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Il ruolo delle società di lobbying nella dimensione internazionale. Intervista a Fabio Bistoncini

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La competizione tra Stati assume caratteristiche sempre più sfumate: nuovi elementi come la capacità di proiettare la propria influenza anche di tipo culturale, la volontà di fare sistema insieme agli attori economici che compongono il tessuto industriale ed aziendale di un Paese, assumono sempre più valore nell’arena internazionale. Ne abbiamo parlato in questa intervista con Fabio Bistoncini, Presidente e fondatore della società di advocacy e lobbying “FB&Associati”, per approfondire un suo recente articolo pubblicato su Milano Finanza. 

Conosciamo le società di lobbying come realtà che rappresentano gli interessi di aziende (più o meno grandi) o di parti sociali. Inoltre, sappiamo che la convinzione generale è che si faccia lobbying soprattutto per ragioni economiche. Al contrario, da un suo recente articolo pubblicato su Milano Finanza, leggiamo che una firm americana ha siglato un contratto di consulenza “pro-bono” con Ahmad Massoud, un attore politico – leader di un movimento insurrezionale in Afghanistan – e che alcuni Stati si rivolgono a società di consulenza nel settore del lobbying per ridefinire la propria presenza a Washington. Come cambia il lavoro di una società di consulenza nel rapportarsi con questi attori piuttosto che con il mondo aziendale? 

Cambia per l’impostazione strategica piuttosto che per i singoli strumenti che vengono attuati: incontri one to one, redazione di position paper, proposte di policy. Infatti, in questo caso, il consulente si rapporta con un sistema di interessi molto più complesso: da un lato le istanze di un Governo, che spesso è un insieme di più voci; dall’altro la necessità di relazionarsi anche con i gruppi di interesse che si riferiscono a quel Paese. Paradigmatica è l’Arabia Saudita. Il consulente, oltre a doversi confrontare con il Governo, dovrà avere a che fare con fondi di investimento, ulteriori gruppi di interesse, aziende del Regno Saudita singolarmente presenti nell’arena dello Stato di riferimento. Dunque, chi rappresenta la posizione del Governo, in questo caso, deve mettere a sistema una pluralità di interessi.
Resta fermo il ruolo della diplomazia. Quasi ogni Paese ha proprie rappresentanze diplomatiche in Stati esteri, con le quali il lobbista si può interfacciare per accedere ad un canale di comunicazione continuo e costante con il decisore pubblico. 

La gestione è attività complessa e per nulla banale.

Dagli anni ‘90 si è cominciato a dare maggiore importanza al ruolo del soft power come nuovo strumento per la competizione tra Stati, sempre più intenzionati a proiettare la propria influenza, anche culturale. Stiamo entrando in una nuova fase all’interno della quale anche le società di consulenza possono giocare un ruolo in questa partita? 

È un po’ come chiedere all’oste se è buono il vino: la mia risposta non può che essere positiva. Il mutamento degli equilibri internazionali ha sviluppato la necessità di utilizzare leve di soft power nelle relazioni tra Stati. Questi hanno sempre più contezza del fatto che la propria capacità di proiezione nelle arene di policy internazionali non è frutto soltanto del peso economico e della capacità industriale. L’attenzione, infatti, si sta spostando – soprattutto per le democrazie occidentali – verso l’attività di influenza, tentando di dare un valore concreto alla locuzione “sistema Paese”. Io sono influente come Paese se riesco a fare sistema. Tra chi? Tra i vari attori che si qualificano come politici ed economici. 

Sul punto, parte della letteratura accademica ha coniato il concetto dei cosiddetti campioni nazionali, cioè le grandi aziende che nascono in un Paese e che al tempo stesso sviluppano la propria attività imprenditoriale in contesti internazionali. Concretamente, uno Stato per essere influente in determinati mercati deve godere di credibilità, ricoprire uno specifico peso geopolitico e, allo stesso tempo, utilizzare in modo incisivo i propri campioni nazionali. Guardando al panorama italiano penso a Leonardo, Eni, Fincantieri, Terna, Italgas, tutti soggetti che forniscono un ulteriore booster alla nostra capacità di rappresentanza. Guardando, in modo comparato, al panorama americano, si noterà come questi abbiano sempre considerato la rappresentanza diplomatica strettamente connessa alla presenza, nei vari territori, degli interessi aziendali. La capacità pervasiva degli Stati Uniti, dunque, deriva anche dalla forza economica non soltanto dello Stato in sé, ma da un insieme di interessi che nascono e agiscono nello Stato, come, appunto, le aziende americane. 

Crede che questa dinamica tenderà a crescere nel futuro? In caso affermativo, crede che possa essere un valore aggiunto per lo sviluppo della democrazia intesa come maggiore rappresentanza o che, invece, possa rappresentare un pericolo per la tenuta della stessa?

Io penso che lì dove ci sia più dibattito e più rappresentanza non ci sia mai un pericolo, semmai un valore aggiunto. Molto interessante è un tema che si è sviluppato negli ultimi dieci anni nell’ambito d’impresa, ossia la corporate diplomacy. Secondo questo concetto, le imprese, per svolgere la loro attività, devono ora tenere in considerazione anche le sensibilità sociali, non soltanto del loro Paese di origine, ma anche dei paesi in cui operano. Lo sviluppo di alcuni movimenti o tendenze – pensiamo al MeToo, al tema della diversity e dell’inclusion – ha costretto molte grandi imprese, soprattutto di stampo anglosassone, ad intervenire in questi dibattiti, sviluppando proposte di policy su argomenti che in passato non erano considerati rilevanti per il business aziendale. Questo è un dato di fatto e non mi preoccupa, perché, ribadisco, ritengo che laddove ci sia una pluralità di interessi e una pluralità di posizioni vi possa essere un allargamento del dibattito pubblico e quindi anche del concetto di democrazia evoluta.

Il fenomeno descritto avviene negli Stati Uniti. Crede però che l’Unione Europea o la stessa Italia possano essere attrattive da questo punto di vista?

Sì, per quanto riguarda l’attività di lobbying a sostegno di singoli interessi nazionali l’arena di Bruxelles è paragonabile a quella di Washington, sia relativamente al numero dei player e alle risorse investite, sia dal punto di vista della sensibilità. Io credo che questo sia un processo che, anche nei singoli Paesi, sia in via di consolidamento. Pertanto, il discorso è valido anche per il nostro Paese.

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