Lo Zimbabwe per la prima volta alle urne dopo Mugabe

Il nuovo Presidente dello Zimbabwe è ufficialmente Emmerson Mnangagwa. Questo è quanto emerso dalle elezioni che si sono tenute nel Paese lo scorso 30 luglio. Non sono mancate però denunce e contestazioni da parte della comunità internazionale e dell’opposizione.

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Per lo Zimbabwe le elezioni generali del 30 luglio hanno rappresentato un momento storico. Infatti, per la prima volta dall’indipendenza, ottenuta nell’aprile del 1980, gli elettori (4,8 milioni) non hanno trovato sulle schede elettorali il nome di Robert Mugabe, leader del movimento Zanu-PF che negli anni Settanta aveva condotto la guerra di liberazione contro il regime bianco. Trasformatosi successivamente in presidente autoritario, Mugabe ha retto le sorti del Paese per 37 anni, fino alle sue dimissioni arrivate a seguito di un colpo di stato militare nato all’interno del suo partito lo scorso novembre.

Assente nella competizione elettorale anche Morgan Tsvangirai. L’ex-leader sindacale, fondatore e guida del Movement for Democratic Change (MDC), che dalla fine degli anni Novanta ha cercato di contrastare il potere di Mugabe, è deceduto cinque mesi fa, facendo però in tempo ad assistere alle dimissioni del suo avversario.

Tra un totale di 23 sfidanti, la vera competizione ha riguardato Emmerson Mnangagwa, partito Zanu-PF, e Nelson Chamisa, partito MDC. Il primo, settantacinque anni, soprannominato il Coccodrillo per la durezza del suo carattere, è stato un fedelissimo di Mugabe fino al novembre scorso quando, con il sostegno dei militari, aveva ereditato il partito e la carica di presidente del governo ad interim. Il secondo, quarantenne, oltre ad essere avvocato e pastore protestante, è stato un membro attivo del MDC, nonché ministro per le nuove tecnologie nel governo di unità nazionale del 2009-2013.

A rendere pubblici i risultati elettorali, venerdì 3 agosto, è stata la Commissione elettorale dello Zimbabwe (ZEC) la quale ha annunciato la vittoria di Mnangagwa. Il candidato dello Zanu-PF ha ottenuto 2,46 milioni di voti (50,8%), mentre il suo sfidante ne ha raccolti 2,14 milioni (44,3%). Nonostante la contenuta differenza di consensi ottenuti dai due candidati, il superamento del 50% ha permesso a Mnangagwa di vincere al primo turno evitando il ballottaggio.

Lo Zanu-PF ha confermato la propria vittoria anche alle elezioni legislative. Infatti, grazie ai successi nelle zone rurali, ha conquistato 144 seggi contro i 64 del MDC, assicurandosi così una maggioranza di due terzi in Parlamento. Tale risultato consentirebbe di modificare agevolmente la Costituzione del Paese. Un seggio è andato anche al National Patriotic Front, creato dai fedeli di Mugabe dopo la sua destituzione. Lo stesso Mugabe ha però dichiarato di aver parteggiato per il leader del partito d’opposizione Chamisa.

Ufficializzato il risultato elettorale, il neoeletto Presidente ha affidato le proprie reazioni a Twitter sostenendo che la sua vittoria sancisce “un nuovo inizio per lo Zimbabwe”. “Anche se siamo stati divisi nelle elezioni, siamo uniti nei nostri sogni. Uniamoci nella pace, nell’unità e nell’amore. Insieme costruiremo un nuovo Zimbabwe per tutti.” ha dichiarato.

Da parte sua il partito d’opposizione ha immediatamente respinto i risultati ufficiali annunciando che sceglierà le vie legali per fare ricorso. Il portavoce del MDC, Morgan Komichi, ha dichiarato che “i risultati sono falsi e il partito andrà a denunciare l’intero processo di fronte a un tribunale”. Precedentemente Chamisa aveva già annunciato che secondo i dati in possesso del suo partito, sarebbe lui ad aver vinto. I sostenitori di Nelson Chamisa e del MDC sono scesi in strada lo scorso mercoledì nella capitale Harare per protestare e denunciare i brogli, rivendicando la vittoria. L’esercito ha aperto il fuoco sui protestanti con un bilancio di sei morti. Lo stesso Mnangagwa, che quando fu ministro della Sicurezza, fu responsabile tra il 1983 e il 1987 della violentissima repressione militare nota come Gokurahundi (con un numero di vittime mai ben accertato e stimato tra 3.000 e i 30.000 morti), ha invocato pacificazione.

La ZEC ha risposto alle provocazioni affermando che “non c’è stato alcun imbroglio” nel conteggio. Tuttavia, tra gli osservatori internazionali, che per la prima volta dopo sedici anni sono stati riammessi dal governo, permangono molte perplessità soprattutto riguardo i numerosi ritardi nella pubblicazione dei risultati. Gli osservatori UE in particolare hanno affermato di aver rilevato criticità organizzative e intimidazioni sui votanti.

Forse è presto per parlare di uno Zimbabwe post Mugabe. Il Presidente neoeletto, infatti, non sembra un politico di rottura con il passato repressivo del Paese. Braccio destro di Mugabe, per decenni è stato uno dei suoi più vicini collaboratori ed è stato accusato anche lui, come l’ex Presidente, di violazioni sistematiche dei diritti umani e di corruzione.

Durante la campagna elettorale Mnangagwa ha però mostrato di voler prendere le distanze dal suo predecessore. Non ha infatti mancato occasione per rivendicare il merito di avere “riaperto lo Zimbabwe agli investitori”, ribadendo i vantaggi della stabilità e dell’esperienza. Oltre a promettere di stimolare gli investimenti stranieri e di riprendere rapporti con i principali partner e istituzioni internazionali, ha sottolineato il suo impegno in una strenua lotta alla corruzione, una maggiore attenzione alla questione delle divisioni razziali e il rilancio dell’economia fortemente in crisi. Tra le sue proposte, l’applicazione di una legge fondiaria per restituire ai “white farmers” le terre di cui sono stati estromessi dal 2000, si tratta di circa 17 milioni di ettari di terra che apparteneva a oltre 4mila farmer bianchi.

Lo Zimbabwe, Paese tormentato da anni di guerra di liberazione dal dominio bianco e 37 anni di regime autoritario guidato da Mugabe, si trova ora di fronte ad un nuovo inizio. Spetterà adesso al nuovo governo risollevarne le sorti.