Luci e ombre del nuovo accordo OPEC

Nel meeting di Vienna l’Opec e i Paesi produttori non-Opec guidati dalla Russia  hanno raggiunto un accordo per l’aumento della produzione di petrolio, che potrà salire fino a un milione di barili al giorno. Ma in realtà si tratta di un accordo vago, di un aumento “nominale” dato che la produzione aumenterà solo quando sarà possibile.

Luci e ombre del nuovo accordo OPEC - GEOPOLITICA.info

Dopo lo storico accordo del novembre 2016, quando i Paesi si accordarono per tagliare la produzione giornaliera di petrolio con la speranza di provocare un rialzo nei prezzi, pochi giorni fa i Paesi produttori di petrolio, forti anche delle pressioni provenienti dalla Casa Bianca, si sono accordati per un aumento della produzione di “oro nero”, una mossa dettata dalla necessità di provare a bloccare l’aumento dei prezzi, arrivati ad oltre i 70 dollari al barile. Un accordo con il quale, però, l’Opec si è inventato un aumento “sulla carta”, senza una precisa tempistica e legandolo alle effettive capacità dei singoli Paesi coinvolti.

Lo storico accordo del novembre 2016

Nell’incontro di Algeri del settembre 2016 emerse chiaramente la volontà dell’Opec di superare la difesa delle quote di mercato avviata verso la fine del 2014. Una decisione che venne ufficializzata a Vienna nel corso del meeting del 30 novembre 2016, quando l’Organizzazione ha optato per un taglio della produzione di 1,2 milioni di barili al giorno rispetto al livello del mese precedente, da realizzare tra il 1° gennaio e il 30 giugno 2017. Pochi giorni dopo, 11 Paesi non appartenenti all’Opec annuncia il proprio impegno di riduzione della produzione di circa 0,6 milioni di barili di petrolio, metà della quale in capo alla Russia.

Nonostante l’aderenza complessiva ai tagli sia stata particolarmente elevata, l’Accordo non ha sortito l’effetto sperato sui prezzi, principalmente a causa dell’aumento della produzione degli Stati Uniti e della crescita della produzione in Libia e Nigeria, Paesi esentati dai tagli per le note questioni politiche che caratterizzano da anni i due Stati. In un simile contesto, quindi, sia in occasione del vertice del maggio 2017 sia in quello del novembre 2017, i Paesi produttori coinvolti hanno confermato il prolungamento dei tagli nella speranza di una stabilizzazione delle quotazioni nel tempo.

L’aumento (sulla carta) della produzione di gregge

Con un prezzo del petrolio oltre i 70 dollari al barile, uno scenario politico internazionale in fermento e con l’avvicinarsi delle elezioni americane di mid-term, i Paesi produttori di petrolio si sono ritrovati a Vienna a fine giugno 2018 per rivedere la propria strategia. Nonostante le numerose divisioni all’interno del cartello, i Paesi, guidati da Russia e Arabia Saudita, hanno posto fine alla stagione dei tagli, accordandosi per un aumento della produzione di un milione di barili “nominali” al giorno. Questo significa che, al netto di quei Paesi che non saranno in grado di far fronte, sia per questioni tecniche che politiche, all’aumento della produzione, l’incremento effettivo del gregge in circolazione si attesterà intorno ai 600-700 mila barili quotidiani.

I giochi (politici) alla base dell’Accordo

L’accordo raggiunto a Vienna la scorsa settimana è frutto di un compromesso. Da un lato, Russia e Arabia Saudita, sempre più politicamente ed economicamente vicine (come dimenticare, d’altronde, le facce sorridenti del presidente russo Vladimir Putin e del principe ereditario saudita Mohammad bin Salman in occasione della partita inaugurale dei mondiali di Russia che ha visto proprio di fronte i due Paesi) e pronte a coprire immediatamente l’aumento delle quote; dall’altro lato, Iran, Venezuela, Nigeria e Libia, Paesi che per vari motivi (crisi economica, disordini civili, questioni tecniche, impedimenti politici) non sono in grado di soddisfare al momento la richiesta. Convitato di pietra, come spesso accade, gli Stati Uniti di Donald Trump, che non ha mancato di far sentire la sua voce. Alla vigilia del vertice, infatti, il presidente statunitense ha evidenziato come i prezzi del petrolio fossero troppo alti, chiedendone una riduzione.

Russia e Iran, protagonisti a Vienna

Mosca e Teheran hanno monopolizzato l’attenzione al vertice di Vienna. Da un lato, infatti, la Russia esce rafforzata, anche politicamente, dal meeting. Secondo quanto riferito dal ministro saudita Al Falih, Mosca sarebbe stata invitata ad entrare nell’Opec, inizialmente come membro associato (e quindi non ancora a pieno titolo), ma comunque un importante passo avanti per stabilizzare un’alleanza che sembra già inossidabile. Dall’altro lato, l’Iran è riuscito a limitare i danni (pur apparendo gli occhi di tutti come il vero sconfitto), minacciando sino all’ultimo istante di far saltare il banco. Teheran ha infatti ottenuto un testo molto vago, che si presta a diverse interpretazioni, dove non ci sono cifre precise (non vi è infatti neppure una distribuzione delle quote individuali per Paese), con un comunicato finale che non fa riferimento, come richiesto dal ministro iraniano Zanganeh, a quell’aumento di produzione chiesto dagli USA per compensare l’effetto delle sanzioni americane nei confronti di Teheran. Non è da escludere però che l’Iran abbia ottenuto, nel corso delle negoziazioni, una contropartita occulta. Certo è che, per uno strano scherzo del destino, a convincere l’Iran a firmare l’accordo, laddove il giorno precedente aveva fallito Mosca (legata politicamente a Teheran), è stata l’Arabia Saudita.

Le incognite sul futuro dell’Opec

Gli accordi presi a Vienna, una volta implementati, potrebbero dare un po’ di respiro ai prezzi del petrolio, anche se i primi segnali provenienti dai mercati non sembrano di certo essere positivi. Sul futuro del mercato del petrolio, però, incombono due ombre, che prima o poi l’organizzazione dei Paesi produttori di petrolio dovrà prendere in considerazione. Da un lato, la situazione politica ed economica in Venezuela, che negli ultimi due mesi è andata incontro ad un peggioramento significativo. Secondo le stime dell’Agenzia Internazionale dell’Energia, la produzione di gregge del Paese potrebbe diminuire di quasi un milione di barili al giorno, una situazione che, unitamente al malcontento della popolazione per la grave crisi economica che ha colpito il Paese, potrebbe comportare seri problemi per la tenuta politica (e non solo) del Venezuela. Dall’altro lato, ancora più destabilizzante potrebbe essere la prospettiva di un forte incremento nella produzione di tight oil da parte degli Sati Uniti, che rafforzerebbe la leadership di Washington quale Paese esportatore. L’incremento della produzione americana, infatti, andrebbe a soddisfare una larga parte dell’aumento della domanda globale da qui al 2023, con la conseguenza che l’ambizione di Paesi quali Kuwait, Iraq e Iran di aumentare la propria produzione potrebbe venire frustrata, pena una (nuova) rapida e improvvisa discesa del prezzo del petrolio.