilmente testare e stimare le capacità del personale addestrato nel momento dell’operatività. Non avendo i cosiddetti benchmark né disponendo di questionari o sistemi di valutazione terzi risulta difficile così valutare se le missioni in Mali abbiano svolto adeguatamente i loro compiti.
Possiamo, invece, tramite degli indicatori socio-politici valutare l’effettivo miglioramento o peggioramento dei rispettivi indici da quando l’UE è entrata nel Sahel come security provider.

Gli indicatori presi in esame dal database della World Bank sono innanzitutto omogenei, utilizzando la stessa scala, e fanno parte di un medesimo gruppo che saggiano la salute e resilienza delle istituzioni. Sono stati presi indicatori per gli Stati del G5, quelli per cui l’Unione ha mandato due missioni in Mali e una in Niger. Gli indici andando da numeri negativi a positivi sono da considerarsi migliori qualora più vicini allo zero nel caso del grafico riportato sopra, dato che non abbiano numeri positivi. Leggendo quindi i mutamenti dal 2013 al 2018, anno ultimo in cui sono disponibili questi indici, è possibile notare un macro-fenomeno e due meno evidenti. Il dato più evidente è che mediamente, per l’area dei G5, gli indicatori migliorano, per cui si può dire che ci sia stato generalmente un effetto positivo dal momento dell’arrivo delle missioni europee in loco. Questo effetto generalizzato se scomposto, però, fa notare due cose: la prima è che i miglioramenti sono altalenanti ed a macchia di leopardo tra le varie nazioni, notiamo per esempio decisi miglioramenti del Burkina Faso nell’esercizio della Rule of Law e nel controllo della corruzione mentre il risultato è esattamente opposto in Ciad, con un deciso peggioramento in entrambi i casi. La seconda è che tutti gli indicatori del Mali, fatta eccezione al controllo della corruzione, sono peggiorati, chi leggermente e chi sensibilmente. Il fatto che l’indice di stabilità politica peggiori dopo il 2013 nonostante i decisi miglioramenti nel depotenziare i gruppi armati jihadisti, è una spia che alla luce del recente golpe sembra perfettamente calzare con la realtà dei fatti.

Utilizzare i dati per cercare di prevedere il futuro

I segnali di discontinuità che ci provengono dal Sahel sono in perfetta continuità col passato e questi repentini cambiamenti sono tipici della regione e rallentano da anni lo sviluppo economico come i progetti di messa in sicurezza dell’area. Inoltre, l’influenza economica nell’area della Cina, e militare statunitense, rischiano di offuscare l’operato europeo che si prefigge obiettivi a lungo termine irrealizzabili senza un clima di stabilità politica e salute economica. Senza questi indicatori positivi, l’effetto delle politiche e missioni europee viene dissipato tra le maglie delle difficoltà che questi Stati strutturalmente hanno. L’Unione europea non è un security provider credibile nel momento in cui non riesce a garantire che i propri partner non vengano deposti da un colpo di Stato. Politicamente, più che militarmente, questo è una sconfitta per la Francia e l’Unione, le quali nel progetto dell’ex presidente IBK avevano dato le chiavi delle speranze di risurrezione del Mali e quindi del Sahel.


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E’ lecito aspettarsi un generale trend di miglioramento degli indicatori caratterizzato da episodi di discontinuità. C’è però un fattore che potrebbe generare un effetto valanga sugli indici ed è la presenza di milizie jihadiste a nord-est del Mali. Queste cellule, ancora presenti ed attive, rappresentano una resistenza al tentativo di pacificare ed unificare il Paese dal 2012, gli sforzi francesi tramite l’operazione Barkhane per ora hanno sortito effetti solo nel breve periodo ed ora questi gruppi stanno tornando ad avere una maggiore incisività rispetto il passato. Qualora Barkhane e la JFG5 non dovessero risolvere i problemi di sicurezza del Mali, il trend di peggioramento del Paese potrebbe accelerare e portare con se anche gli altri del G5 dato il peso economico e politico della nazione.