L’ombra del Trianon in epoca Covid-19: la Transilvania e gli effetti perduranti del sistema di Versailles in Romania

Mai come quest’anno il 4 giugno è stato giorno di lutto e giorno di festa: cento anni fa, infatti, dopo quasi un anno dalla firma del trattato di Versailles – che imponeva la pace dei vincitori alla Germania vinta nella grande guerra – e dopo la firma dei trattati con le altre potenze sconfitte, al Palais du Trianon finalmente l’Ungheria hortista firma il “diktat” delle grandi potenze, già realtà sul terreno ma capace di rompere l’isolamento internazionale della piccola Ungheria postbellica.

L’ombra del Trianon in epoca Covid-19: la Transilvania e gli effetti perduranti del sistema di Versailles in Romania - Geopolitica.info

La perdita di oltre i 2/3 del territorio dell’Ungheria dualista (da oltre 300 mila a meno di 100 mila kmq) insieme con circa i 2/3 della popolazione prebellica (di oltre 20 milioni di abitanti), aveva nei fatti lasciato fuori dai confini ungheresi quasi 1/3 degli oltre 10 milioni di magiari (ungarofoni) del bacino dei Carpazi: oltre 1.600.000 in Romania (Transilvania e regioni limitrofe), oltre 1 milione in Cecoslovacchia (quasi 900 mila in Slovacchia meridionale, 180 mila in Rutenia subcarpatica), circa 560 mila nel Regno dei Serbi, Croati, Sloveni (425 mila in Serbia, 120 mila in Croazia, 15 mila in Slovenia), oltre 25 mila in Austria (Burgenland). Ecco la causa della cosiddetta “sindrome del Trianon”, un trauma mai superato nella coscienza nazionale ungherese per una tragedia inaccettabile (Nem! Nem! Soha! “no! no! mai!” era lo slogan in auge all’indomani della sconfitta), “olocausto” della nazione ungherese. L’intera strategia politica internazionale dell’Ungheria postbellica era così incentrata sulla revisione dei confini: dalla seconda metà degli anni Venti, la politica revisionista del regime hortista sarebbe stata orientata a cercare sintonie internazionali (prima con l’Italia fascista, poi negli anni Trenta con la Germania nazista) per tentare di riportare all’interno dei confini non più l’Ungheria storica, ma le regioni contigue con cospicue comunità ungheresi. Le annessioni seguite ai due arbitrati (o diktat) di Vienna (del 1938 per la Slovacchia meridionale, del 1940 per la Transilvania settentrionale e orientale) e alle azioni militari di occupazione a scapito degli Stati in dissoluzione (nel 1939 la Rutenia subcarpatica, già cecoslovacca, nel 1941 la Vojvodina e il distretto del Mura, regioni jugoslave) realizzavano questa strategia durante il secondo conflitto mondiale: dal 1944, con la caduta di Horthy, in seguito all’occupazione (“liberazione”) dell’Armata rossa, l’Ungheria come Repubblica popolare tornava ai confini del Trianon, confermati dal trattato di pace del 1947.

L’esperienza della spartizione della Transilvania (1940-44) diventava per la Romania, e per l’approccio alla questione transilvana da parte del governo di Bucarest, un tabù nei confronti di qualsivoglia regionalismo per l’autonomia etnica: praticamente, quel che in Europa occidentale è un’ovvia battaglia politica e istituzionale per l’autonomia delle regioni culturalmente e linguisticamente differenti, per la Romania c’è un vero e proprio “niet” alle regioni basate sulla maggioranza etnica, in quanto anticamera della secessione. L’esperienza del Kosovo e, più recentemente della Scozia e soprattutto della Catalogna, hanno appiattito il dibattito nell’opinione pubblica romena sulla definizione che chi vuole forme di regionalismo vuole dividere la Romania. Vari studi hanno prospettato l’esempio franco-tedesco sull’Alsazia come modello per la pacificazione romeno-ungherese sulla Transilvania, mentre negli ambienti ungheresi di Romania si evoca spesso la soluzione del Sud Tirol/Alto Adige come formula per affrontare l’autonomia della regione dei secleri ungheresi: in pratica, però, solo gli ungheresi transilvani si sono costantemente espressi a favore di queste soluzioni.

L’unica istituzione regionale autonoma per il blocco etnico seclero-ungherese è stata realizzata durante il socialismo reale. La Romania popolare di Gheorghe Gheorghiu-Dej, infatti, come concordato con Stalin costituiva nel 1952 una regione autonoma ungherese comprendente i territori a maggiore concentrazione magiara della “terra dei secleri” della Transilvania orientale. Tuttavia, il forte eco della rivoluzione ungherese dell’ottobre 1956 avuta nella regione, avrebbe creato un clima di crescente sfiducia per gli elementi ungheresi: nel 1959 l’Università ungherese “Bólyai”, istituita subito dopo la guerra, veniva accorpata con l’Istituto “Babeş”, e nel 1960 la ridelimitazione della regione ungherese portava a una riduzione della percentuale di ungheresi presenti.

Con la riforma amministrativa voluta da Nicolae Ceausescu, nel 1968 la regione autonoma veniva ridisegnata in tre distretti, di cui solo due a schiacciante maggioranza ungherese: situazione che ancora oggi si considera intoccabile per evitare che il blocco etnico ungherese si riproduca all’interno dello Stato romeno. Oltre al bilinguismo locale, la transizione alla democrazia ha portato gli ungheresi dell’Unione democratica degli ungheresi di Romania (UDMR in romeno) – negli ultimi anni spesso anche in dialettica con le altre organizzazione della galassia transilvana – sempre e comunque a cercare di istituzionalizzare l’autonomia attraverso una doppia strada: l’autonomia culturale – progetto presentato in Parlamento e bocciato nel 2005 – e l’autonomia regionale, territoriale, nel caso della regione seclera. L’ultimo progetto è stato rigettato dalla camera alta di Bucarest proprio durante la crisi del Covid 19, a inizio maggio, quando in una mobilitazione nazionalista a difesa dell’unità nazionale – con la proclamazione del 4 giugno per la celebrazione della firma da parte dell’Ungheria del trattato del Trianon – ha indotto perfino il capo dello stato, il tedesco transilvano Klaus Johannis, a sfruttare mediaticamente il diffuso anti-magiarismo accusando gli avversari del partito socialdemocratico al governo di svendere l’unità del paese agli ungheresi, permettendo che il progetto dell’UDMR sulla creazione di una regione autonoma seclera ungherese passasse alla camera bassa per scadenza dei termini parlamentari.

L’azione dell’Ungheria, kin-State e madrepatria agognata dalla demograficamente declinante minoranza magiarofona (l’oltre milione e mezzo del 1989 si è ormai ridotto di 2-300 mila unità, di cui circa la metà concentrata nel blocco etnico seclero), è stata perennemente a sostegno dei legami linguistici e culturali, ma sono per lo più i governi di destra, dei giovani liberali poi conservatori del FIDESZ di Viktor Orbàn, a farne una strategia di politica estera e di consenso politico, volta a garantire all’Ungheria il ruolo di “protettore” delle minoranze magiare del bacino dei Carpazi. La prima iniziativa legislativa lanciata dal governo Orbàn I e approvata nel 2001 fu la “legge dello status”: consisteva nel riconoscimento dello status di ungherese per nazionalità ai cittadini di altri paesi limitrofi etnicamente ungheresi, ma veniva affossata dal nuovo governo Medgyessy a guida socialista costituitosi a seguito delle elezioni del 2002. Questo governo e i successivi guidati dal leader socialista Ferenc Gyurcsànyi ebbero delle storiche opportunità (colpevolmente mancate) di negoziare con il governo di Bucarest la concessione di reale autonomia – culturale e territoriale, almeno per le regioni seclere – con istituzioni simili a quelle dell’Alsazia, del Sud Tirol/Alto Adige, dei Paesi Baschi: sono l’ultima fase del processo di integrazione euro-atlantica, per l’adesione alla NATO (di cui l’Ungheria faceva parte dal 1999 e la Romania sarebbe entrata nel 2004) e all’Unione Europea (che aveva integrato l’Ungheria nel 2004 e avrebbe incluso la Romania nel 2007). Queste eventuali leve diplomatiche in mano all’allora governo di Budapest riguardavano degli obiettivi considerati vitali per la sicurezza della Romania, e – come si è visto per l’adesione europea della Croazia resa complessa dal negoziato sulla definizione del confine marittimo dalla Slovenia, già membro UE – una volta superati questi momenti storici favorevoli al negoziato, Bucarest avrebbe rispettato il dogma sull’autonomia nazionale in ogni ambito, con qualunque forza politica al governo. Nel 2010, con il ritorno al governo di Viktor Orbàn, la strategia di “coesione nazionale” riprendeva forza, con la proclamazione del 4 giugno come giornata di lutto nazionale, mentre la nuova costituzione approvata nel 2011 riconosceva la cittadinanza ungherese agli etnici ungheresi, cittadini degli stati successori dell’Ungheria dualista: a fine 2017 Budapest annunciava il raggiungimento del milione di passaporti ungheresi del programma per la “doppia cittadinanza”, di cui oltre la metà concessi a transilvani.

Ecco perché, ancora dopo cento anni, il 4 giugno è per giorno di lutto in Ungheria e di festa in Romania. E l’Europa dov’è, a Bucarest o a Budapest? L’Europa vera, in realtà, era ed è nelle comunità di minoranza – quelle nazionalità oppresse negli imperi ottocenteschi e poi le minoranze nazionali oppresse negli Stati nazione, rimaste intrappolate nel dilemma della sicurezza degli Stati europei nel secolo breve e oltre – che permane la bellezza della diversità europea, problematica e affascinante, causa ed effetto della guerra dei Trent’anni novecentesca 1914-1945. L’Europa è dunque in Transilvania, dove durante l’emergenza Covid-19 si è consumata l’ennesimo fallimento di progetto di regione autonoma per gli ungheresi secleri di Romania.

Tutta la questione territoriale tra Ungheria e Romania (iniziata con le mappe a colori del regno d’Ungheria, in cui il bianco delle zone non abitate a fianco del blu delle zone abitate da romeni aveva dato l’impressione che il rosso delle zone abitate da ungheresi fosse minore e maggiormente diasporico rispetto alla realtà del tempo), si trova ancora come cento anni fa: rimane la continuità dello spirito di unione spirituale per gli ungheresi di differenti stati. Come nel discorso del primo capo di governo dell’Ungheria democratica, Jòzsef Antall, in cui proclamava di sentirsi il punto di riferimento dei 15 milioni di ungheresi, in Ungheria e fuori dalle frontiere del Trianon, così nel discorso per il 4 giugno 2020 il presidente ungherese János Áder ha dichiarato che l’Ungheria e gli ungheresi continueranno a mantenere i propri confini spirituali, che vanno oltre i confini degli stati.

Andrea Carteny,
Sapienza Università di Roma-Geopolitica.info