Lo Yemen ai tempi del Covid-19

Quello che la diffusione del coronavirus ci sta mostrando è che in contesti già socio-economicamente critici, la malattia irrompe con più violenza e l’esempio lampante di ciò è offerto dai Paesi afflitti da guerre. Un caso su tutti è quello dello Yemen, dove dal 2015, a dispetto della scarsa copertura mediatica, si consuma la più grave crisi umanitaria dalla Seconda guerra mondiale.

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Le fazioni in guerra

Per comprendere meglio la situazione attuale in territorio yemenita, è necessario innanzitutto fare chiarezza sulle origini dello scontro in corso.

Nel 2012, sull’onda delle primavere arabe, lo Yemen visse un avvicendamento al potere, con il passaggio della presidenza da Ali Abdullah Saleh al suo vice Abdrabbuh Mansour Hadi. 

Già nel settembre 2014, però, giovandosi dell’instabilità portata dalla transizione politica e dell’appoggio offerto loro dalle milizie legate all’ex presidente Saleh, gli Houthi, ribelli armati sciiti zayiditi filo-iraniani,  già da tempo attivi in proteste antigovernative, attuarono un colpo di Stato e assunsero il controllo della capitale Sana’a. 

A questo punto, il Presidente Hadi, costretto alle dimissioni dagli Houthi, si rifugiò ad Aden, importante città portuale del Paese ed ex capitale dello Yemen del Sud, e da lì riorganizzò le proprie forze, invocando e ottenendo il sostegno della Lega araba

Così, il 26 marzo 2015, forte dell’intervento a suo favore da parte della coalizione internazionale a guida saudita, l’esercito lealista lanciò una controffensiva

Allora come oggi, gli Stati arabi attivi nelle operazioni belliche sono essenzialmente Arabia Saudita ed Emirati Arabi. Tuttavia, fin da subito, questi due alleati hanno agito su fronti distinti, entrando in contatto con realtà e referenti diversi. Alla lunga, l’ovvia conseguenza di questa ripartizione di zone e mansioni tra Riyadh e Abu Dhabi è stata la spaccatura della coalizione, formalizzatasi nel 2017 con la nascita del Consiglio di transizione del Sud (Cts) e del suo braccio armato, le Security Belt, controllato informalmente dagli UAE. 

In questo modo, la guerra che aveva visto inizialmente contrapporsi due sole fazioni si è trasformata in uno scontro trilaterale (senza contare la presenza sul campo di ISIS e al-Qaeda e la frammentazione tribale del territorio), cosicché la prospettiva di risolvere i contrasti e porre fine alle violenze in tempi brevi si è irrimediabilmente allontanata.

Lemergenza umanitaria

Tralasciando ora l’analisi dei passaggi evolutivi dei combattimenti e dell’entità del coinvolgimento degli Usa e dei Paesi europei (Italia compresa), è facile capire cosa abbia indotto le Nazioni Unite a definire la guerra in Yemen “il peggior disastro umanitario causato dalluomo”

Ad oggi, sarebbero già più di 12 mila le vittime civili e più di 100 mila quelle totali. 

D’altronde, come sottolineato dal Centro europeo per i diritti costituzionali (ECCHR), tutte le fazioni in lotta hanno perpetrato violazioni del diritto internazionale umanitario, non risparmiando dai bombardamenti scuole e ospedali. 

Dal 2015, la confederazione internazionale Oxfam, si è fatta carico del compito di rifornire di medicinali le aree più remote del Paese e di prestare assistenza sanitaria di base a quell’80% della popolazione che dipende interamente dagli aiuti umanitari. Ora, però, scorte alimentari e mediche incominciano a scarseggiare e l’approvvigionamento idrico di molte aree è pregiudicato dall’aumento dei costi del trasporto, al punto che l’Organizzazione mondiale della Sanità (Oms) ha avvertito circa l’incombenza del pericolo di carestia.

A fronte della scarsità di acqua potabile e servizi sanitari, nonché della fatiscenza delle infrastrutture fognarie, la vulnerabilità degli yemeniti alle infezioni raggiunge livelli esponenziali. A dimostrazione di ciò, vi sono attualmente oltre 2 milioni di casi sospetti di colera e sono quasi 2 mila le vittime mietute da questa malattia.

L’allarme Covid-19 e il mancato cessateil-fuoco

È in questo drammatico quadro che si inserisce impetuosamente l’allarme COVID-19

Il primo caso in Yemen è stato dichiarato il 9 aprile 2020 e per ora sarebbero 482 i contagi confermati, per un totale di 111 morti. Tuttavia, ancora prima che il virus varcasse i confini del Paese, nelle città yemenite infuriava già il panico, a dimostrazione della gravità  delle ripercussioni che la malattia potrebbe avere in un contesto già così fragile.

D’altra parte, la speranza che la preoccupazione sanitaria induca a un cessate-il-fuoco pare ormai completamente infranta dinnanzi alla dichiarazione di autogoverno del Cts, rilasciata ad Aden il 26 aprile di quest’anno, in segno di protesta per la mancata attuazione dell’accordo di Riyadh (novembre 2019) per la spartizione del potere ad Aden e nel sud tra il governo internazionalmente riconosciuto e i secessionisti meridionali. 

Al momento, se da un lato l’Arabia Saudita, alle prese con il COVID-19 sul piano interno e ormai consapevole di non poter incassare una vittoria militare in territorio yemenita, spinge per riportare gli Houthi al tavolo negoziale, dall’altro, è difficile pensare che i separatisti del Cts siano disposti a rinunciare alla posizione di forza da loro appena conseguita con la proclamazione di secessione, senza vedersi riconoscere il diritto di partecipare ai negoziati. Inoltre, bisogna considerare che la soddisfazione delle rivendicazioni territoriali di Houthi e Cts non è mutualmente esclusiva, in quanto i due gruppi reclamano l’autorità su aree del Paese diverse, rispettivamente il nord gli uni e il sud gli altri. Di conseguenza, si potrebbe prospettare la possibilità di un accordo tra i secessionisti meridionali e i ribelli zayditi, con la completa estromissione del governo internazionalmente riconosciuto e presieduto da Hadi, già di per sé debole. Naturalmente, quest’eventualità è fortemente osteggiata da Riyad, che non potrebbe accettare lo smacco di un’intesa tra un suo alleato (Abu Dhabi) e dei miliziani sostenuti dall’acerrimo nemico iraniano (gli Houthi). Ma, per fortuna saudita, se Abu Dhabi continuerà a non riconoscere ufficialmente l’autogoverno del Cts, questo scenario rimarrà abbastanza improbabile. 

Ciò che è certo, invece, è che, in assenza di un accordo, la ripresa delle ostilità non farà che rallentare, se non addirittura impedire, l’afflusso di aiuti umanitari, mentre quei pochi che riusciranno a pervenire rischieranno di essere saccheggiati dalle varie fazioni o comunque di non essere distribuiti equamente su tutto il territorio. Pertanto, se dal canto suo lOms si sta già mobilitando per essere pronta a intervenire qualora la malaugurata ipotesi di arrivo del coronavirus in Yemen dovesse verificarsi, molta della sua capacità di azione dipenderà dagli sviluppi della guerra.