Evidenza

Dal 2004, il Centro Studi Geopolitica.info contribuisce allo studio delle Relazioni Internazionali e al dibattito sulla politica estera dell'Italia

Chi siamo
20/09/2024
terrorismo

Il fenomeno “lone wolf”. I rischi del nuovo terrorismo domestico

di Francesco Baroni

Sin dagli anni Novanta si è assistito alla comparsa di un nuovo metodo di conduzione degli attacchi terroristici. Il fenomeno però è rimasto sopito fino al 22 luglio 2011, quando ha rifatto la sua comparsa in seguito agli eventi tristemente noti dell’isola di Utøya. Da quel momento la minaccia terrorista ha assunto una nuova dimensione.

Sin dagli anni Novanta si è assistito alla comparsa di un nuovo metodo di conduzione degli attacchi terroristici. Il fenomeno però è rimasto sopito fino al 22 luglio 2011, quando ha rifatto la sua comparsa in seguito agli eventi tristemente noti dell’isola di Utøya. Da quel momento la minaccia terrorista ha assunto una nuova dimensione.

Il “lupo solitario” e il caso di Anders Breivik

Un “lone wolf”, o “lupo solitario”, è un definibile come “una persona che agisce da sola senza ricevere ordini diretti da parte di un’organizzazione” (de Graaf and Kessels 2011). Tuttavia, questo non vuol dire che non abbiano tratto una qualche forma di ispirazione, indicando invece semplicemente l’assenza di una struttura gerarchicamente ordinata che gestisca le azioni di questi individui. Per comprendere meglio il fenomeno è utile prendere in considerazione un caso piuttosto eclatante, definibile fuori scala per la violenza che lo ha caratterizzato: Anders Breivik

Le azioni del norvegese sono di rilevanza assoluta per via di due aspetti. Innanzitutto, si tratta del primo attacco in Europa con lo scopo dichiarato di “fermare l’avanzata dell’Islam” nel continente ed è, inoltre, la prima azione terrorista composta da una combinazione di modus operandi. Infatti, l’attacco mette insieme elementi tipici del terrorismo jihadista, del “lone wolf” di estrema destra e degli school shooting, le sparatorie nelle scuole. Tutti questi elementi sono stati resi ancora più pericolosi da un nuovo miscuglio ideologico, definito dal Dr. Magnus Ranstorp come “terrorismo copia-incolla”.  Tuttavia, va evidenziato come vada tenuta a bada la tentazione di collegare direttamente l’ideologia politica alla violenza politica, non essendo mai stata dimostrata scientificamente. Infatti, il terrorismo si compone di molteplici altre fasi, inneschi e influenze che portano nel complesso all’esecuzione di uno o più attacchi.

Elementi costitutivi dell’azione terrorista

Per comprendere al meglio i passaggi attraverso cui passa un “lupo solitario”, bisogna pensare a una piramide di tre livelli in cui ogni elemento combinato contribuisce nel complesso a creare la combinazione esplosiva che porta alla decisione di compiere un attacco. Al livello più basso si trova il substrato macro-sociologico, formato dai vari elementi politico-culturali che contribuiscono alla formazione dell’individuo. Il terrorismo ha bisogno di un terreno fertile in cui radicarsi, come le ideologie e le visioni del mondo. Qualora non ce ne fosse una già presente a cui riferirsi, può decidere di crearne una utile allo scopo. Al livello intermedio si trova un ambiente abilitante, che contribuisca a creare un senso di appartenenza e di normalizzazione della violenza. I “lupi solitari”, contrariamente a quanto ci si potrebbe aspettare, hanno bisogno di ancorarsi ad un gruppo, sentendosi parte di qualcosa di più grande e, in sostanza, non percepiscono sé stessi come solitari. Infine, al livello più alto troviamo la predisposizione individuale e psicologica del soggetto, ovvero l’inclinazione personale ad essere influenzati da determinate idee.

Capire un attacco terroristico

 Come suggerito in uno studio di Reed e Leenars (2016), gli elementi utili a comprendere l’azione del terrorista sono, da una parte, le motivazioni, il bersaglio e l’obiettivo dell’attacco e, dall’altra, il modus operandi, le conseguenze e la consapevolezza delle intenzioni. Per quanto riguarda il primo gruppo, le motivazioni indicano cosa muove il singolo individuo. Nello specifico, possono essere personali, politiche o ideologiche. Il bersaglio, invece, può essere diretto, ovvero scelto chiaramente per il suo valore tattico; casuale, in cui le vittime erano “nel posto sbagliato al momento sbagliato”; o entrambi. In quest’ultimo caso, il bersaglio diretto risulta troppo difficile da colpire e, per questo motivo, l’attacco diventa randomico, rappresentando una sorta di feticcio del bersaglio originale. Infine, l’obiettivo dell’attacco indica lo scopo che vuole raggiungere il terrorista ed è ricollegabile alla vendetta o alla volontà di provocare un cambiamento. Nel caso del secondo gruppo, il modus operandi indica il mezzo tramite cui viene effettuato l’attacco (armi da fuoco, coltelli, veicoli o bombe artigianali). Per conseguenze si intende il numero variabile di vittime che derivano dall’attacco. In ultima istanza, la consapevolezza delle intenzioni è l’unico fattore che non è direttamente afferente al terrorista, quanto alle persone che lo circondano. Infatti, in questo caso si fa riferimento ai segnali che possono fare intuire le intenzioni del “lupo solitario”, tramite comportamenti più o meno volontari che le lascino trapelare.

Identikit di un “lone wolf” e possibili approcci per combattere il fenomeno

Ma qual è il profilo di un “lupo solitario”? Quali sono le caratteristiche ricorrenti che li accomunano? Da uno studio (Gill, Horgan and Deckert 2014) che analizza le caratteristiche socio-demografiche degli attentatori, emergono alcuni elementi interessanti. Infatti, nel 96,6% dei casi analizzati, colui che ha condotto l’attacco era un uomo. Inoltre, il 41,2% dei casi aveva precedenti penali, il 31,9% presentava una storia di malattia mentale o di disturbo della personalità e il 26% aveva fatto esperienza militare. A livello di identificazione ideologica, il 43% dei casi si riconosceva in al-Qaeda, il 34% nell’estremismo di destra e il 18% aveva agito senza una netta affiliazione ideologica e solo in relazione ad un singolo problema. In merito, bisogna evidenziare come prima del 2001, solo il 7,8% dei “lupi solitari” era motivato a livello religioso. Tuttavia, ciò che emerge è l’impossibilità di tracciare un profilo univoco, elemento che rende di fatto difficile riuscire a prevedere un possibile attacco. 

Come si può affrontare in maniera efficace il problema? L’elemento maggiormente ricorrente che emerge dallo studio è che nell’83% dei casi altre persone erano consapevoli delle frustrazioni dell’attentatore. Ancora più interessante è il fatto che nel 64% dei casi la famiglia o degli amici fossero a conoscenza delle intenzioni in quanto l’attentatore stesso le aveva loro riferite. L’ultimo elemento degno di nota è relativo alla produzione e pubblicazione di manifesti politici o lettere, verificatosi nel 59% dei casi. Lo scopo, in quest’ultimo caso è di farsi conoscere e rendere note le proprie intenzioni ad un pubblico il più ampio possibile. Quanto emerge rende evidente la necessità di sensibilizzare e di coinvolgere tutta la comunità nel rintracciare determinati comportamenti che potrebbero essere il segnale di una possibile minaccia. Infatti, se si considera che un numero consistente di terroristi rivela le proprie intenzioni all’esterno, diventa evidente come questi episodi di sfogo delle proprie intenzioni siano elementi utili della prevenzione. In ogni caso, un ruolo chiave dovrà essere giocato anche dalle agenzie di contro-terrorismo, che avranno il compito interpretare al meglio i possibili scenari futuri e tentando, seppur limitatamente, di fornire una lettura quanto più chiara dell’evoluzione del fenomeno. Se la conoscenza è potere, conoscere come agiscono i “lupi solitari” è la nostra migliore arma per tentare di prevenire futuri attacchi. 

Gli Autori