Lotta al terrorismo, crisi dei migranti in Europa e Polar Rush: Paolo Alli a colloquio con Geopolitica.info

Geopolitica.info ha intervistato l’Onorevole Paolo Alli, Vice Presidente dell’Assemblea Parlamentare della NATO, su tematiche connesse alla lotta al terrorismo, alla crisi dei migranti in Europa e alla Polar Rush. 

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In Aprile l’Ufficio di Presidenza dell’Assemblea parlamentare della Nato si è recata al Cairo per incontrare al-Sisi e discutere di temi quali la lotta al terrorismo. Da quello che si legge dal resoconto della missione, l’Egitto ha lamentato la necessità di un intervento più consistente da parte dell’Alleanza allo scopo di arginare il flusso di sostenitori di Daesh, come di una maggiore condivisione d’informazioni. In occasione dello stesso incontro, la delegazione ha chiesto maggiori spiegazioni sul caso Regeni. Secondo Lei, il sentimento di sfiducia che si creato nei rapporti Italia-Egitto quali conseguenze avrà? Crede che sarebbe necessaria inoltre, una presa di posizione più netta anche da parte della comunità internazionale sul caso Regeni?

L’impressione che ho avuto dall’incontro è che il caso Regeni scotta nelle mani di al-Sisi. Alla luce anche di ciò che è emerso dal summit di Roma, poco in realtà, la mia idea è che l’uccisione di Regeni sia stato un atto politico non provocato dal presidente egiziano, ma nel quale lui stesso è stato coinvolto al fine di danneggiarne l’immagine a livello nazionale ed internazionale.

L’Egitto è una autentica polveriera, nonostante il buon consenso popolare del quale ancora gode il Presidente. Un paese in difficoltà economica, con un tasso altissimo di disoccupazione giovanile, affetto da un radicalismo che tende ad affermarsi soprattutto tra i giovani. E’ possibile pertanto ipotizzare che fazioni come i Fratelli Musulmani, nei confronti dei quali al-Sisi è particolarmente duro, si stiano prendendo le proprie rivincite, anche attraverso i collegamenti che certamente hanno conservato con qualche importante centro di potere. Quando si considera il caso Regeni, queste sono variabili certamente complesse, ma di cui si deve tener conto. Tuttavia, una risposta comunque andrà data. L’Egitto di al-Sisi non trarrebbe nessun beneficio dal compromettere i rapporti con l’Italia, con cui ha legami storici di grande vicinanza non solo economica.

E questo è ciò che accade altresì con riferimento alla comunità internazionale. Posso dire infine che durante gli incontri al Cairo ho ricevuto il supporto da parte di tutta l’Assemblea Parlamentare della NATO, essendo questo un tragico evento che ha una dimensione internazionale e che perciò sta avendo una ricaduta globale. Giulio Regeni non era l’unico ragazzo straniero a trovarsi in Egitto, ma ci sono altri giovani di altre nazionalità, dunque è interesse di tutti assicurarsi che un fatto come questo non si ripeta.

Parlando della crisi dei migranti in Europa, data la sua recente visita nei campi dell’UNHCR ad Atene, come ha valutato gli aiuti e l’assistenza forniti nelle strutture che Lei ha visitato?

Come ho avuto già occasione di dire recentemente alla Fondazione De Gasperi, quando si parla del tema migranti bisogna porre una premessa di base, ovvero che è un fenomeno che contiene al suo interno diverse realtà. In linea generale, ci confrontiamo con due tipologie di migranti: coloro che scappano a causa di una situazione di conflitto nel loro paese, che sono i rifugiati, e coloro che invece fuggono da condizioni di vita insostenibili, inasprite poi da guerre o conflitti interni, che sono i migranti di tipo economico.

Nel primo caso, sono persone la cui situazione è legata alla crisi iracheno-siriana, ma in parte anche a quella del Corno d’Africa e dell’Africa sub-sahariana, non escludendo il caso, molto particolare, dell’Afghanistan. Questi profughi sono persone che, di norma, non vogliono andar via dalla loro terra. Lo dimostra il fatto che si rifugiano nei paesi circonvicini, nella speranza di poter tornare a casa una volta terminati i conflitti.

Per la grande maggioranza appartengono alla parte medio-alta della società, che è quella maggiormente presa di mira dai radicalismi. Come esempio, ricordo che erano proprio le donne afghane che tenevano corsi d’inglese per tutti gli altri ospiti del campo, poiché appartenenti alle classi sociali elevate, che ora fuggono dalle nuove forze talebane al potere, che stanno riguadagnando terreno dopo la fuoriuscita degli occidentali dall’Afghanistan. Esistono però, altri tipi di migranti, che sono quelli che interessano di più il nostro paese poiché si riversano disperatamente sulle nostre coste e che arrivano in Europa con la speranza di potervi rimanere. Questa divisione è importante, poiché è con la seconda tipologia di migranti che l’Europa deve fare i conti ed essere in grado di fornire una risposta alla tragica condizione di queste persone dotando gli stati membri su cui si riversa il flusso di profughi, degli strumenti per far fronte a tutte le necessità del caso.

Ora ciò che personalmente mi preoccupa è quello che sta succedendo in Turchia. La Turchia ha, durante tutta la crisi, giocato un ruolo importante, facendo fronte a un flusso di due milioni e mezzo tra profughi e richiedenti asilo. Ha fatto un impressionante sforzo economico, mettendo a disposizione meccanismi di aiuto come, per esempio, programmi specifici di formazione e istruzione per i giovani ospitati nelle strutture di accoglienza, sviluppati con Unicef e UNHCR. A seguito dell’accordo UE-Turchia, si è notato un abbassamento del flusso dei migranti verso la Grecia, che sono scesi dalle oltre quindici mila persone alla settimana a qualche centinaio nel mese di maggio.

Questo dato, che è sintomo di un meccanismo negoziale in atto, potrebbe diventare un problema per l’Italia, poiché essendo ancora lontani da una risoluzione di questa crisi, un abbassamento delle cifre potrebbe condurre l’Europa a sottostimare la situazione, ritenendo in qualche modo risolta l’emergenza rifugiati, mentre noi in Italia, dove come ogni anno si avranno importanti flussi di arrivi di migranti economici durante l’estate, rischieremo di ritrovarci nella situazione di abbandono da parte delle istituzioni europee sperimentate fino a non molto tempo fa.

In un recente intervento alla camera [16 marzo] ha infatti, affermato che questa crisi rappresenta il “make or break” dell’Unione Europea e che per uscirne, uno dei passi fondamentali sarebbe rivedere Dublino. Che andrebbe cambiato e cosa sarebbe necessario fare per rendere efficaci tali cambiamenti?

Dublino va rinnovata in fretta perché se non ci sarà più quel flusso di migranti che aveva condotto l’Unione ad assumersi una maggiore responsabilità nella gestione di questa crisi, spingendo anche la Germania e non solo Italia, Grecia e Spagna ad agire, non ci sarà più l’urgenza di cambiare e intervenire sulla convenzione.

Uno dei principali problemi del trattato di Dublino è che si è dimostrato incompatibile con quello di Schengen perché i governi hanno reagito ai meccanismi di redistribuzione sospendendo Schengen e creando situazioni in cui la responsabilità torna ad essere a carico di chi riceve i migranti, in primis dell’Italia. I meccanismi disposti fino ad oggi non hanno funzionato. I ricollocamenti, unico vero strumento di solidarietà che l’Europa aveva messo in atto non stanno funzionando per egoismo dei paesi membri.

Pertanto, ridefinire i termini del trattato di Dublino è un disegno da portare a compimento in modo rapido. Io non lo so se ci sia veramente la volontà di farlo. Il risultato del referendum britannico sulla Brexit potrà fornire una nuova chiave di lettura della questione.

Onorevole, recentemente ha sollevato un argomento di cui in Italia, in effetti, si parla poco, ovvero la cosiddetta Polar Rush, affermando che la vera sfida per l’Europa si sta spostando al nord, da dove siamo sempre più accerchiati da potenze come Cina e Russia che già si muovono per assicurarsi lo sfruttamento delle risorse presenti nell’Artico come delle nuove rotte che si stanno aprendo a causa dello scioglimento dei ghiacci artici. Secondo alcune previsioni quindi, si assisterà a un’estensione dello spazio geopolitico del nostro pianeta. D’altronde però, è difficile capire quali saranno gli effetti del cambiamento climatico. Secondo alcuni esperti, come Christian Haas ad esempio, un ulteriore scioglimento potrebbe provocare invece maggior ghiaccio pluriennale alla deriva, rendendo il Passaggio a Nord-Ovest meno percorribile. Quanto sono reali preoccupazioni che la Polar Rush sta destando in alcune potenze europee e occidentali? Se inoltre queste continuano a essere impegnate su altri fronti come la lotta al terrorismo, la crisi siriana e quella dei migranti, come potrebbero anche volendo far fronte alla corsa per la conquista del Polo?

La politica intelligente è quella che si occupa anche degli scenari lungo periodo, e ovviamente quando parliamo di temi come questi, ci riferiamo a qualcosa che succederà a distanza di anni. Chi governa, se è un vero statista, deve essere una persona che non pensa solo alle prossime elezioni ma alle future generazioni, come spesso ripeteva il grande De Gasperi. Detto questo, la Cina sta portando avanti, sull’Artico, una politica low profile ma molto scaltra, visto il suo forte interesse alle rotte attraverso l’Artico, in grado di fare risparmiare il 40% del tempo e dei costi rispetto alle tradizionali rotte a sud.

La Cina non ha titolo formale a intervenire nella questione, poiché non ha coste in questa regione, dal momento che sono nove i paesi che vi si affacciano e fanno parte del Consiglio Artico, a cui la Cina, come l’Italia partecipa esclusivamente come membro osservatore. Nonostante questo, la Cina cerca di estendere la propria influenza nell’Artico. Un esempio, è la decisione di Pechino di costruire un’ambasciata a Reykjavík in grado di ospitare circa 500 funzionari cinesi. La Russia, che all’opposto possiede una grande parte delle coste artiche, è evidentemente attratta dalle opportunità che potrebbero aprirsi grazie allo sfruttamento delle risorse naturali dell’aerea. Ad oggi sta non soltanto presidiando in maniera sempre più forte il fronte artico, ma avanza anche la richiesta ufficiale alla comunità internazionale che le venga riconosciuta la proprietà dell’intera zolla euroasiatica, per un milione e duecentomila km2, ovvero fino al Polo Nord, oltre all’area che già controlla di duecento miglia dalla costa, come sancito dal diritto marittimo internazionale.In aggiunta, la Russia sta realizzando o rafforzando numerose basi di soccorso, necessarie in caso di difficoltà delle navi-container.

Queste installazioni sembrano, in realtà, preludere ad una autentica militarizzazione dell’Artico. Questa situazione nel Grande Nord chiaramente è destinata ad avere significativi influssi sull’intero scenario geopolitico internazionale. La Groenlandia, ad esempio, avanza richieste indipendentiste rispetto alla Danimarca, consapevole che lo scioglimento anticipato dei ghiacciai faciliterà l’estrazione di terre rare e altri minerali.

Il Canada si dimostra maggiormente interessato alla questione dell’Artico rispetto agli Stati Uniti, che si affacciano sulla regione attraverso l’Alaska e sembrano stranamente non mostrare particolare apprensione per quanto accade a nord.

Bisogna infine tenere conto che l’Artico ha altri importanti asset, per esempio quella di presentare caratteristiche ideali per una serie di importanti attività di ricerca.
L’artico, dunque, è interessante per l’Europa, perché nel giro di dieci o quindici anni vi si realizzeranno scenari di cambiamento che potranno influire in modo significativo sui traffici commerciali e sul controllo delle ingenti risorse naturali del Grande Nord.

Per tali tagli ragioni ho presentato alla commissione Affari Esteri della Camera, la proposta di una indagine conoscitiva sull’Artico, che potrebbe condurre anche alla creazione di gruppi di amicizia con i parlamenti norvegese e islandese per elaborare una strategia comune.

In questi ultimi anni abbiamo assistito agli attentati di Parigi e Bruxelles, o al più recente volo dell’Egyptair Parigi-Cairo che non è mai atterrato. Anche se riguardo a tutte queste tragedie non si è stato in grado di dimostrare il coinvolgimento di Daesh, ci sarebbero stati tutti gli estremi per invocare l’articolo 5 del trattato istitutivo della Nato. Eppure, questo non è avvenuto. Come qualcuno ha obiettato, forse tale articolo può essere invocato solo quando ad essere messa a repentaglio, è la sicurezza degli Stati Uniti?

Anche per questa risposta, è necessaria una premessa. L’Articolo 5 era progressivamente andato nel dimenticatoio dopo la caduta del muro di Berlino. La NATO si era concentrata su altre cose come la prevenzione dei conflitti, la gestione dei post-conflitti, la lotta ai fenomeni di pirateria, la protezione dei corridoi umanitari, la difesa dei sistemi di sicurezza dagli attacchi di pirateria informatica: una serie di attività che consentivano di utilizzare skill e strumentazioni della NATO per fare cose diverse dalla guerra tradizionale.

Tutto questo ha funzionato fino all’11 settembre, un momento che segna una svolta epocale nel terrorismo internazionale. Anche in questo caso però è necessaria una precisazione, non dobbiamo infatti, dimenticarci che la guerra in Afghanistan avvenne su mandato ONU, con la NATO come guida militare della coalizione internazionale. Gli USA invocarono l’articolo 5 per coinvolgere tutti gli alleati della NATO, ma furono ottantacinque i paesi che parteciparono alla missione in Afghanistan, molti di più dei 28 della NATO.

Poi sono passati altri dieci anni prima che ritornasse in auge il tema del terrorismo. Gli attentati di oggi hanno una connotazione diversa e assai più complessa, dal momento che il terrorismo pretende di farsi Stato e per ottenere questo scopo colpisce anche all’interno del mondo islamico. A fronte delle centinaia di morti che ci sono stati nei paesi occidentali, sono centinaia di migliaia gli islamici caduti per mano di Daesh. In altre parole, Daesh fa attentati dappertutto perché deve affermare la propria supremazia all’interno del mondo islamico, mentre Al-Qaeda privilegiava le azioni dimostrative che avevano lo scopo di affermare il predominio dell’Islam rispetto alla cultura occidentale.

Una dimensione di cui si tiene poco conto, è che il Califfato sta giocando una partita innanzitutto interna al mondo islamico. Questa lunga premessa era necessaria per arrivare a dire che, se il Belgio più che la Francia, avesse invocato l’articolo 5, avrebbe trascinato tutti in una situazione difficilmente controllabile e gestibile. Quindi, io credo che sia stato assolutamente prudente non invocare l’articolo 5. Ad oggi, ci vuole cautela perché negli ultimi venti anni la natura dei conflitti è cambiata, fatto che noi dimentichiamo spesso. La fase militare del conflitto odierna è l’ultima, ragion per cui si parla sempre più spesso di guerra ibrida.

La natura di Daesh, frutto delle radicalizzazioni interne all’Islam, fa sì che l’occidente possa fare ben poco per debellare un fenomeno che fatica a comprendere anzitutto sul piano culturale. Dovrà essere lo stesso mondo islamico a liberarsi del Califfato combattendo, da un lato, i radicalismi e tagliando, dall’altro, i cordoni finanziari che permettono la sopravvivenza delle centrali terroristiche. Chi ha per lungo tempo garantito i flussi finanziari per sostenere il terrorismo infatti, è stata una parte del mondo islamico che si è schierata contro un’altra fazione, basandosi sulla secolare rivalità tra sunniti e sciiti.

Il dato vero, sul quale come occidentali dobbiamo riflettere profondamente, è che questo fenomeno ha una radice culturale che noi non siamo in grado di comprendere, e che la nostra incapacità strutturale ad affrontarlo dimostra il sostanziale fallimento di un modello multiculturale nel quale si confrontano un mondo – quello islamico – fortemente radicato nei propri valori e una Europa che ai propri valori ha, purtroppo, da tempo rinunciato.