Evidenza

Dal 2004, il Centro Studi Geopolitica.info contribuisce allo studio delle Relazioni Internazionali e al dibattito sulla politica estera dell'Italia

Chi siamo
04/07/2016
Medio Oriente e Nord Africa, Notizie

Lo Stato islamico si ritira: la fine di un incubo?

di Andrea Foffano

Il 29 Giugno 2014 Abu Bakr al-Baghdadi ha proclamato la nascita dello Stato Islamico dell’Iraq e del Levante. Pochi giorni dopo, esattamente il 5 luglio, dall’interno della grande moschea al-Nuri di Mosul si mostrò al mondo intero richiamando i mussulmani di tutto il mondo all’obbedienza e alla lotta per il bene della Umma (comunità mussulmana), autoproclamandosi in tale occasione quale Califfo dei mussulmani.

Così facendo al-Baghdadi si è posto in continuità ideologica storico-religiosa con l’Islam arcaico, quale successore diretto di Maometto sulla terra. Nel punto di massima espansione il Califfato del terrore esercitava il proprio dominio su un territorio di oltre duecentomila chilometri quadrati e vantava il controllo di una popolazione stimata tra gli otto e i dieci milioni di abitanti. Tra gennaio e febbraio 2015 l’ISIS giunse anche in Libia, con una forte presenza di miliziani concentratasi nella zona di Sirte, roccaforte sunnita situata tra Bengasi e Misurata.

Oggi sotto il profilo geopolitico gli analisti di tutto il mondo si trovano di fronte ad una realtà ben diversa. Il 10 giugno 2016 le forze armate dello Scudo di Misurata, temibili gruppi armati libici conosciuti anche con il nome di “Milizie di Misurata”, sono entrate nella città simbolo dell’ISIS in Libia: Sirte. Fonti di intelligence internazionali riferiscono di gruppi jihadisti sparsi per la città, arroccati nei punti strategici nella zona intorno all’ospedale cittadino, che tentano di resistere all’offensiva delle forze militari di Tripoli. Con l’entrata delle truppe di al-Sarraj a Sirte, il generale Haftar incassa una grossa sconfitta sul campo militare e sotto il profilo strategico.

Ma se da un lato l’uomo di ferro della Cirenaica è stato bruciato sul tempo dagli uomini di Tripoli, dall’altro diviene opportuno riconsiderare la situazione politica attuale che si presenta sullo scacchiere libico. Lungi dall’aver estirpato definitivamente  il “germe ISIS” dalla Libia, è probabile che ai tre-quattromila soldati del Califfato in fuga da Sirte non rimanga altro che ripiegare nel desertico Fezzan, cercando rifugio tra le decine di tribù sunnite locali che, oltre a lucrare sul traffico illegale di armi e di esseri umani provenienti dall’Africa centrale, potrebbero essere disponibili anche ad accogliere e difendere gli jihadisti in fuga da nord. Intanto, la caduta di Sirte dimostra ancora una volta che la leadership libica è questione tutt’altro che chiusa. I due contendenti rimasti in campo sono il generale Haftar, generale golpista che gode dell’appoggio di al-Sissi e uomo forte del parlamento di Tobruk, e il presidente al-Sarraj, pedina importante dell’Occidente in Libia e leader di un governo islamico di unità nazionale con sede a Tripoli. Ridimensionata la presenza dell’ISIS in Siria, ora toccherà ai due contendenti giocare le proprie carte e fare le proprie mosse in campo internazionale, con l’obiettivo per entrambi di arrivare ad un accordo formale che consenta la nascita di una quanto mai necessaria stabilità politico-sociale in tutta la Libia.

Per lo Stato Islamico la situazione non volge al meglio neanche “in patria”, in Iraq e in Siria. Dopo l’intervento militare russo nel conflitto civile siriano avvenuto ad ottobre 2015, si calcola che l’ISIS abbia perso in meno di un anno circa il 40% dei territori e il 50% degli effettivi sul campo di battaglia. Per raggiungere questo risultato un fattore determinante è stata la supremazia totale ed incondizionata dell’aviazione militare statunitense e russa nei cieli della Siria e dell’Iraq. In Siria i recenti sviluppi della situazione militare sembrano confermare le gravi difficoltà in cui versano le truppe jihadiste. Con una classica mossa “a tenaglia”, l’esercito curdo e i lealisti siriani appoggiati da Iran ed Hezbollah, avanzando rispettivamente da nord e da sud-ovest, hanno spinto il Califfato a ritirare i miliziani da entrambi i fronti e ad asserragliarsi a Raqqa, città roccaforte sunnita in Siria. Sul fronte opposto, il 5 giugno 2016 l’esercito regolare iracheno, supportato dalle milizie sciite locali, è riuscito ad entrare a Falluja e a prendere il controllo della zona sud della città.

Sul piano strategico occorre precisare che è attualmente inconfutabile la tesi che il Califfato non abbia le forze militari necessarie per impegnarsi in una guerra su due fronti. Ne consegue che, se l’offensiva della coalizione anti-ISIS dovesse continuare di questo passo, le truppe dello Stato Islamico rischierebbero di andare incontro ad una capitolazione certa. Tutto ciò però non deve trarre in inganno: i veri baluardi dell’ISIS non sono ancora caduti. Dopo la presa di Ramadi, Tikrit e Fallujah mancano ancora all’appello Raqqa in Siria e Mosul in Iraq, quest’ultima vero punto di riferimento a livello mondiale dell’ISIS e del fondamentalismo islamico sunnita. Si calcola che a Mosul, definito dagli esperti di tutto il mondo come il “cuore pulsante” dell’ideologia del Califfato del terrore, su 1,5 milioni di abitanti (dato risalente al 2015) le forze jihadiste che sarebbero pronte a difendere la città sino alla completa capitolazione sono stimate tra le 50 e le 70 mila unità. Questo dato lascia intendere la misura della battaglia che attende le forze della coalizione per sconfiggere definitivamente l’ISIS in Iraq.

Inoltre, una volta giunti all’ipotetica vittoria finale, non bisogna dimenticarsi che difficilmente l’ideologia islamica fondamentalista, che è alla base dell’essenza stessa dello Stato Islamico, potrà scomparire sic et simpliciter. Certamente, ogniqualvolta che vi sarà discriminanza tra sciiti e sunniti, fin quando una delle due comunità verrà esclusa di norma dalle posizioni di potere politico-economiche del paese, allora il fondamentalismo troverà sempre terreno fertile per diffondersi. Non è una possibilità remota il fatto che l’ISIS possa ritrovarsi, dopo una sconfitta sul campo di battaglia, a combattere in Iraq e in Siria una guerra asimmetrica e a bassa intensità, come sta facendo al-Qaeda nella stessa Iraq. Il fronte potrebbe spostarsi all’interno delle città e le nuove armi dell’ISIS diventerebbero le autobombe e gli attacchi suicidi. Questo fatto è sicuramente da tener presente e da valutare attentamente, se l’obiettivo è sconfiggere una volta per tutte il terrorismo fondamentalista dell’ISIS.

Gli Autori