L’Organizzazione per la Cooperazione di Shangai come terreno per lo sviluppo delle relazioni russo-cinesi

Molti osservatori hanno sottolineato di recente quanto le relazioni tra Cina e Russia, i due giganti eurasiatici che hanno assunto negli ultimi anni una postura revisionista nei confronti dell’ordine unipolare, siano più solide che mai.

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Questa considerazione è stata confermata da Sergei Shoigu, ministro della difesa della Russia, il quale ha affermato che le relazioni russo-cinesi stanno vivendo uno dei periodi migliori della loro storia. Tra i vari campi in cui i rapporti tra i due paesi stanno conoscendo una significativa evoluzione citiamo le Nazioni Unite, il BRICS e soprattutto l’Organizzazione per la cooperazione di Shangai, organismo intergovernativo dedito ad assicurare la cooperazione economica, culturale e militare tra i suoi membri. L’analisi dell’organizzazione di Shangai ci consente di approfondire la conoscenza di uno dei corpi politici più rilevanti sotto il profilo geopolitico degli ultimi anni, ma forse ancora poco enfatizzato presso i mass media occidentali.

L’Organizzazione per la cooperazione di Shangai. Origini e struttura

Questo organismo venne fondato nel 2001 dai capi di stato di sei paesi: Cina, Russia, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan e Uzbekistan. Nel 2017 si sono uniti India e Pakistan. Nata come meccanismo per favorire la risoluzione di dispute territoriali tra i paesi aderenti, l’Organizzazione è andata progressivamente istituzionalizzandosi, intensificando la cooperazione tra i suoi membri tanto su questioni di sicurezza quanto in ambiti come quello economico, energetico e culturale. Il piano militare e di sicurezza è quello tuttavia più rilevante, all’insegna della comune volontà di contrastare tre fenomeni identificati come le principali minacce alla sicurezza regionale: il terrorismo, l’estremismo e il separatismo. Ciò testimonia come l’obiettivo primario degli stati membri sia quello di conservare lo status quo territoriale in una regione, quella eurasiatica, dove non mancano irredentismi, contrasti etnici, spinte secessioniste e ingerenze esterne.

La questione delle ingerenze delle potenze straniere, e degli USA in modo particolare, è un fattore determinante per l’Organizzazione. Fedeli al motto: “Eurasia agli eurasiatici”, i membri dell’Organizzazione contestano la massiccia presenza statunitense nell’area: ciò è apparso evidente sin dal 2005, momento in cui emerse la richiesta a Washington di calendarizzare il ritiro delle proprie installazioni e dei propri soldati presenti in Asia centrale.

Al fine di raggiungere i propri obiettivi, l’organizzazione si è data una struttura molto snella ed efficiente. Al vertice vi è il ‘Consiglio dei capi di stato’, il più importante organo decisionale: si riunisce una volta l’anno a rotazione in ciascuno degli stati membri. A seguire nella gerarchia vi sono il ‘Consiglio dei capi del governo ’ e il ‘Consiglio dei ministri degli esteri’. Il primo si occupa di approvare il budget dell’Organizzazione, di discutere gli ambiti e lo stato dell’arte della cooperazione multilaterale; il secondo invece discute le principali questioni dell’agenda politica internazionale e gestisce le relazioni tra l’organizzazione e gli altri organi multilaterali. Al Segretariato generale, organo amministrativo ed esecutivo, si affiancano diverse altre strutture e agenzie. Le azioni dell’Organizzazione vengono svolte sulla base del cosiddetto ‘Spirito di Shangai’: un sentimento fondato su fiducia reciproca, solidarietà, trasparenza e ricerca di un interesse comune.

Le relazioni russo-cinesi nell’ambito dell’Organizzazione

Dopo una prima fase di tensione, culminata con il rifiuto cinese di fornire un sostegno politico incondizionato alla Russia nel conflitto contro la Georgia del 2008, le relazioni russo-cinesi si sono fatte via via più strette a partire dal summit dell’Organizzazione del 2012. Al termine dell’incontro, Russia e Cina si accordarono per dichiarare che nessuno stato dell’Organizzazione era autorizzato a stipulare alleanze indirizzate contro altri membri della stessa, lasciando intendere una posizione di contrasto rispetto alla NATO e alle mire espansionistiche occidentali nella regione eurasiatica. Russia e Cina affermarono poi il netto rifiuto di qualsiasi intervento armato per risolvere la crisi in Siria e quella del nucleare iraniano.

Successivamente, Russia e Cina si sono trovate su posizioni convergenti nel sostegno ad Assad in Siria e al regime degli ayatollah in Iran. Sotto il profilo della sicurezza, le due potenze collaborano attivamente attraverso la ‘Commissione mista intergovernativa russo-cinese per la cooperazione tecnico-militare’. La cooperazione dinamica dell’industria militare e della difesa indica un livello speciale di fiducia politica nelle relazioni russo-cinesi. Ciò si riverbera altresì nella sfera energetica, attraverso il progetto “Power of Siberia” che prevede la costruzione di un gasdotto lungo 3000 km dal valore di 400 miliardi di dollari, che legherà fortemente le economie dei due giganti. “Power of Siberia” ha una valenza simbolica e geo-economica epocale, in quanto unisce in modo indissolubile la Russia, il più grande esportatore mondiale di gas naturale, e la Cina che, invece, ne rappresenta il principale mercato di importazione globale.

In definitiva, la Russia e la Cina, attraverso lo stretto rapporto personale tra i leader Putin e Xi Jinping e il coordinamento all’interno dell’Organizzazione di Shangai, intendono realizzare un asse continentale fondato sul balance of power e sul coordinamento internazionale nell’ambizioso tentativo di declinare la storica dottrina Monroe «America agli americani» in un «Eurasia alle potenze eurasiatiche».

Conclusioni

Per comprendere il potenziale di sviluppo dell’Organizzazione è sufficiente leggere i numeri. Secondo i dati del 2019, fanno parte di quest’organismo tre delle prime quattro potenze militari del pianeta (Russia, Cina e India) e due delle prime cinque potenze economiche (Cina e India). Come se non bastasse, Cina, Russia, India e Pakistan rappresentano altresì delle potenze nucleari. Le esercitazioni militari dell’Organizzazione sono sempre più frequenti. La prima si svolse nel 2003, e da allora vengono eseguite regolarmente con cadenza annuale o biennale. Le esercitazioni, che vengono chiamate ‘missioni di pace’, sono tenute su larga scala e coinvolgono migliaia di soldati. India e Pakistan si sono unite alle esercitazioni per la prima volta nel 2018.

E l’Occidente? Considerate le crescenti tensioni all’interno della NATO, con il presidente francese Macron che ha recentemente accusato il presidente americano Trump di aver voltato le spalle all’Europa e di aver contribuito a ridurre l’Alleanza Atlantica in uno stato di ‘morte cerebrale’, l’avanzata del potente blocco eurasiatico non può che aprire scenari inediti nello scacchiere internazionale. Compito della NATO sarà quello di ritrovare in fretta compattezza e spirito di unione, al fine di rispondere alla sfida globale che Russia e Cina sembrano porre in atto con convinzione e forza sempre maggiori.