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Lo spirito di Ginevra e il summit Biden-Putin: sviluppi e limiti del vertice tra i due Presidenti

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Un confronto franco e proficuo. Così è stato definito da Vladimir Putin e Joe Biden il summit di Ginevra dello scorso 16 giugno, il vertice di chiusura del tour europeo del presidente statunitense che, dopo il G7 e il vertice NATO, ha portato il leader della Casa Bianca ad incontrare i Capi di Stato e di Governo delle principali potenze europee. Il bilaterale ha portato a pochi risultati concreti, al di fuori del ritorno a Washington e Mosca dei rispettivi ambasciatori e dell’avvio di nuove prospettive di dialogo tra le due parti guidate dal Segretario di Stato Antony Blinken e il Ministro degli Esteri Sergey Lavrov. Ciononostante, il vertice ha rappresentato un importante punto di partenza per provare a rilanciare un confronto pragmatico tra le parti.

Sulla via per Ginevra

Se la strada per l’inferno è lastricata di buone intenzioni, la via per Ginevra è stata segnata da aspre tensioni e dure critiche da entrambe la parti. In particolare, le violazioni dei diritti umani, la concentrazione di truppe russe al confine l’Ucraina, gli attacchi hacker ad aziende ed istituzioni statunitensi e le dichiarazioni di Joe Biden contro Vladimir Putin hanno esacerbato le già fragili relazioni bilaterali, “al punto più basso dalla Guerra Fredda” come ricordato dal Segretario Generale dell’Alleanza Atlantica Jens Stoltenberg. Malgrado lo stato delle relazioni tra le parti, il vertice è stato fortemente voluto da entrambi i presidenti, al fine di creare un primo legame tra i due leader. 

Dopo il tour europeo, attraverso il quale Biden ha dato nuova forza, almeno retoricamente, al legame transatlantico, il presidente statunitense è giunto a Ginevra con un’agenda volta ad instaurare una cooperazione pragmatica con Mosca, che non può però nascondere alcune considerazioni strategiche di più ampio livello. Biden ha puntato a riprendere il dialogo con la controparte muovendo da alcune esigenze di sicurezza prioritarie: controllo degli armamenti, minaccia hacker e gestione delle crisi nell’area euromediterranea in cui la Russia svolge un ruolo preminente, Libia e Siria su tutte. Ciononostante, fin dal suo insediamento, molti osservatori hanno fatto notare come, malgrado la grande attenzione rivolta alla Cina, ribadita anche attraverso il tour europeo degli ultimi giorni, la Russia sembra essere oggetto di una politica di “massima pressione” da parte di Washington, che, pur rinnovando il Trattato New START e allentando le sanzioni al Nord Stream2, ha posto comunque fortemente attenzione sul caso Navalny e sul ruolo russo in Ucraina. La cooperazione pragmatica auspicata da entrambe le parti non può che essere limitata dalle tensioni strutturali che accompagnano le relazioni bilaterali. La guerra nel Donbass resta quindi prioritaria, soprattutto dopo le recenti dichiarazioni a margine del vertice NATO in Cornovaglia relative ad una futura adesione di Kiev all’Alleanza Atlantica, come pure il rispetto dei diritti umani e il caso Navalny. 

Vladimir Putin, che ha incontrato il suo quinto presidente statunitense dopo Bill Clinton, George Bush, Barack Obama e Donald Trump, è giunto al vertice in una posizione complessa, che necessitava di un forte stimolo internazionale. I recenti arresti di dissidenti e l’esplosione del Caso Navalny avevano esposto il Presidente russo ad aspre critiche legate al mancato rispetto dei diritti umani, segnalando ulteriormente una sensibile incertezza verso le prossime elezioni della Duma di settembre, che rappresentano il principale appuntamento elettorale all’indomani delle riforme costituzionali dello scorso anno e del dibattito attorno al futuro della presidenza russa. Nei mesi che hanno preceduto il vertice, non sono mancate tensioni anche sul fronte internazionale. La concentrazione di truppe russe al confine con l’Ucraina, l’avversione statunitense, confermata dall’Amministrazione Biden, al Nord Stream 2 e le frequenti denunce di attività di hacker russi contro gli Stati Uniti hanno segnalato una chiara volontà russa di rispondere con forza alla pressione statunitense, pur alimentando l’isolamento internazionale e la “mentalità d’assedio” della leadership del Cremlino. Il vertice è stato quindi un’occasione rilevante non solo per rilanciare il dialogo con gli USA, ma anche e soprattutto per confermare la forza di una leadership che, proprio nella dimensione internazionale, ha trovato la sua consacrazione, prima ancora che sul fronte interno, ritrovando nel summit un riconoscimento dello status di grande potenza che solo gli Stati Uniti potrebbero concedere alla Russia. 

I risultati del vertice

Parlare di “spirito di Ginevra”, ricordando l’esperienza positiva del dialogo tra Michail Gorbačëv e Ronald Reagan nel 1985, potrebbe risultare eccessivo, ciononostante il confronto tra Biden e Putin è stato indubbiamente più proficuo del colloquio tra Nikita Krusciov e John Kennedy a Vienna del 1961. Concretamente, il vertice ha prodotto ben poco: spiragli di cooperazione piuttosto che un vero e proprio rilancio della cooperazione bilaterale. Le due parti si sono dette concordi nel riportare i rispettivi ambasciatori nelle loro sedi, chiudendo quindi la crisi diplomatica aperta dall’accusa di Joed Biden a Vladimir Putin di essere “un killer”, e hanno espresso la volontà di aprire una grande tavolo tecnico di cooperazione, guidato dai rispettivi Ministri degli esteri, con l’obiettivo prioritario di trovare un’intesa sul controllo degli armamenti e sulla sicurezza cibernetica. Le questioni quindi più dirimenti, come Ucraina e sicurezza europea, sono rimaste sullo sfondo, come pure il confronto sui dissidenti russi recentemente arrestati e il caso Navalny, ribadendo l’impossibilità di un dialogo strutturato sulle questioni strategiche più rilevanti. Incontri simili difficilmente hanno prodotto risultati concreti in passato, sono stati piuttosto occasioni per stringere un primo contatto e per instaurare un livello minimo di fiducia reciproca e quello di Ginevra non ha fatto eccezione. 

Obiettivo prioritario del vertice era infatti dare stabilità e regolarità alle relazioni bilaterali, per evitare escalation improvvise e vincoli strutturali al dialogo. Da questo punto di vista, sembra quindi che il bilaterale abbia prodotto buoni risultati. Ciononostante, è opportuno tenere in considerazione alcuni limiti. La cooperazione pragmatica è sempre stata la linea guida principale nei tentativi di dialogo tra le Russia e gli Stati Uniti dalla fine della Guerra Fredda, ma, come è evidente, non sembra aver prodotto risultati strategicamente rilevanti. Il caso più eclatante in questo senso è stato il Reset promosso dall’Amministrazione Obama, che non è riuscito ad andare oltre il dialogo sugli armamenti nucleari, con la firma del Trattato New START, e poche e limitate iniziative di cooperazione economica con l’allora Presidenza Medvedev, che non sono però sopravvissute al ritorno al Cremlino di Vladimir Putin, all’esplosione delle primavere arabe e all’Euromaidan ucraino. Ulteriormente, il controllo degli armamenti soffre ancora di vincoli irrisolti: l’eventuale coinvolgimento cinese, gli armamenti sub-strategici, i vettori ipersonici e il rapporto tra nucleare e convenzionale, tematiche estremamente complesse da affrontare e che potrebbero rimanere irrisolte nei prossimi tre anni. 

In conclusione, il summit non è stato che un punto di partenza costellato da diverse incertezze, sarà quindi necessario dare continuità a quanto dichiarato alla fine della conferenza per provare a rilanciare il dialogo tra le parti al più alto livello.

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