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TematicheEuropaLo sharp power cinese nei Balcani occidentali

Lo sharp power cinese nei Balcani occidentali

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Negli ultimi anni, attori esterni non occidentali, tra cui Cina, Russia e Turchia, hanno acquisito una crescente influenza nei Balcani occidentali. Per quanto riguarda la Cina, la sua influenza regionale è cresciuta in modo significativo anche attraverso il forum della Cooperazione tra Cina e Paesi dell’Europa Centro-Orientale (China-CEE o 14+1) nell’ambito della Belt and Road Initiative (BRI). Per acquisire attrattiva politico-culturale nei Paesi balcanici, Pechino ha promosso una strategia di sharp power che, concentrandosi sulla tecnologia, ha fatto massiccio uso di propaganda e disinformazione. Le campagne di disinformazione cinesi hanno utilizzato una varietà di strumenti, tra cui i mass media, i social network e le piattaforme digitali per edulcorare l’immagine della Cina all’estero. Inoltre, Pechino ha sovente minacciato la resilienza delle istituzioni liberal-democratiche attraverso meccanismi legati alla vulnerabilità della sicurezza informatica.

Manipolazione della tecnologia e guerra asimmetrica

Il termine “soft power” è entrato nel linguaggio politico ufficiale di Pechino a partire dal 2007. Il soft power cinese è strettamente legato alla diplomazia culturale e mira a creare un sentimento di attrazione nei confronti della Cina, in particolare nei Paesi in via di sviluppo. Tuttavia, il soft power cinese si è spesso tradotto in “sharp power”, ossia in una forma corrotta di soft power tipica dei regimi autoritari che enfatizza l’uso della propaganda, della censura, della disinformazione o della manipolazione per erodere l’integrità delle istituzioni indipendenti, limitare la libertà di espressione, diffondere confusione e alterare l’ambiente politico all’interno delle democrazie. Le pratiche di sharp power includono l’utilizzo della propaganda celata sotto forma di programmi educativi e campagne mediatiche, l’uso di network sociali e massmediatici per manipolare l’opinione pubblica, l’interferenza con le elezioni politiche e l’utilizzo di piattaforme multimediali e strumenti digitali per diffondere informazioni non veritiere. In questo senso, le strategie propagandistiche e di sharp power adottate dal Partito Comunista Cinese (PCC) hanno per obiettivo il consolidamento a livello mondiale di una narrativa sinofila ed antioccidentale. Una componente chiave dello sharp power cinese è rappresentata dalla disinformazione, che consiste in false narrazioni utilizzate per manipolare l’opinione pubblica spesso basate sul risentimento e sul vittimismo. Le campagne di disinformazione e la diffusione di notizie false attraverso la tecnologia e i social media – tra cui in particolare TikTok – fungono da strumenti di potere geopolitico per indebolire la resilienza delle istituzioni liberal-democratiche. Per diffondere campagne di disinformazione in Europa, il PCC ha creato centinaia – se non migliaia – di reti di influenza, tra cui giornali, siti web, app in lingua cinese, canali WeChat, inserti e pubblicità di giornali in lingua straniera, colonne sponsorizzate, organizzazioni educative ed economiche, think tank, film, documentari, notiziari televisivi e talk show. Negli scenari di guerra asimmetrica la sicurezza informatica rappresenta un elemento cruciale, in quanto spesso la promozione dello sharp power comporta il ricorso ad attività informatiche dannose, inclusi attacchi ed intrusioni cyber.

La guerra invisibile di Pechino nei Balcani occidentali

Date le specifiche condizioni locali caratterizzate dalla mancanza di media indipendenti e da istituzioni democratiche deboli, i Balcani occidentali sono particolarmente vulnerabili alla diffusione di propaganda e disinformazione. In particolare, attori esterni hanno interesse a condurre una guerra ibrida nei Balcani per minare la fiducia del pubblico, indebolire le istituzioni politiche e solitamente ostacolare l’integrazione euro-atlantica. Nello specifico, la Cina ha promosso campagne di propaganda incentrate su interessi commerciali e finanziari, promuovendo attivamente la disinformazione attraverso network sociali, accademici e educativi – tra cui gli Istituti Confucio.

Nel caso dell’Albania, Pechino diffonde la sua propaganda principalmente attraverso “Ejani Radio” – essenzialmente una filiale di China Radio International (CRI) che dispone anche di un canale YouTube e di una pagina Facebook. In Bosnia-Erzegovina, la Cina desidera rafforzare il proprio ruolo anche attraverso le tecnologie 5G di Huawei; nel contesto massmediatico, l’agenzia di stampa “Xinhua” ha creato legami istituzionali attraverso accordi di cooperazione con l’agenzia di stampa “Federal News Agency” (FENA), “Radio e televisione della Bosnia-Erzegovina” (BHRT) e l’agenzia di stampa “Patria”, così come con la “Republika Srpska News Agency”; inoltre, il sito web “China Today” e la rivista “Voice of China” contribuiscono a diffondere l’influenza della Cina nel Paese. In Montenegro, con gli anni è aumentato il flusso di contenuti mediatici filocinesi trasmessi attraverso i notiziari serbi, così come la comparsa di siti web filocinesi (e filorussi), tra cui www.in4s.net e borba.me. In Macedonia del Nord, contenuti favorevoli alla Cina – spesso privi di analisi critica e caratterizzati da fonti poco chiare, mezze verità, dati non verificati, ipotesi speculative e disinformazione – vengono trasmessi da canali televisivi come “Kanal 5” e “Sitel TV”, agenzie di stampa come “MakFax” e portali internet come “Republika” e “Kurir”. Infine, in relazione alla Serbia – e incidentalmente al Kosovo, in quanto la Cina non ne riconosce l’indipendenza –, Pechino considera il Paese come il suo principale partner strategico nei Balcani occidentali: in Serbia, gli investimenti cinesi includono il progetto Safe City in cui le aziende cinesi high-tech, tra cui Huawei, hanno installato 1.000 telecamere a circuito chiuso in 800 luoghi segreti in tutta Belgrado – con forti implicazioni in relazione a questioni di sicurezza nazionale; inoltre, nell’ambito della cooperazione mediatica tra Pechino e Belgrado, negli ultimi anni i media serbi – tra cui “China Radio International”, “China Today” (“Kina Danas”), “Informer” e “Welcome to Fun Radio” – hanno aumentato il numero di storie legate alla Cina, dando generalmente una visione positiva del Paese asiatico.

Nei prossimi anni è probabile che nei Balcani occidentali la disinformazione e le attività cyber della Cina aumentino parallelamente all’intensificarsi delle delicate controversie regionali in Serbia, Kosovo e Bosnia-Erzegovina e allo stallo del Processo di Berlino sull’allargamento dell’UE. La strategia propagandistica cinese mira a diffondere una tipica narrazione antioccidentale per rallentare l’integrazione regionale dell’UE e l’allargamento euro-atlantico, aumentando al contempo le risorse commerciali, strategiche e diplomatiche di Pechino e introducendo un modello politico-economico alternativo a quello occidentale basato sul “Beijing Consensus”. Per superare queste sfide, l’UE dovrebbe rimettere in moto il Processo di Berlino, integrando rapidamente quei Paesi balcanico-occidentali non ancora membri dell’Unione prima che altri attori esterni consolidino il loro ruolo regionale.

Paolo Pizzolo

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