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LibriL’Open Diplomacy nel mondo post-Covid

L’Open Diplomacy nel mondo post-Covid

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Il 22 giugno il Centro Studi Geopolitica.info ha organizzato la presentazione del libro di Marco Alberti Open Diplomacy – Diplomazia economica aumentata al tempo del Covid-19 (Rubbettino). Nel corso dell’evento, l’autore, diplomatico di carriera e attualmente Senior International Institutional Officer presso Enel, ha evidenziato il ruolo-chiave dalla diplomazia economica nel processo di internazionalizzazione e di posizionamento competitivo del Paese, partendo dall’esperienza professionale nella principale utility europea, divenuta leader globale della transizione energetica.

Il rilancio dell’economia all’indomani della crisi causata dalla pandemia passa necessariamente da innovazione e sostenibilità, divenute ormai fattori competitivi a tutti gli effetti. Anche la diplomazia economica, pertanto, si confronta con sfide inedite e con l’esigenza di acquisire, anche tramite un dialogo aperto ed interattivo con le imprese sviluppato sull’asse dell’open innovation, metodi operativi nuovi ed allineati ad una società sempre più veloce, digitalizzata e multistakeholder. 

Il titolo del volume accosta il termine Open, che rimanda all’idea di apertura, al concetto Diplomacy che, solitamente, viene inteso come sinonimo di segretezza, riservatezza, chiusura. È possibile conciliare questi due termini?

Le riflessioni proposte nel libro non attengono alla trasparenza dei negoziati, né al grado di pubblicità della politica estera, e neppure riguardano la gestione di atti e processi che devono restare disciplinati da norme di riservatezza, essendo legati alla tutela di interessi nazionali vitali. Open Diplomacy descrive piuttosto un (possibile) metodo di lavoro per consentire dalla diplomazia economica di interagire con i propri interlocutori, pubblici e privati, per poi trasformare l’interazione in dialogo e il dialogo in partnership. Tutto ciò attivando, quando e come possibile, percorsi di open innovation, già sperimentati da migliaia di aziende e di pubbliche amministrazioni nel mondo, finalizzati ad acquisire nuova conoscenza e competenze distintive, consolidare una cultura collaborativa e fare così del diplomatico un manager in grado di gestire la crescente complessità del mondo digitale. Oggi la competitività non è più soltanto una questione di singoli prodotti o di aziende, bensì di interi ecosistemi che, per funzionare, richiedono un livello elevato di apertura ed interazione tra i vari protagonisti. La diplomazia, potremmo dire usando una metafora informatica, agisce da “system integrator, aggregando gli attori in campo ed indirizzandoli verso obiettivi comuni. Aprendosi al dialogo con tutti i propri interlocutori, cioè ad un rapporto che va oltre lo scambio di informazioni, la diplomazia agisce come moltiplicatore di forze, contribuendo a co-creare valore pubblico. Pertanto, l’emergenza che ci troviamo ad affrontare all’indomani del Covid-19, lungi dal decretare il declino della diplomazia, come alcuni avevano creduto, ne ha semmai esaltato l’importanza come fattore-chiave per costruire relazioni internazionali più aperte e collaborative, nonché per rilanciare l’economia all’indomani della crisi pandemica. La teoria sottesa al libro è che l’innovazione di cui anche la diplomazia (economica) ha bisogno, possa essere acquisita aprendosi ad interazioni multiple, raccogliendo anche dall’esterno idee e proposte, esponendosi a un dialogo con il settore privato utile ad attivare uno scambio di competenze e di conoscenze professionali.

Il modello di governance multi-stakeholder, per quanto riguarda gli sviluppi dell’innovazione tecnologica, ha portato alla trasformazione della modalità di gestione del confronto tra gli attori coinvolti, ma anche all’aumento degli stakeholder interessati e, di conseguenza, degli interessi in gioco. In questo contesto, qual è lo spazio riservato alla diplomazia economica?

In un mondo complesso e interdipendente, l’azione diplomatica diventa multi-stakeholder. Perciò, a mio avviso, l’”oro” del futuro, per tutti i manager e anche per i diplomatici, non sarà tanto (o solo) l’efficienza operativa, che resta importante, ma soprattutto la flessibilità, cioè la capacità di trovare opzioni diverse innanzi a problemi complessi. Come ogni attività, anche la diplomazia economica verrà giudicata in base al valore generato per i propri stakeholder, che in questo caso sono principalmente le imprese, in particolare le PMI, e il Sistema Paese nel suo complesso. Un esempio interessante in questo senso è il Patto per l’Export, lanciato nel 2020 dal governo e, più precisamente, dal MAECI per sostenere le imprese italiane all’indomani del Covid-19. Il metodo adottato per costruire il Patto, nonché le misure in esso contenute, valorizzano il nesso fra conoscenza, creatività e innovazione proprio el patrimonio imprenditoriale italiano, nonché la funzione della diplomazia come forza aggregativa. Il mondo digitale nel quale viviamo richiede certamente strumenti adatti e nuove abilità. Ma, ancor più di questo, presuppone un mindset dinamico, collaborativo e flessibile, in grado di comprendere e gestire processi nuovi e sempre più decisivi, come la convergenza industriale, il ruolo dei big data nelle relazioni internazionali o l’impatto trasformativo delle nuove tecnologie. Nell’equazione innovativa con la quale anche la diplomazia economica deve fare i conti, quindi, acquisisce valore l’attitudine delle persone ad usare un pensiero flessibile e adattivo per ampliare le opzioni disponibili, sperimentando talvolta strade diverse da quelle convenzionali. Per questo, forse, l’Alto Funzionario delle Nazioni Unite, Staffan de Mistura, sosteneva che “In diplomazia la la creatività è lo strumento più importante”.

La tendenza a ri-localizzare può diventare un ostacolo alla cooperazione commerciale o renderà più efficaci e mirati gli interventi di open diplomacy? Quali effetti avrà sulle relazioni diplomatiche, in particolare di quei Paesi come Cina e Russia che sono i maggiori sfidanti dell’ordine internazionale?

Credo che l’Industria 4.0, e l’insieme delle evoluzioni ad essa collegate, siano in grado di determinare uno spostamento irreversibile di valore economico fra settori, Paesi e intere Regioni, in funzione della loro capacità di rispondere alla trasformazione digitale. Sotto questo profilo, la tendenza a ri-localizzare era evidente già prima della pandemia, in parte determinata dall’azione delle nuove tecnologie, che non rendevano più necessario de-localizzare determinate fasi della catena del valore. La reazione alla pandemia potrebbe consolidare questa tendenza ad accorciare le catene; è ancora presto per dirlo con certezza, in realtà, ma se così sarà dovremo assicurarci che il processo non avvenga in maniera eccessivamente brusca, per evitare effetti distruttivi su intere filiere, costituite soprattutto da PMI. D’altra parte, ridurre l’estensione delle global value chain è un processo complicato che non risolve del tutto il problema della loro fragilità. Il punto, semmai, sarà capire come renderle più sostenibili e resilienti, per esempio diversificando le forniture, pianificando opzioni di trasporto alternative, accentuando i livelli di digitalizzazione dei vari processi, mappando l’intera catena di approvvigionamento, per classificare e gestire i diversi fornitori secondo livelli di rischiosità non omogenei, riducendo in questo modo le vulnerabilità, senza distruggere valore. Tra le possibili conseguenze di questo scenario, ne vedo due particolarmente interessanti per le relazioni diplomatiche. Il primo, la progressiva espansione della componente geo-economica: la mobilitazione delle imprese, e la definizione di nuove forme collaborative pubblico-privato, diventano essenziali per raggiungere precisi obiettivi strategici e garante al Paese influenza globale. Il secondo è la mutazione dell’oggetto del confronto internazionale, che si sta spostando dal controllo del territorio a quello sulla tecnologia. La supremazia digitale, ben prima di quella territoriale, è diventata la materia essenziale del contendere. Lo indicano i fatti: la parte più delicata del confronto diplomatico fra USA e Cina degli ultimi tempi, non è una disputa territoriale, e neppure una battaglia commerciale, ma si presenta come una contesa avente ad oggetto la supremazia tecnologica. La digitalizzazione, infatti, rappresenta la base per lo sviluppo dell’Industria 4.0 e al tempo stesso un elemento di riequilibrio del potere internazionale. La geo-economia si fonda sul controllo delle risorse, e la più strategica di tutte sta diventando quella digitale, senza dubbio. Da essa dipendono opportunità e minacce, il grado di sviluppo economico di un Paese e il suo posizionamento internazionale, così come l’efficienza dei suoi apparati di intelligence e le altre strutture preposte alla tutela della sicurezza nazionale. Non a caso, il recente vertice Biden-Putin aveva come punto centrale dell’ordine del giorno i temi legati alla cyber-sicurezza. Questi fenomeni emergono con chiarezza anche nel campo ambientale. La trasformazione ecologica e quella digitale non sono più separabili. L’ambiente, e il contrasto alla crisi climatica, definiscono un terreno al tempo stesso “collaborativo” e “competitivo”. Da una parte, un mondo de-carbonizzato presuppone l’impegno e la collaborazione di tutti gli attori in campo. Dall’altra, l’ambiente può essere un ambito di confronto serrato, in grado di acuire la competizione fra Stati sovrani e definire nuove alleanze.

Il tema dalla sostenibilità ambientale, economica, sociale, anche a valle dell’agenda ONU 2030 e delle risoluzioni COP, si ripropone con slancio nel dibattito globale. Siamo arrivati al punto di rivedere radicalmente il modello di sviluppo economico sociale?

Nell’ultimo decennio si è fatta strada a livello globale una sensibilità nuova che i policy maker e gli imprenditori non hanno potuto trascurare. Rifondare il modello di crescita e sviluppo, rendendolo più inclusivo e sostenibile, è un’esigenza condivisa. Dallo shareholder capitalism, potremmo dire usando una formula in voga, allo stakeholder capitalism. Già prima del Covid-19, cominciavano a vedersi imprese che, fermo restando l’obbiettivo del profitto, agivano nel rispetto di interessi riferiti ad una comunità più vasta di stakeholder, restituendo alla società modelli più sostenibili. Interessante quanto dichiarato dall’AD di Enel, Starace: «L’emergenza causata dalla pandemia ha definitivamente svelato limiti e rischi legati ai vecchi modelli di sviluppo. Per generare valore nel lungo termine è necessaria una visione che metta la sostenibilità al centro delle attività umane. Si tratta di un modello sperimentato per anni con successo. E dovrebbe diffondersi sempre di più, visto che può far bene, al tempo stesso, all’ambiente, alle aziende, alle persone e alle comunità”. Nel giro di breve tempo, anche grazie alla spinta impressa dall’Agenda ONU 2030, la sostenibilità non è più solo oggetto di policy o strumento per mitigare gli effetti del business, ma è divenuta linea guida dell’azione pubblica e asse centrale della strategia competitiva messa in campo dalle imprese. Nel gennaio 2020 più di 3.000 leader mondiali, capi di governo, ministri, CEO e altri ancora, si sono riuniti a Davos in occasione dell’annuale appuntamento del WEF, per riflettere sui percorsi di avvicinamento al capitalismo degli stakeholder. L’obiettivo è ridisegnare il modello incorporando valore sociale. La strada è tracciata e gli obiettivi sono chiari, ma per raggiungerli occorre l’impegno di tutti. Certamente dei governi, ma non di meno del settore privato. Deve farsi strada un modello innovativo e sostenibile, che renda complementari gli obiettivi strategici di sviluppo delle imprese con gli obiettivi di responsabilità sociale e ambientale. In questo processo di trasformazione del modello di sviluppo, la rilevanza centrale della business community è un’acquisizione recente ma ormai certa. Le imprese sono chiamate a trovare soluzioni ai problemi; ad impegnarsi per riorientare le proprie priorità; ad assumere una responsabilità etica e sociale più diffusa. Innanzi alla crisi della teoria economica dominante, però, non spetta solo ad esse decidere in quale direzione andare.

Secondo l’Agenzia Internazionale per l’Energia, il 2021 sarà un anno record per le emissioni di anidride carbonica e la domanda globale del petrolio si prevede tornerà ai livelli precedenti la pandemia entro il prossimo anno. Dove stiamo sbagliando e quanto siamo ancora lontani dall’obiettivo finale?

Non stiamo “sbagliando”, ci stiamo evolvendo, e nel mondo dell’energia le transizioni non avvengono mai da un giorno all’altro. Sono fenomeni complessi che richiedono tempo e impegno. I dati IEA che lei cita sono in effetti preoccupanti, e ci richiamano l’urgenza di alzare l’ambizione climatica, anche in vista della Cop26. Tuttavia, vorrei sottolineare come vi siano altri dati, pubblicati dalla stessa Agenzia nel medesimo report, che ci fanno ben sperare. Nel 2021 le fonti rinnovabili saranno la singola voce di investimento più consistente nel settore energetico: 367 miliardi di dollari, il 70% del totale investito in nuova capacità di generazione elettrica. Sempre la IEA stima che al 2050 l’elettricità coprirà il 50% del consumo globale di energia, con un aumento di oltre due volte e mezzo la generazione attuale e una copertura delle rinnovabili del 90% dell’energia generata. Questi dati, insieme agli impegni di de-carbonizzazione assunti dai governi e dalle imprese, confermano che la strada è segnata, e che la scommessa è quella di un futuro più sostenibile. Per raggiungerlo, occorre creare sinergie sempre più ampie, coinvolgendo attori diversi e generando crescente innovazione all’interno del sistema. In questo, l’open diplomacy potrà dare un contributo.

Il libro è acquistabile qui

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