L’oro del Venezuela e la sua complessa rete di trame e rapporti geopolitici

La questione delle riserve aurifere del Venezuela e la complessa struttura di relazioni e interessi geopolitici che sono ad esse collegate è di estremo rilievo. Pertanto, è necessario rintracciare le ragioni della custodia da parte di paesi terzi di tali riserve. In questo contesto emerge il contenzioso fra Venezuela e Regno Unito relativo alla restituzione dell’oro congelato dalla Bank of England. Gli intricati rapporti internazionali che ne derivano determinano quindi un legame inscindibile fra l’oro venezuelano e gli interessi di diversi attori di rilevanza globale.

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Un quadro delle riserve aurifere estere e la loro ragion d’essere.

Il Venezuela è un paese ricco di risorse naturali e fra queste vi è anche il minerale prezioso per definizione: l’oro. Nonostante il paese latino americano sia un grande produttore di questa risorsa non è nelle condizioni di detenere in maniera sicura le proprie riserve aurifere, preferendo affidare la custodia delle proprie riserve aurifere alle banche centrali di paesi generalmente molto più avanzati, organizzati e sicuri. Ciò avviene per due serie di ragioni: la prima è la sicurezza e la stabilità rappresentata da istituti con maggior esperienza e meno esposti a rischio di corruzione oltre che maggiormente dotati in termini di tecnologie, organizzazione e sicurezza. La seconda ragione è che essendo la più pregiata delle risorse già “nelle mani” dei principali istituti finanziari, è molto più semplice e meno dispendioso riuscire ad ottenere crediti, finanziamenti e liquidità in valuta pregiata (vedi il dollaro americano) garantendo questi prestiti attraverso l’oro depositato nei più prestigiosi centri finanziari.

Il contenzioso fra governi e banche centrali

A partire dal 2018 è in corso un contenzioso fra la City di Londra, la Banca Centrale d’Inghilterra (BoE), e la Banca Centrale del Venezuela (BCV), nonché i governi dei due paesi (un fenomeno similare ha avuto luogo anche in Spagna). L’oggetto del contendere, come avrete potuto già leggere sulla stampa internazionale, sono circa 31 tonnellate di lingotti d’oro di proprietà venezuelana detenuti presso la banca centrale inglese.

A luglio la Corte Suprema del Regno Unito si è pronunciata rigettando la richiesta presentata dai funzionari della BCV, incaricati dal governo Maduro, di restituzione dell’oro lì conservato, in quanto il governo di Theresa May (prima) e di Boris Johnson (dopo), insieme ad altri 50 Paesi, ha riconosciuto l’autoproclamatosi presidente ad interim del Venezuela Juan Guaidò come presidente legittimo dello Stato latino americano e, di conseguenza, individuando in Nicolas Maduro un presidente illegittimo. L’argomentazione addotta dalla Corte Suprema si è appiattita sulle dichiarazioni formali del governo di Sua Maestà senza però entrare nel merito sostanziale della questione. Com’è ovvio che fosse la BCV ha presentato ricorso in appello e nel mese di ottobre le carte sono state nuovamente mischiate dalla pronuncia della Corte d’Appello inglese che ha dato invece ragione alle posizioni venezuelane, ribaltando la sentenza precedente, in quanto la Corte Suprema avrebbe approcciato alla questione considerando l’aspetto formale, delle dichiarazioni del governo Johnson, ma non la sostanza concreta dei rapporti fra Regno Unito e Venezuela. Inoltre, secondo la pronuncia della Corte d’Appello, non spetterebbe alla Corte Suprema stabilire chi sia o meno il legittimo rappresentante di un paese terzo.

 Le relazioni diplomatiche fra i due paesi e i rispettivi governi, infatti, sembrerebbero non essersi mai realmente interrotte, in quanto i diplomatici riconosciuti dal governo Maduro e dal governo Johnson, regolarmente accreditati presso i due paesi e quindi a tutti gli effetti riconosciuti legalmente come rappresentanti degli stessi, sono rimasti costantemente attivi fra le due sponde dell’oceano. Ciò implica secondo la Corte d’Appello un riconoscimento de facto del governo Maduro da parte del governo Johnson in aperto contrasto con la dichiarazione di riconoscimento di Juan Guaidò come presidente in carica.

La vicenda giudiziaria proseguirà con la richiesta di una nuova pronuncia da parte della Corte Suprema che dovrà questa volta tenere necessariamente in considerazione le argomentazioni addotte dalla sentenza d’appello che inoltre invita, seppur indirettamente, il governo britannico a chiarire e meglio definire con coerenza la propria politica estera che sia in favore dell’aspetto formale o dell’aspetto sostanziale che hanno caratterizzato questo periodo (la situazione sembrerebbe in parte protendere verso la seconda).

Dietro la scia dell’oro le ragioni politiche

La vicenda dell’oro venezuelano però non riguarda solo questi ultimi mesi e il solo Regno Unito, durante cui la richiesta di restituzione delle suddette da parte del Venezuela si è fatta sempre più pressante a causa dell’esigenza di liquidità per fronteggiare la crisi sanitaria dettata dalla pandemia di Covid-19, ma ha bensì radici più profonde, diffuse e datate. Nel 2019 si è stimato che le riserve aurifere venezuelane detenute presso paesi esteri ammontassero a oltre 162 tonnellate distribuite fra Spagna, Regno Unito, Germania, Russia e altri piccoli paradisi fiscali e stati nazionali.

Lo scorso anno una parte delle 30 tonnellate conservate in Russia sono transitate dalla Confederazione Russa, uno dei pochi ma importanti alleati del paese latino americano, a Dubai e da lì venduti e inviati in dollari americani contanti dagli Emirati Arabi Uniti verso Caracas. Fra il 2018 e il 2019, un altro colosso finanziario globale, la Deutsche Bank, che deteneva nelle proprie casse circa 16 tonnellate di oro venezuelano come garanzia di un prestito erogato. Al pagamento dello stesso la banca tedesca ha rispedito l’oro presso la banca da cui proveniva, la BoE, pochi giorni prima dell’inizio del contenzioso fra la BoE e la BCV. Ciò ha portato l’ammontare delle risorse aurifere contese dalle circa 15 tonnellate, congelate dall’amministrazione della BoE nel 2018, ad oltre 31 tonnellate di lingotti d’oro per un valore di circa 1,2 miliardi di dollari.

Il trasferimento delle 16 tonnellate d’oro dalla Deutesche Bank verso la BoE potrebbe essere riconducibile ad un cambio di politica estera del governo federale tedesco. Infatti, se inizialmente la Germania si era esposta nel riconoscere Juan Guaidò come presidente ad interim del Venezuela, i rappresentanti del paese designati da Guaidò non sono stati riconosciuti come ambasciatori legittimi, e sono state così ristabilite le relazioni diplomatiche ufficiali con Maduro. Nonostante il cambio di direzione della politica estera tedesca nei confronti del Venezuela, risulta poco chiaro perché questa non abbia restituito l’oro.

Altri ingenti trasferimenti di riserve aurifere venezuelane avrebbero coinvolto la Turchia con cui il governo Maduro ha siglato una serie di accordi economici e industriali che prevedono l’esportazione e la raffinazione di oro grezzo dal paese sudamericano in favore della potenza mediorientale che, dopo averlo raffinato, lo deterrebbe fornendo in cambio beni e servizi essenziali, aggirando così le sanzioni relative agli scambi di oro in valuta pregiata (USD). Questo accordo proprio in virtù dell’aggiramento delle sanzioni inoltre potrebbe rappresentare un precedente importante per la stipula di accordi simili con altri paesi. Inoltre, la Turchia avrebbe un doppio vantaggio: accumulare riserve aurifere che migliorerebbero la situazione economica del paese e ridurre la perdita di valore della divisa nazionale.

Di grande rilevanza è un altro inaspettato asse politico che unisce Caracas a Teheran.  L’insolita alleanza vedrebbe l’Iran fra i pochissimi fornitori di benzina al Venezuela nonostante il regime di sanzioni USA colpisca sia direttamente che indirettamente le attività economiche di entrambi i paesi. Negli ultimi mesi l’Iran,sfidando le sanzioni e all’embargo, avrebbe inviato con successo almeno cinque navi cariche di barili di benzina e gasolio verso il paese latino americano. Alcuni ritengono che l’oro venezuelano custodito a Londra servirebbe proprio a pagare i rifornimenti giunti dall’Iran. Tuttavia, il presidente Maduro ha dichiarato che se la BoE procedesse a sbloccare le risorse questa potrebbe direttamente inoltrarle alle agenzie ONU che provvederebbero a rifornire il paese dei beni di prima necessità e dei servizi di cui ha più che mai bisogno.

Altro caso sollevato da alcuni osservatori è quello che potremmo definire un traffico illegale del metallo prezioso dal Venezuela verso l’Uganda, crocevia in cui confondere le acque per trasportare in seguito l’oro verso paesi come gli Emirati Arabi Uniti e la Turchia. A tal proposito sembrerebbero giocare un ruolo importante sia la African Gold Refinery Ltd fondata nel 2014 da un uomo d’affari belga, Alain Gotz, sia la Goetz Gold, società di trading legata a colossi dell’economia USA, di cui Gotz è attualmente proprietario.

Sono proprio gli Stati Uniti a giocare un ruolo fondamentale nella questione delle riserve aurifere estere del paese guidato da Maduro: sia a causa del regime di sanzioni imposte al Venezuela sia, soprattutto, tramite l’impegno geopolitico e diplomatico degli USA. Questi, infatti, avrebbero istituito una vera e propria cabina di regia finalizzata a impedire al Venezuela di accedere non solo alle linee di credito ma alle riserve aurifere di sua proprietà detenute in paesi terzi. Ciò avviene nonostante la crisi economica, ormai drammatica, sia ulteriormente aggravata dalla situazione della pandemia di Covid-19 rischiando di portare la popolazione venezuelana al collasso totale.

Sembra che proprio Juan Guaidò abbia fatto richiesta a paesi come Stati Uniti, Spagna, Regno Unito e a quei paesi che avessero finanziariamente mantenuto rapporti con il Venezuela di Maduro, di interrompere il flusso di crediti, scambi e aiuti. Inoltre, Guaidò avrebbe chiesto agli Stati Uniti di congelare le risorse aurifere, le proprietà e i beni venezuelani presenti nel loro paese e di istituire dei conti correnti bancari ad hoc in cui conservare i proventi delle attività economiche fino a quando Maduro e il suo governo avessero ricoperto le loro cariche. Gli Stati Uniti avrebbero accolto le richieste ed esteso il raggio d’azione coinvolgendo anche altri paesi a congelare le riserve aurifere venezuelane e bloccarne la restituzione.


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A testimonianza di quanto affermato, alcuni osservatori  hanno notato che Marshall Billingslea, Assistant Secretary for Terrorist Financing del Dipartimento al Tesoro degli Stati Uniti, abbia affermato che lo scorso anno: «il Segretario Mnuchin ha incontrato i ministri delle Finanze d’Europa e Giappone, i governatori delle Banche Centrali e i responsabili dell’intelligence, per definire un piano di azione comune contro Maduro: l’obiettivo più importante e immediato è bloccare il commercio dell’oro sovrano venezuelano».