L’offensiva di Haftar su Misurata e la tregua permanente all’ombra dei cannoni

Intorno alle ore 10:00 del 30 gennaio il cessate-il-fuoco in Libia – di cui si contano 110 violazioni secondo l’inviato ONU – pattuito durante la Conferenza di Berlino è di fatto saltato a causa dell’operazione “Aisfat Al Watani” (Tempesta Nazionale) lanciata dalle truppe del generale Khalifa Haftar nell’area a sud-est di Misurata. L’offensiva del Libyan National Army (LNA) di Haftar ha investito finora i villaggi di al-Hisha, Wadi Zumzum ed Abu Qurain.

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Gli scontri più importanti si stanno verificando lungo l’asse stradale Misurata-Sirte, nell’area di Abu Qurain dove è stata appurata la perdita di 4 veicoli da parte delle truppe governative (GNA) mentre da Misurata si stanno inviando rinforzi pur essendo la strada battuta dai caccia città-stato. Raid aerei haftariani sono stati documentati sia su Abu Qurain, dove si stanno ammassando forze miste di misuratini e truppe regolari Tripoli  sia su Al Heisha, a sud est di Misurata, lungo le direttrici logistiche del GNA. La tattica del LNA è quella di isolare Abu Qurain per impedire l’arrivo di rinforzi alla scarna guarnigione. L’operazione, secondo quanto si apprende da fonti libiche vicine al LNA, non ha per obiettivo Tripoli (il cui aeroporto continua comunque ad essere oggetto di attacchi da parte di Haftar) ma Misurata, la città-stato chiamata la “Sparta libica” per la forza delle sue milizie, principale gruppo armato vicino al primo ministro tripolino Fayez al-Sarraj.

Il centro abitato di Abu Qurain, fulcro degli scontri più violenti, si trova 118 km a sud di Misurata e 138 km ad ovest di Sirte (conquistata dal LNA pochi giorni prima della tregua); situata sull’incrocio tra l’autostrada costiera e la strada Fezzan assume un’importanza strategica fondamentale per Haftar: è la via più breve e meglio servita da infrastrutture moderne per arrivare a Misurata; il controllo di Abu Qurain permette di tenere d’occhio il trasporto di petrolio diretto verso le raffinerie della costa. La resistenza dei misuratini da una parte ed il successo di Haftar dall’altra si giocano proprio sul controllo degli snodi di queste due importanti strade.

L’autostrada costiera libica fu progettata e costruita dal governo coloniale italiano con il nome di Via Balbia o Litoranea Balbo e rappresenta tuttora il principale asse viario del paese. Perfettamente inserita nel circuito della Cairo-Dakar Highway, l’autostrada costiera nel 2011 fu oggetto di aspre contese tra le milizie ribelli e le truppe di Gheddafi mentre nel 2016 cadde sotto il controllo della frazione libica dello Stato Islamico. Ad Abu Qurain l’ex Litoranea Balbo devia verso l’entroterra sirtico per la presenza di acquitrini ed oasi per poi risalire verso nord ed attraversare i villaggi di Tawurgha ed Alkarareem, per infilarsi poi direttamente a Tommeena, popoloso sobborgo di Misurata. Se Abu Qurain cadesse nelle mani dei soldati di Haftar, per il generale sarebbe abbastanza facile arrivare di gran carriera a Misurata con le forze praticamente intatte e porre sotto assedio una città difesa da miliziani valorosi ma provati da un lungo periodo di scontri. Tawurgha ed Alkarareem risultano particolarmente difficili da difendere vista la loro struttura urbanistica ordinata, propria delle città di fondazione italiane, e l’inesistenza di ripari naturali sul terreno. Ecco perché pare che i comandanti del GNA abbiano scelto di difendere elasticamente Abu Qurain con l’invio di rinforzi massicci immediatamente fuori dalla città lanciando anche attacchi aerei e d‘artiglieria verso Al-Washaka, modesto insediamento  sull’autostrada costiera, a metà strada tra Sirte ed Abu Qurain, punto di concentramento e raccordo per le forze di Haftar provenienti da Sirte.

La strada Fezzan invece, costruita negli anni ’60 per dimezzare i tempi di trasporto del greggio verso le raffinerie lungo la costa del Mediterraneo, è uno dei principali assi viari commerciali del paese. Attualmente la strada non è utilizzabile poiché divisa tra i due contendenti: da Abu Qurain andando verso sud, oltre la colonia agricola “Allod Agricultural Project”, il territorio controllato dal governo di Tripoli si incunea pericolosamente verso est attraversando buona parte della “strada del petrolio” nelle regioni di Zamzam, Al-Jafra e Al-Baghleh, minacciando direttamente Wadi Jarv, l’aeroporto di Gardabya e quindi Sirte. Se Abu Qurain cadesse nelle mani di Haftar difficilmente il possesso di questo “cuneo” potrebbe essere mantenuto dai governativi ed il generale ridurrebbe notevolmente la linea di fronte da controllare con notevoli vantaggi logistici. Ampi spazi desertici con radi insediamenti sono indifendibili se ne crolla il fulcro sotto i colpi del nemico. Anche l’attuale guerra civile libica risponde a questo antico assioma dell’arte e della scienza militari. La conquista di tutta la strada Fezzan da parte di Khalifa Haftar aprirebbe inoltre a scenari interessanti nell’ambito dell’attuale crisi petrolifera dovuta al blocco della produzione imposto dalla milizia Petroleum Facilities Guard fedele a Tobruk negli impianti del sud del paese. Per l’inviato degli Stati Uniti al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite “nessun gruppo ha il diritto di bloccare la produzione di petrolio in Libia” ma sul campo pare valgano ben altre regole. La crisi ha causato, secondo l’inviato ONU Ghassan Salameh danni per 931 milioni di dollari con dati aggiornati al 3 febbraio, una carta importante da giocare per Haftar che punta a controllare la produzione (estrazione e raffinazione) degli idrocarburi in Libia per rafforzare la propria posizione internazionale.

A Tripoli si stanno comunque studiando le contromosse: il 29 gennaio scortata da una fregata turca, è entrata nel porto della capitale la nave mercantile Bana – battente bandiera libanese –  con a bordo mezzi corazzati prontamente sbarcati  mentre all’aeroporto di Misurata è atterrato un Boeing 747-412 (cargo) con rifornimenti per le milizie della città. Secondo gli ultimi dati lungo la cintura difensiva del GNA attorno a Tripoli sarebbero presenti circa 6000 miliziani siriani al soldo di Ankara e soldati regolari turchi. L’iperattivismo della Turchia in favore di Tripoli ha causato le critiche del presidente francese Macron prontamente rispedite al mittente da Erdogan che ha incolpato le politiche di Parigi per l’attuale caos in cui versa l’ex “Quarta Sponda” italiana.  Il portavoce delle forze haftariane ha dichiarato che la presenza di militari turchi ad ovest di Tripoli ha generato nella popolazione un radicale senso di insicurezza e che l’arrivo di armi nella capitale ed a Misurata è una palese violazione della tregua; tutto ciò andrebbe a giustificare la ripresa delle ostilità da parte del LNA nell’area di Abu Qurain.

Al di là delle accuse reciproche tra Tripoli e Tobruk-Bengasi il dato politico fondamentale è che l’embargo di armi non viene rispettato anche da chi – come la Turchia – si è impegnato a rispettarlo e che risulta essere l’ennesima misura propagandistico-pubblicitaria della diplomazia europea nel paese africano. Il ministro degli Esteri italiano Luigi Di Maio ha chiesto a gran voce nelle ultime ore di stabilire regole chiare per la riattivazione della missione Sophia, un dispositivo navale ormai quiescente e sorpassato che non riuscirebbe, per come oggi è organizzata, a mettere un freno alla vendita di armi in Libia, senza dimenticare che nella porosa frontiera meridionale del Fezzan è aperto un canale preferenziale per l’ingresso nel paese di armamenti e mercenari.

Quanto scritto nelle clausole sul Processo Politico Libico di pacificazione approvate a Berlino si è scontrato ancora una volta con il laconico piombo dei proiettili, al di là dell’accordo di massima raggiunto a Ginevra dal Comitato Militare Permanente “5+5” (che raggruppa inviati LNA e GNA sotto l’egida ONU) sulla “tregua permanente” come annunciato dall’inviato delle Nazioni Unite Ghassan Salamé. Nel momento stesso in cui, il 4 febbraio, veniva annunciata la tanto sospirata “tregua permanente”, i media hanno dato notizia dell’arrivo in Libia di altri mercenari siriani e sudanesi ed anche di armi che hanno rimpinguato gli arsenali dei rispettivi contendenti. L’incontro a margine dei colloqui ginevrini tra gli sherpa haftariani ed una delegazione egiziano-emiratina lascia pensare infatti che la “tregua permanente” altro non sia che un espediente tattico per riorganizzarsi sul campo: secondo fonti diplomatiche all’incontro sarebbero stati presenti funzionari d’intelligence e militari d’alto rango egiziani, nonché il consigliere per la sicurezza del principe ereditario emiratino, Mohammed bin Zayed, responsabile del dossier Libia ad Abu Dhabi. Un altro attore particolarmente influente ma rimasto nell’ombra in questa fase è l’Arabia Saudita che, proprio come gli Emirati Arabi Uniti, mostra una certa preoccupazione per la presenza di Ankara in Libia e per il rafforzamento dei gruppi politici turcofili a Tripoli. Per tale ragione sia da Riad che da Abu Dhabi arrivano forti pressioni sul governo egiziano affinché aumenti il proprio sostegno, in termini di armi e rifornimenti, ad Haftar così da chiudere una volta per tutte la partita libica. Politicamente si fa leva sul radicamento sempre più forte della Fratellanza Musulmana – acerrima nemica del Cairo –  in Tripolitania, militarmente sul rischio che la Libia occidentale possa diventare una testa di ponte turca in chiave anti-egiziana. Nonostante le reticenze egiziane, ormai è un dato di fatto che la spartizione della Libia in due Stati (Tripolitania e Cirenaica), magari concordata con la Turchia, non è un’opzione valida per Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. La soluzione “unitaria” emiratino-saudita fa perno sulla Cirenaica e non sulla Tripolitania (come ad esempio quella promossa storicamente dall’Italia) ma non punta ad una ridistribuzione delle licenze d’estrazione e raffinazione petrolifera che è invece parte integrante, ad esempio, della “doppia agenda” di Parigi.

La complessità della situazione politico-diplomatica non lascia immaginare che in tempi brevi si possa arrivare alla pacificazione sul campo di battaglia, anzi, la negoziazione di una tregua – a prescindere dalla formula con la quale essa viene definita e presentata agli addetti ai lavori ed all’opinione pubblica – nei fatti è anch’essa un atto di guerra.