Le scelte strategiche dell’Occidente delle democrazie tra minacce ideologiche e militari

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Nel terzo anno di guerra all’Ucraina, Putin è sempre più determinato nella sua svolta autoritaria e bellicista, come dimostrano la morte del perseguitato Alexei Navalny e la narrazione ossessiva sull’«identità russa» degli ucraini e sull’espansione della Nato. La distopica prospettiva di Putin va invece contrastata riaffermando l’identità storica dell’Ucraina e il suo percorso di libertà. Il sostegno all’Ucraina aggredita rimane perciò una priorità per l’Occidente delle democrazie, che dovranno rafforzare la deterrenza e la diplomazia per arrivare a negoziare una «pace giusta e duratura». La strada dei negoziati, che escludano perciò una “resa” di fatto del Paese aggredito, passa da ciò che l’Ucraina potrà riconquistare sul terreno e da quanto l’Occidente sarà capace di contrastare il disegno neo-imperiale di Putin riaffermando le regole del diritto internazionale.

Inquietudini in due anni di guerra

A due anni da quel 24 febbraio 2022 in cui Putin ha intrapreso l’«operazione militare speciale» contro l’Ucraina si guarda con giustificata apprensione al futuro del conflitto. Il contesto generale peraltro vede l’escalation del disordine globale in altre parti del mondo – in Medio Oriente, nel Sahel e nell’Indo-pacifico – mentre la disaffezione del c.d. Global South cresce contro l’Occidente delle democrazie. Inoltre, se mai ce ne fosse stato bisogno, la morte del dissidente russo Alexey Navalny – avvenuta il 16 febbraio, dopo due avvelenamenti, in una colonia penale agli estremi del circolo polare Artico – dimostra la deriva estrema che ha assunto la Russia, ormai giunta alla riesumazione dei  metodi inquietanti dell’impero sovietico. Su questi profili della dimensione ideologica sempre più autoritaria e bellicista che sta connotando il regime imposto da Putin si gioca purtroppo il principale fattore di rischio  per l’evoluzione del conflitto in Ucraina. Ed è appunto da questa prospettiva che è necessario partire per un’analisi sui possibili scenari che potranno configurarsi in questo terzo anno di guerra. 

Lo stato della «minaccia ideologica»

In prossimità della scadenza del secondo anno di guerra, a delineare il quadro più rappresentativo dello stato della «minaccia ideologica» è intervenuto lo stesso Vladimir Putin, che ha riconsegnato alla storia le sue distopiche ragioni del conflitto contro l’Ucraina. Sul sito ufficiale del Cremlino compare il testo integrale della “intervista” – tra virgolette perché il termine non è proprio adatto al caso in esame – concessa al discusso giornalista filo-trumpiano Tucker Carlson: il presidente russo si è dilungato di un discorso che ha trovato solo un interlocutore compiacente e senza che abbia osato porre qualche dubbio serio rispetto alle verità dell’intervistato. È stata l’occasione per Putin di richiamare la dottrina mistificatoria enunciata nel saggio Sull’unità storica di russi e ucraini pubblicato il 12 luglio 2021, nel più noto discorso alla nazione del 24 febbraio 2022 quando ha annunciato l’inizio dell’«operazione militare speciale» per «smilitarizzare» e «denazificare» l’Ucraina, e un anno dopo, il 21 febbraio 2023, nel discorso alla Duma in occasione del riconoscimento delle autoproclamate “Repubbliche popolari” di Donetsk e Luhansk. I primi venti minuti della prolusione di Putin sono tutti dedicati alle origini della grande Rus’ medievale, sorta su tre momenti storici: l’Anno 862, quando dalla Scandinavia il principe vichingo Rurik giunse a Novgorod; l’Anno 882 in cui il successore di Rurik, il principe Oleg, si insediò a Kiev; e l’Anno 998, quando il principe Vladimir, pronipote di Rurik, celebrò il Battesimo della Rus’ adottando il Cristianesimo ortodosso orientale. Il passaggio è indicativo della visione di Putin: il presidente lo omette volutamente ma se si parla di Rus’ si indica la Rus’ di Kiev, il principato che in età medievale aveva l’odierna capitale ucraina – prima di Mosca – e comprendeva le attuali Ucraina, Russia occidentale, Bielorussia, Moldavia, Polonia, Lituania, Lettonia ed Estonia orientali. Sul punto l’intervistatore Carlson si è ben guardato dall’osservare che si potrebbe sostenere allora che erano Kiev e quelle popolazioni non russe ad avere un primato, prima che da Mosca si consolidasse un vero e proprio “mondo russo”. L’excursus storico attraversa l’ascesa del Granducato di Lituania e poi del Regno di Polonia, cui si deve – sostiene Putin – «la ‘polonizzazione’ di quelle parte della popolazione per decenni: i polacchi hanno introdotto lì la loro lingua, hanno iniziato a inculcare l’idea che non sono veramente russi, e che dal momento che vivono “vicino” alla regione sono ucraini». Perché, chiosa ancora il presidente-storico, «originariamente la parola ucraino significava che una persona viveva alla periferia dello stato, vicino al confine, o era impegnata nel servizio di frontiera, appunto. Non si riferiva a nessun gruppo etnico in particolare». Una conferma dunque che Putin si contraddice ancora, perché quelle popolazioni non potevano considerarsi russe. Putin prosegue la sua narrazione e giunge al primo richiamo suggestivo del ruolo salvifico della Madre Russia per i suoi popoli oppressi. Esibisce le lettere di Bohdan Khmelnytsky, detto Bogdan il Nero, l’etmano dei cosacchi d’Ucraina, sterminatore di ebrei (particolare che l’intervistato non menziona), che guidò il sollevamento contro la nobiltà polacca nel 1648 e si mise sotto la protezione dello zar di zar Alessio I di Russia, che acquisì così la riva orientale del Dnepr. Il racconto di Putin continua ossessivamente nel tentativo di dimostrare che l’identità nazionale dell’Ucraina non sarebbe che opera di falsificazioni degli Stati nemici della Russia, come alla vigilia dei nazionalismi della I guerra mondiale, e dell’errore di Lenin che assecondò le istanze separatiste delle repubbliche sovietiche, fino ad arrivare alla «creazione artificiale» voluta da Stalin: l’Ucraina nasce dall’accorpamento di vari territori eterogenei, tra cui quelli appartenuti a Polonia, Ungheria e Romania. Da qui il suggerimento dell’intervistatore per far precisare a Putin che, pur non avendo affrontato l’argomento con Orban, «gli ungheresi che vivono lì, naturalmente, vogliono tornare nella loro patria storica». Putin omette anche di menzionare l’Holodomor (1932 – 1933) , lo sterminio per fame di circa 6 milioni di ucraini imposto dalle politiche staliniane, per il quale Krusciov – russo autentico, che da giovane era vissuto nel Donbass del confine russo-ucraino – nel 1954 sentì il bisogno di ‘indennizzare’ Kiev con l’attribuzione della Crimea, una regione dove comunque l’elemento etnico russo non poteva dirsi esclusivo vista la presenza storica dei tatari. Peraltro la stessa storia del Donbass mostra che è proprio la presenza russa ad essere stata imposta “artificialmente” quando la Mosca coloniale incoraggiò, e in alcuni casi impose, il trasferimento di popolazioni delle più remote regioni russe per alimentare la manodopera dell’industria mineraria della regione.

Una narrazione «ossessiva» sull’Ucraina

Quanto al momento della dissoluzione dell’Unione Sovietica il discorso di Putin diventa essenziale, ovviamente con altre omissioni. Non c’è qui alcuna menzione dell’ Atto di dichiarazione d’indipendenza pronunciato dal Soviet della RSS Ucraina nel 1991 e del Memorandum di Budapest del 1994, in cui la Federazione Russia si impegnò a riconoscere e a rispettare la sovranità e l’indipendenza dell’Ucraina in cambio dell’acquisizione dell’arsenale nucleare. Per Putin questa parte della Storia è presto liquidata: con il crollo dell’Unione Sovietica «tutto ciò che l’Ucraina aveva ricevuto in dono dalla Russia, “dalla spalla del Signore”, se l’è trascinato dietro». E giunge alla tesi centrale: «Dopo il 1991, quando la Russia si aspettava di essere accettata nella famiglia fraterna delle “nazioni civilizzate”, non è successo nulla del genere. Ci avete ingannato». Prosegue quindi l’ossessione putiniana: l’Ucraina è russa, l’Occidente ci ha tradito ripetutamente, la NATO aveva promesso di non espandersi e invece l’ha fatto più volte, «ben cinque volte» precisa Putin. E ancora, la Russia «non ha attaccato mai l’Ucraina», ma, come accaduto per la Crimea, ha «dovuto difendere con le armi» i cittadini russi da governi imposti da colpi di Stato voluti dalla CIA che ha alimentato la nascita di movimenti neonazisti e nazionalisti. Insomma, negando l’autenticità delle c.d. rivoluzioni colorate e dell’ Euromaidan – la rivolta europeista degli ucraini del 2013-14 – si torna al ribaltamento della Storia sofferta di popoli che invece hanno guardato all’Occidente perché volevano libertà e democrazia. Né si fa cenno a oltre un ventennio di “omini verdi” infiltrati e ingerenze armate della Russia che, con il pretesto di difendere incerte minoranze russe e in nome dell’identità del popolo russo, ha colpito la Georgia, occupato la Crimea e il Donbass ucraini, sino ad arrivare alla Transnistria moldava, riducendo anche la Bielorussia ad un servente Stato-satellite. D’altro canto la sfrontatezza di Putin non sorprende, come emerge dal passaggio emblematico del discorso del 24 febbraio 2022: «Voglio ribadire che i nostri piani non includono l’occupazione dei territori ucraini. Non imporremo nulla a nessuno con la forza». È noto purtroppo quanto i fatti abbiano dimostrato altro. L’intervista prosegue sulle prospettive della guerra per le quali Putin mette ancora sull’avviso chi sostiene l’Ucraina, e dichiarando il proposito di accettare il negoziato che sarebbe però ostacolato dagli altri: la guerra finirebbe presto se gli USA e l’Europa smettessero di fornire fondi e armi all’Ucraina, a scapito dei loro contribuenti. Poco dovrebbe importare dunque all’Occidente se Putin non intende cedere i territori occupati e mira solo a una resa incondizionata dell’Ucraina, considerati anche gli altri rischi della prosecuzione del conflitto. Nel resto delle parole ci sono poi le altre cortine fumogene per celare malamente il disegno imperiale di Putin: vuole riportare la Russia al ruolo di “grande potenza”, e per la sua propaganda ideologica – anche per ricercare il consenso del Global South anticoloniale e in vista delle prossime elezioni presidenziali del 17 marzo – sono sempre utili le narrazioni dell’antiamericanismo e dell’egemonia “culturale” imposta dal corrotto «Occidente collettivo». In sintesi, lo stato della «minaccia ideologica» che si coglie nei messaggi di Putin sembrerebbe ancora in escalation, come è ben tratteggiato dall’attuale direttore della Cia William Burns, che non è stato un “operativo” dell’intelligence ma è un diplomatico di carriera. Su Foreign Affairs ha sottolineato la «combinazione infiammabile di rancore, ambizione e insicurezza che il presidente russo incarna», per cui sarebbe un errore sottovalutare la sua «fissazione» per il controllo dell’Ucraina: Putin lo ritiene indispensabile perché la Russia sia considerata ancora una grande potenza e lui stesso un grande leader russo. Un’analisi rassicurante vorrebbe questa esasperazione ideologica solo propaganda per alzare la posta nei negoziati e ad uso interno in vista delle elezioni presidenziali del 17 marzo. Ma nel dubbio e nell’imprevedibilità delle personalità degli autocrati è bene comunque non trascurare la visione ossessiva di Putin.

Lo stato della  «minaccia militare»

È il momento dunque di scandagliare il secondo profilo dell’analisi: lo stato della «minaccia militare». Il generale Zalužnyj a novembre ha concesso un’intervista all’Economist piuttosto discussa perché gli argomenti trattati probabilmente non andavano resi pubblici. Sta di fatto che il leader militare – che taluni osservatori danno in predicato per un futuro politico che insidierebbe lo stesso Zelensky – ha comunque delineato le criticità rappresentando uno scenario di estrema vulnerabilità. Lo “stallo” può evolvere negativamente se si verificano due condizioni: 1) se l’Ucraina non estende la mobilitazione assicurando la turnazione al fronte con nuovi soldati addestrati, perché quelli che hanno sinora combattuto sono stanchi fisicamente e psicologicamente; 2) se l’Occidente non fa giungere ancora munizioni, armi, carri armati, aerei, droni e altre tecnologie, perché queste sono necessarie per resistere all’imponente pressione della Russia, che potrebbe anche sferrare una manovra offensiva su larga scala o comunque di lunga durata. Altre analisi offrono prospettive più dettagliate, come quelle presentate dall’Institute for the Study of War e dagli analisti geopolitici di Le Grand Continent. Intanto occorre sfatare la facile tesi del “fallimento della controffensiva” degli ucraini. Se da questa si attendeva un’azione decisa che portasse a riprendere tutti i territori occupati certo l’ obiettivo non è stato raggiunto, ma questo era l’ obiettivo “massimo”. Nella realtà occorre valutare invece alcuni dati oggettivi, partendo dal rapporto di forze, attuale e potenziale. La popolazione della Russia è tre volte quella dell’Ucraina, ma i condizionamenti cui Putin è sottoposto dalla classe media cittadina lo hanno indotto a limitare fortemente la mobilitazione affondando il reclutamento nelle regioni periferiche e più povere, e persino promuovendo l’arruolamento di criminali ed ergastolani. Sta di fatto che – pur potendo contare su un paio di milioni di riservisti – di fatto nei territori occupati ucraini non vi sarebbero che 420.000 soldati russi, un numero probabilmente superato dagli attuali reclutamenti degli ucraini. Secondo gli statunitensi, 500.000 uomini di entrambi gli eserciti sarebbero stati feriti o uccisi in azione: la Russia avrebbe subito le perdite più pesanti, con 120.000 morti e 170.000–180.000 feriti, rispetto ai 70.000 morti e 100.000–120.000 feriti dell’ Ucraina. Certamente l’Ucraina sta vivendo una fase critica, confermata purtroppo dall’ultima perdita di Avdiivka, ma è prematuro valutare i vantaggi strategici conseguiti dalla Russia, che dopo essere stata qui logorata nella spinta offensiva potrebbe essere anche fermata sulla vicina linea dal fronte dove l’Ucraina si è nel frattempo rafforzata. Altri dati possono meglio inquadrare la progressione territoriale e qualche successo strategico a favore dell’Ucraina. Se prima dell’invasione del 20 febbraio 2022 la Russia controllava il 7,04% del territorio ucraino, più di 42.000 km², il controllo militare russo oggi è su circa il 17% dell’Ucraina, ovvero oltre 100.000 km². E tuttavia va ricordato che i russi in un anno hanno perso il 10% dei territori occupati a marzo 2022 e hanno subìto perdite del 20% del tonnellaggio della flotta del Mar Nero colpita dai droni ucraini, tanto da doversi ritirare dalle acque della Crimea, mentre sul fronte degli innumerevoli attacchi dal cielo lo scudo ucraino ha di molto contenuto la minaccia russa di missili e droni.

Le sfide dopo lo “stallo”

In sostanza, se di “stallo” si parla – come precisa l’analista Eric Ciaramella della Carnegie Endowment For International Peace – in termini scacchistici tradizionali lo “stallo” implica che non c’è mossa che nessuna parte può fare per cambiare l’immagine sulla scacchiera. Per cui «quello che sta succedendo qui è una corsa al riarmo. In questo caso, quello cui stiamo assistendo è una ricostituzione militare russa in corso». L’Institute for the Study of War prospetta un programma di implementazione della produzione bellica della Federazione Russa con al centro il potenziamento dei droni affidato ad imprese nelle aree di Izhevsk, nella Repubblica di Udmurtia, di Tomsk, Samara e della stessa San Pietroburgo. Mosca starebbe anche lavorando a stretto contatto con Teheran per costruire una fabbrica in Iran in grado di produrre fino a 6.000 droni all’anno entro l’estate del 2025. In cambio il regime iraniano vuole acquisire l’equivalente di attrezzature militari russe, come aerei da combattimento, elicotteri, sistemi di difesa aerea per far fronte alle emergenze dello scenario mediorientale. Anche secondo l’International Institute for Strategic Studies di Londra la Federazione Russa ha aumentato le spese militari del 60 % rispetto allo scorso anno, arrivando al 7,5 % del suo Pil, incidendo per un terzo del bilancio complessivo. Le analisi internazionali evidenziano comunque criticità nel comparto produttivo militare russo, su cui persino la testata russa ultranazionalista Tsargrad ha denunciato la corruzione e l’inefficienza di grandi aziende statali e monopolistiche del settore. Rimane dunque da chiarire cosa l’Ucraina possa fare, essendo condizionata dall’incerto sostegno di un’Unione Europea che potrebbe dividersi sugli aiuti a Kiev, e di quello più serio degli Stati Uniti che potrebbero vedere il ritorno del filo-putiniano Trump. Su quest’ultimo, per inciso, si può anche sperare che lo spirito identitario e conservatore dei repubblicani lo induca a riconsiderare la concreta minaccia che rappresenterebbero anche per gli americani una Ucraina sconfitta e un’Europa a rischio. Gli USA rimangono in ogni caso i maggiori investitori nelle spese militari con 905 miliardi dollari (erano 839 l’anno precedente), una cifra che rappresenta il 40% del dato mondiale e il 70% in ambito Nato. Per l’Ucraina dunque non mancano i progetti di rafforzamento imminente grazie alla ampia disponibilità data dallo sblocco dei 50 miliardi di euro dell’Unione Europea e dallo stanziamento di circa 3 miliardi di dollari concessi in uno storico “accordo per la sicurezza” sottoscritto dal Regno Unito. Kiev spera anche che nell’Unione Europea si anticipi la consegna promessa di carri armati e artiglierie missilistiche di ultima generazione, come anche degli attesi aerei F-16 (certamente 42 dai Paesi Bassi e 19 dalla Danimarca) che insieme ai droni potrebbero rappresentare l’elemento di svolta per bloccare gli sforzi offensivi russi e rilanciare i contrattacchi ucraini. Quanto alle altre progettualità dell’Ucraina sono significative alcune dichiarazioni dei suoi leader politici. Il Vice Primo ministro Mykhailo Fedorov, si è fatto sfuggire che Kiev sta puntando su una nuova tecnologia di difesa: il «mantello dell’invisibilità», pensato per confondere le telecamere termiche russe e i droni che ne sono equipaggiati, offrendo così un’ulteriore protezione ai soldati ucraini.

Il momento della «difesa attiva»

Di più ampia visione è l’annuncio dato da Zelensky sul lancio di una nuova scelta strategica: la «difesa attiva». Si può discutere che nella dottrina militare – sia sotto il profilo strategico (cioè rivolto agli obiettivi finali e su larga scala, propri della “manovra difensiva”) sia sotto il profilo tattico (riferito al contesto operativo più ravvicinato, nel tempo e nello spazio, dai c.d. “sbarramenti” e “capisaldi” fino alla “reazione dinamica”) – è la stessa definizione di «difesa» che non è mai intesa in senso passivo, e preveda auspicabilmente sempre un aspetto o una fase proattiva per riguadagnare terreno o spazi di manovra. Con il termine di «difesa attiva» Zelensky sembrerebbe dunque non volersi sbilanciare rinunciando al progetto rimasto incompiuto della «controffensiva». Il primo obiettivo è dunque rallentare ogni ulteriore progressione del nemico, e quindi il programma difensivo degli ucraini prevede una sorta di «linea Zelensky» in risposta alla «linea Surovikin» realizzata dai russi a protezione del sud occupato e della Crimea. Si tratta di un sistema di fortificazioni su più linee e barriere, scandite da campi minati estesi e fronti di denti di drago e altri ostacoli per carri armati e mezzi meccanizzati, supportati dalla potenza di fuoco dell’artiglieria missilistica e dallo scudo di aerei e di droni. Per gli analisti vi sarebbe anche un non-detto, che rimarrebbe nei piani segreti del vertice politico strategico. Si vuole certo partire da una posizione di forza che – con il potenziamento delle strutture difensive, appunto – riesca a bloccare i prossimi attacchi dei russi. Ma Zelensky ha cambiato la leadership militare anche per rilanciare un elemento di vantaggio degli ucraini: la capacità di compiere operazioni audaci, tattiche d’inganno e innovative, come accaduto all’inizio del conflitto con i colpi mirati che hanno “neutralizzato” i comandanti russi (peraltro con uno sforzo poco rilevante, visto che sono stati sfruttati i social e le localizzazioni dei telefonini), oppure con le manovre diversive a sud per riconquistare Kherson, e con gli attacchi imprevedibili alla marina, al ponte di Crimea e quelli in profondità nella stessa Russi. Nelle scelte del nuovo stato maggiore potrebbero esserci ora altre iniziative non prevedibili, come la progettazione di altri droni hi tech, immuni ai sistemi di disturbo elettromagnetici, e di nuovi strumenti della cyber war, specie per puntare ai centri logistici e ad altri obiettivi nevralgici nelle retrovie russe. E in un’analisi della Carnegie Endowment si è posto anche il problema di «riconsiderare le limitazioni politiche poste agli attacchi a lungo raggio contro obiettivi militari all’interno della Russia vera e propria». Il tema qui pone il rischio di una risposta nucleare tattica che va sempre temuta in uno scenario di escalation. Il 15 febbraio scorso dal New York Times si è appreso che al Congresso e agli alleati europei sarebbero giunte informazioni di intelligence su nuove capacità nucleari russe che nel tempo potrebbero diventare serie per la sicurezza internazionale, anche se sono in fase di sviluppo. Per Politico.eu le informazioni riguarderebbero pure i propositi di Mosca di sviluppare una pericolosa «arma antisatellite nello spazio», che potrebbe interdire le attività dei satelliti occidentali. A Bruxelles intanto si è tornato a parlare della minaccia ai Paesi Baltici, e di una deterrenza nucleare europea guardando con maggiore interesse alle potenzialità di quella francese offerta da Macron. In ogni caso, «sorpresa» e «resilienza» rimangono i canoni su cui l’Ucraina potrà ancora fermare la Russia, pur senza superare la linea rossa della «minaccia esistenziale» per una potenza che nella sua dottrina prevede il ricorso all’arma nucleare. Anche per questi aspetti rimarrà fondamentale che l’Ucraina continui ad avere al suo fianco l’Occidente per assicurare la deterrenza necessaria, considerando peraltro che questa può essere utile anche per rafforzare una diplomazia più efficace per la fine del conflitto.

Deterrenza e diplomazia

Rimane dunque da esaminare il tema conclusivo dello scenario di un’iniziativa diplomatica che possa avere tratti di concretezza e realismo per l’avvio di negoziati, partendo in ogni caso da un assunto che non va dimenticato: il 24 febbraio segna l’inizio del terzo anno di una “guerra di aggressione” contro un Paese libero. La Federazione Russa, membro permanente del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, con la distopica pretesa di un “diritto storico” alla riunificazione di popolazioni perdute ha rinnegato il diritto internazionale violando la sovranità dell’Ucraina e l’obbligo posto dalla Carta delle Nazioni Unite di risolvere le controversie internazionali con mezzi pacifici. La condanna per la guerra intrapresa da Mosca è stata ribadita da diverse Risoluzioni dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite (a cominciare dalla Un A/ES-II/L.1 del 1° marzo 2022) e da una pronuncia della Corte internazionale di giustizia (Order Ukraine v. Russian Federation 182 Icj, 16.3.2022). Lo stesso Putin è colpito da un ordine di arresto per il trasferimento forzato di minori ucraini emesso dalla Corte penale internazionale, che sta indagando su altri crimini di guerra come i bombardamenti indiscriminati e il massacro di Buča. Ciò posto, nei giorni successivi all’intervista concessa da Putin alcuni analisti si sono lanciati in ottimistiche interpretazioni su una propensione russa al negoziato. Ma a non smentire l’ambiguità dei proclami russi è intervenuto il Ministro degli esteri Lavrov con le sue precisazioni alla Duma di Stato. In un primo passaggio ha detto: «Rimaniamo aperti a una soluzione politica e diplomatica basata sulla presa in considerazione dei nostri interessi legittimi e delle realtà che si sono sviluppate nel corso di molti anni e che ora hanno portato alla situazione attuale». Poi ha indicato: «Tuttavia, in assenza di proposte serie da parte di coloro che ci hanno dichiarato guerra e della loro riluttanza a tenere conto dei nostri interessi o delle realtà sul terreno, non sarà ancora possibile parlare al tavolo delle trattative. Nessuna di queste opzioni è visibile». Come dire, in sostanza: se l’Ucraina non rinuncia ai territori occupati e all’ingresso nella Nato, non se ne fa nulla. Come è noto, Zelensky ha ritenuto di non estendere alla Russia l’iniziativa avviata con altri 80 paesi per un’ ipotesi di negoziato basato sul “piano dei dieci punti” che dovrebbe essere presentato ad una Conferenza per la pace convocata dalla Svizzera rimasta ufficialmente neutrale. In questa fase il percorso è ancora molto arduo, anche perché rimangono problematici i punti 5. Carta delle Nazioni Unite e integrità territoriale dell’Ucraina, 6. Truppe russe e ostilità, e 7. Giustizia. Sono i punti che nella formulazione dell’Ucraina prevedono il completo ritiro di tutti i territori occupati dalla Russia (dove sembra volersi includere anche quelli occupati prima del 2022, in Donbass e Crimea) e la costituzione di un Tribunale speciale per perseguire il crimine di aggressione e assicurare una giustizia riparativa. In questi termini è difficile pensare di superare la riluttanza della Federazione Russa, e tuttavia la strada di un percorso diplomatico deve rimanere tra le priorità dell’Occidente. Nel maggio 2022 l’Italia si è fatta avanti con una proposta di pace presentata dal Ministero degli Affari Esteri – avallata dal Presidente del Consiglio dell’epoca Mario Draghi – al Segretario Generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres. Tra i passaggi scanditi dal piano italiano c’era la previsione del cessate il fuoco garantito da una forza di interposizione con Italia, Usa, Francia, Regno Unito, Canada, Polonia, Israele, Turchia e altri paesi disponibili, e la “neutralità” dell’Ucraina con garanzie delle maggiori potenze e l’ingresso nell’Unione Europea. Ad oggi sul piano italiano piuttosto discutibili rimangono perciò la mancata previsione dell’ingresso nella NATO, condizione “esistenziale” per Kiev inserita nella Costituzione, e le soluzioni all’epoca previste con la conferma dei confini definiti al momento dell’indipendenza ma con imprecisate forme di autonomia nelle aree contese e il non-detto sul destino di Crimea e Sebastopoli. Tuttavia, uno spazio negoziale sulla linea italiana potrebbe essere riaperto sull’ultimo punto che prevede l’avvio di negoziati per una “nuova Helsinki”. L’iniziativa potrebbe avere ancora un senso per l’intento di proporsi con una ragionevole mediazione rispetto alle aspettative più accettabili di una Federazione Russa con un ruolo non emarginato in una nuova architettura della sicurezza in Europa. Quanto meno l’Occidente può concretamente manifestare di non avere alcun interesse a vedere un crollo della Russia, anche per il rischio di implosione di una potenza nucleare che ha ordigni tattici e strategici in varie regioni. Nella prospettiva di Putin una svolta che richiami anche la Russia al “Concerto europeo” delle grandi potenze potrà consentirgli di proporsi anche sul fronte interno in qualche modo “vincitore”. Tuttavia si dovrà rimanere fermi sul principio che il diritto internazionale va ripristinato, e su questo la Russia dovrà dimostrare concreta disponibilità cominciando col ritirare gli schieramenti in Ucraina e ai confini dei già minacciati Paesi Baltici, accettando che la Nato è un’alleanza difensiva affatto imposta ma ricercata in un processo di autodeterminazione dai Paesi che, insieme all’adesione all’UE, si riconoscono in un sistema di valori e di libertà, per cui la sua presenza in Europa non potrà subire riduzioni e dovrà assicurare inevitabilmente la protezione dell’Ucraina. Un’altra prospettiva favorevole sulla strada dei negoziati va colta in un passo in avanti compiuto anche coinvolgendo almeno una parte del Global South che – come osserva Le Grand Continent – in passato si è tenuto a distanza: nell’ agosto scorso l’Arabia Saudita è stata promotrice del vertice di Gedda dove 40 Stati e i rappresentanti dell’Unione Europea hanno iniziato a condividere «consultazioni» sui «principi chiave per ripristinare una pace duratura e giusta per l’Ucraina».

In conclusione, la strada dei negoziati che escludano una “resa” di fatto del Paese aggredito passa dal convincere Putin e il resto del mondo che questo è quello che vogliono non solo gli Stati Uniti, ma soprattutto l’Unione Europea che vede negli ucraini un popolo che combatte anche per le libertà e i confini europei. Per questo l’Ucraina deve essere ancora sostenuta per riconquistare la maggior parte possibile del terreno perduto, ma soprattutto l’Occidente dovrà essere capace di contrastare con più convinzione il disegno di Putin con le armi efficaci di cui può disporre: la deterrenza e la diplomazia. Entrambe rimangono fondamentali nella prospettiva di un conflitto che nel terzo anno di guerra si presenta ancora logorante, ma con possibilità di variabili estreme e imprevisti, che potrebbero anche far fallire le ambizioni imperiali di Putin.