L’UE al suo giro di boa

L’Unione Europea nasce come il miglior risultato della c.d. diplomazia multilaterale istituzionalizzata con cui nel periodo immediatamente successivo al secondo conflitto mondiale i protagonisti della società internazionale intendevano costruire un nuovo ordine internazionale.

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Il mostro della guerra e degli egoismi nazionalistici, nel Vecchio continente, venivano ad essere, così combattuti con nuove modalità di negoziazione di accordi e soprattutto di gestione dei rapporti fra gli Stati. Il vecchio principiodel balance of power venne in questo modo sostituito dall’accrescimento di relazioni collettive. Forme stabili di relazioni, di soluzione delle controversie, di vigilanza sugli accordi presi sono stati, principalmente, costituiti, da allora sino ad oggi, dall’ ONU e dalla CECA/EURATOM, ora Unione Europea.

Lungo e travagliato è stato il percorso di evoluzione che ha condotto la vecchia CECA ad assumere le attuali forme dell’UE: un percorso di integrazione e cooperazione che ha riguardato, da un lato, lo sviluppo dei diritti umani e sociali dei cittadini europei e, dall’altro, la creazione di un mercato unico delle merci e dei servizi sotto un’unica moneta. 

Senonché durante questo percorso forti sono stati i problemi inerenti a un costante deficit democratico nelle procedure legislative comunitarie. Un deficit democratico che nemmeno il trattato di Lisbona del 2009 è riuscito a risolvere pienamente. Perciò, la nuova composizione parlamentare dell’UE, derivante dalle elezioni europee di domenica scorsa, deve fare i conti anche con questo deficit. 

Gli esiti delle elezioni europee sicuramente confermano un incremento di seggi attribuiti all’ala sovranista/anti-europeista (Conservatori e Riformisti europei, Europa delle nazioni e delle libertà, Europa della libertà e della democrazia diretta). Ma tale incremento rappresenta meno di ¼ dei seggi parlamentari. Quanto peso tali forze avranno nelle procedure decisionali europee dipende nettamente, però, dalle modalità legiferative 

Modalità legiferative che possono ritenersi ormai consolidate e che non appaiono oggetto di modifiche nel breve termine. La procedura legislativa principale è costituita da quella ordinaria che vede un ruolo di co-legislatori tanto del Parlamento quanto del Consiglio, su proposta della Commissione; la proposta della Commissione può essere, a sua volta, sollecitata anche dallo stesso Parlamento. In tutte le altre procedure, c.d. speciali il Parlamento interviene solo a titolo consultivo. Ne deriva un ruolo del Parlamento UE ancora non pienamente parificabile a quello di un parlamento nazionale, costituendo parte del già menzionato deficit democratico europeo. Perciò, l’attribuzione di un maggior numero di seggi alle forze antieuropeiste difficilmente potrà sovvertire o ridefinire il volto dell’UE. 

Nonostante ciò non può negarsi che il risultato elettorale abbia manifestato una volontà di cambiamento da parte dei cittadini europei. Una volontà che spinge le forze politiche a superare le reciproche differenze per raggiungere nuovi equilibri interni alle istituzioni. Infatti, i due grandi partiti che da sempre hanno polarizzato il parlamento UE, Partito popolare europeo e Socialisti e democratici, da soli non appaiono in grado di formare una maggioranza autosufficiente se non aprendosi alle istanze delle accresciute forze politiche liberali e ambientaliste.

Una situazione di maggioranze variegate che pongono, quindi, l’UE al suo giro di boa: l’UE potrà trasformarsi in una entità sempre più integrata, se pur nelle diversità, oppure in una entità dominata sempre più dai particolarismi statualistici. Tutto dipenderà dalle interpretazioni che le forze politiche vorranno dare all’esito del voto. Di per sé, come risultato dell’evoluzione attraverso i decenni, l’UE appare essere qualcosa di più di una semplice organizzazione internazionale eppure qualcosa di meno di una federazione di Stati. La limitazione delle sovranità nazionali a favore di competenze esclusive riconosciute alle istituzioni comunitarie in settori predefiniti avvicinano l’UE ad una federazione di Stati. Ma la mancanza di una unione di bilancio che affianchi l’unione monetaria impedisce di avvicinare l’UE ad una federazione di Stati ma soprattutto espone i singoli Stati membri a periodici shock asimmetrici, ovvero a crisi di sfiducia da parte dei mercati nei confronti di alcuni Stati membri (e non di tutti). 

La ragione, infatti, che ha condotto le spinte sovraniste e antieuropeiste di giungere sino a Bruxelles va rinvenuta, a parere di autorevole dottrina (si veda, ad esempio, De Grauwe, Stiglitz), proprio alla imperfetta integrazione che si è raggiunta al livello comunitario tra moneta e bilancio: ad una moneta unica, ad una banca centrale unica non si è accompagnata una comunitarizzazione del bilancio. Ogni singolo Stato mantiene il proprio bilancio indipendente ed ogni singolo Stato viene chiamato a fare i conti con il proprio debito 

Ed ogni Paese dell’UE è stato già chiamato a fare i conti con il proprio debito nella crisi dell’eurozona del 2008-2015 chiaramente caratterizzata da shock asimmetrici. In tale occasione il mercato Internazionale ha potuto constatare come ogni singolo Stato membro dell’Unione sia esposto alle periodiche ondate di sfiducia dei finanziatori consapevoli della impossibilità delle banche centrali nazionali di stampare nuova moneta in caso di, presunta o possibile, insolvenza. 

Ne deriva che al termine del secondo decennio del 21º secolo l’UE è chiamata ad assumere una decisione definitiva: 

  1. procedere verso l’unificazione di bilancio capace di ridistribuire la ricchezza tra Stati membri in condizioni di prosperità verso quelli in difficoltà, riducendo i disagi derivanti da shock asimmetrici;
  2. ritornare verso la nazionalizzazione della moneta quale unica giustificazione possibile per l’esistente statalizzazione del bilancio e del debito

Questa la sfida che si apre dinanzi ai nuovi protagonisti del Parlamento Europeo che condurranno l’UE a compiere un essenziale giro di boa.