Lo Yuan digitale e gli strumenti elettronici di pagamento sottostanti

Per il Capodanno lunare 50000 pechinesi hanno ricevuto dallo Stato una “busta rossa” digitale contenente 200 yuan (25 €) in modo da incentivare lo shopping online e offline; da un punto di vista economico nulla di nuovo sotto il sole, ma sotto il punto di vista dell’innovazione tecnologica, questa erogazione monetaria rappresenta il terreno di prova della nuova moneta digitale del Dragone.

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Le prove tecniche

Da un punto di vista economico, la misura si può considerare in maniera analoga ad una definita “helicopter money”; sebbene questa espressione venga utilizzata prevalentemente quando un’economia si trovi in una situazione di trappola della liquidità, calza a pennello per far comprendere, al lettore meno avvezzo alla letteratura economica, come l’erogazione diretta di moneta dallo Stato al cittadino non rappresenti una novità in campo economico.

La componente che può essere definita innovativa è la forma con la quale Pechino abbia effettivamente erogato questa moneta alle migliaia di pechinesi menzionati; in realtà si tratta del più recente campo di prova della moneta digitale, poiché test analoghi sono stati effettuati a Suzhou, città nella provincia di Jiangsu, ma non l’unica, dove sono stati erogati oltre 100 milioni di yuan (quasi 13 milioni di euro). Inoltre, si prevede la diffusione nella moneta elettronica alle prossime olimpiadi invernali di Pechino del 2022, sebbene finora non si conoscano esattamente la modalità di erogazione dello e-yuan in relazione a questo evento di ampia portata internazionale.

La Cina non rappresenta il primo Paese asiatico a mettere in pratica questa innovazione tecnologica; il primato, infatti, spetta alla Cambogia, la quale lo scorso ottobre è stato il primo Stato della regione a lanciare formalmente tale sistema, chiamato “Bakong”, in onore del maggiore tempio cambogiano, co-sviluppato dall’impresa high-tech giapponese Soramitsu. Quest’ultima, come si può leggere dall’home page del proprio sito internet, si definisce come “[..] compagnia globale di prodotti basati sulla tecnologia blockchain per imprese, università e governi. Dalla creazione di sistemi di pagamento sia domestici che transfrontalieri […]”.

Sistemi di pagamento, moneta digitale e blockchain

Per comprendere appieno ciò di cui stiamo parlando, prendiamo in considerazione il menzionato Bakong, il sistema di pagamento cambogiano che permette di effettuare pagamenti e trasferimenti elettronici sia in dollari che in riel, la valuta locale; il sistema, dunque, si avvale di uno strumento di pagamento, in questo caso la “tecnologia”, e un mezzo di pagamento, ovvero la valuta. Per intenderci, l’unico caso in cui questi due elementi coincidano in uno solo, è rappresentato dalla moneta contante.

Quindi, nella maggior parte dei casi, vi è la necessita di un’infrastruttura per effettuare il trasferimento del mezzo di pagamento dall’ordinante al beneficiario. Si capisce bene, dunque, che, alla luce del contesto attuale, il fattore più rilevante viene ad essere rappresentato proprio dallo strumento di pagamento, piuttosto che dal mezzo; infatti, il fatto che in Cambogia si possano utilizzare dollari o riel per effettuare pagamenti e trasferimenti non si configura come una novità, sebbene la banca centrale cambogiana auspichi se non un aumento, almeno una stabilizzazione delle transazioni in riel grazie all’introduzione del nuovo sistema, dal momento che il dollaro rappresenta tuttora la principale valuta utilizzata negli scambi finanziari a livello locale.

La tecnologia a cui si fa riferimento in precedenza è rappresentata da quella implementata dal Bitcoin: in quel caso, si utilizza uno strumento di pagamento, la blockchain, per scambiare la valuta virtuale citata; con quest’ultimo termine si definiscono rappresentazioni digitali di valore, il quale non è determinato da un’autorità pubblica istituzionalizzata, bensì dal “mercato”. Queste valute non hanno corso legale, pertanto il venditore non è obbligato ad accettarle come mezzo di pagamento nell’acquisto di beni e servizi o nel trasferimento di valore.

L’applicazione delle blockchain, in seguito all’avvento del Bitcoin, è stata sperimentata nei più svariati campi; quel che concerne la sua applicazione in questo contesto è relativo al sistema di pagamento. Come già anticipato, la banca centrale cambogiana ha sviluppato il Bakong in cooperazione con una compagnia giapponese, la Soramitsu: quest’ultima, infatti, ha realizzato l’infrastruttura del sistema basandosi proprio sulla blockchain.

Il double spending

Ogni qual volta venga inviato un file attraverso la rete, quello che in realtà viene inviato è una copia del file; ciò può diventare problematico nel momento in cui si debba inviare denaro. Solitamente vi è un intermediario (come la banca, ad esempio) che assicura la proprietà della moneta tra gli utenti che avviano una transazione. La blockchain è sostanzialmente un “registro contabile” in cui le transazioni vengono registrate attraverso le chiavi pubbliche che ogni utente possiede e condivide, appunto, pubblicamente. Ad ogni utente, inoltre, è attribuita una chiave privata che solamente quest’ultimo conosce.

A questo sistema è garantita estrema sicurezza ed immutabilità dei registri appunto perché i blocchi, all’interno dei quali sono contenute le transazioni, sono protetti da una crittografia algoritmica che rende praticamente impossibile modificare le trascrizioni all’interno di un singolo blocco senza dover modificare tutti gli altri blocchi. Grazie a questo registro crittografato, gli utenti possono trasferire le proprie monete digitali senza la presenza di un intermediario terzo, dal momento che la proprietà del coin che viene scambiato è assicurata da registri immutabili e sicuri, risolvendo, quindi, il problema del double spending.

Tutto questo, oltre certo al fatto di essere una valuta slegata da qualsiasi banca centrale e quindi non soggetta ad autorità pubbliche, ha reso Bitcoin e le altre valute digitali estremamente convenienti da utilizzare rispetto ai sistemi tradizionali, tant’è che alcuni analisti abbiano addirittura profetizzato che quest’ultime sarebbero state scalzate dalle nuove monete come metodi di pagamento futuri.


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Il controllo dell’infrastruttura

Riprendendo il white paper di Satoshi Nakamoto, potremmo dire che le banche centrali dei vari Paesi vogliano sfruttare la capacità della blockchain e delle monete digitali di ridurre la distanza tra mezzo e strumento di pagamento, a guisa di moneta contante: una ogni cryptocurrency impiega una blockchain diversa, per cui incentivare l’uso della moneta significa incentivare l’uso dei registri contenuti nei blocchi, creando una rete sempre più ampia.

Infatti, la Cina punta fortemente ad internazionalizzare la propria moneta, dopo aver incentivato l’uso del suo Cross-border Interbank Payment System, un concorrente dello SWIFT; basti pensare che i nuovi cellulari Huawei avranno un portafoglio di yuan digitale già istallato. Sebbene i principali colossi potenzialmente danneggiati dall’implementazione siano Alibaba e WeChat, i quali hanno implementato i propri sistemi per rendere i pagamenti più fluidi e convenienti possibile, è in relazione alla politica estera del Dragone che dobbiamo guardare allo e-yuan, primo su tutti il continente africano.

L’Africa rappresenta da tempo un terreno fertile di investimenti e di interessi cinesi, tant’è che il termine “neo-colonialismo” si riferisce anche alla politica estera di Pechino; questa rete di relazioni sino-africana sicuramente verrà rafforzata dal sistema di pagamenti dello e-yuan, data la forza della Cina all’interno del mercato tecnologico del continente di dispositivi mobili.

Così come determinati Paesi hanno deciso di rinunciare ad avere una propria moneta per ancorarsi ad una valuta estera, si pensi all’America centrale o all’analoga situazione del Franco coloniale, o anche al più semplice caso menzionato in precedenza della Cambogia, nella quale gli scambi sono principalmente regolati in dollari, nonostante esista una moneta locale, non appare improbabile che l’introduzione delle monete elettronica, o meglio, dell’impalcatura tecnologica legata a quest’ultima, possa costituire un eventuale terreno di scontro sul quale potenze revisioniste cerchino di sfidare quella egemone.

Tuttavia, all’interno del Sud-Est asiatico, abbiamo avuto modo di vedere come sia un’azienda giapponese da avere co-sviluppato il sistema di pagamenti in un Paese ritenuto molto vicino al Dragone. Inoltre, Corea del Sud, Giappone, Singapore e Tailandia stanno testando i propri sistemi di pagamento. Sarà interessante comprendere come si concilierà questa moltitudine di piattaforme proprio nella regione che ha recentemente firmato la costituzione della più grande area di libero scambio del pianeta.

Indubbiamente, è improbabile che in Giappone o in Corea del Sud lo yuan scalzi il won o lo yen come valuta, ma nel momento in cui la RCEP venga effettivamente messa in piedi e gli scambi raggiungano volumi sempre maggiori, sarà interessante comprendere quale moneta verrà utilizzata come moneta di scambio internazionale. Che questa sfida venga vinta dalla nazione che saprà vincere la sfida tecnologica lanciata anni or sono da Bitcoin?