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“Lo scontro delle civiltà” compie trent’anni, tra la guerra russo-ucraina e il conflitto israelo-palestinese: un bilancio

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La rivista americana Foreign Affairs ha pubblicato nel 1993 una riflessione del politologo americano Samuel P. Huntington intitolata: “The Clash of Civilizations?”. La pubblicazione della riflessione huntingtoniana, secondo gli editori di Foreign Affairs, ha sollevato un dibattito fenomenale, più intenso di quello generato da qualsiasi altro articolo apparso sulla rivista dagli anni Quaranta del secolo scorso. Siamo nel 2023. Sono passati trent’anni. Il mondo è irrimediabilmente mutato. Huntington è morto e il dibattito non è ancora terminato. Con la guerra russo-ucraina e la riacutizzazione del conflitto israelo-palestinese, gli scontri di faglia dell’Occidente con le altre civiltà lasciano prefigurare ulteriori instabilità del sistema politico internazionale. 

Al contrario di quello che si pensi, l’intuizione e la visione del Professore americano dell’Università di Harvard non sembrano esaurirsi: pensiamo al dibattito dall’11 settembre 2001 fino al ritiro delle truppe occidentali da Kabul tra il 2021 e il 2022. Pensiamo alla ritrovata centralità della dimensione di scontro all’interno del continente europeo realizzatasi con l’aggressione russa all’Ucraina, paese all’interno del quale lo stesso Huntington individua il passaggio della faglia ovvero della divisione tra la cosiddetta civiltà Occidentale e la civiltà Ortodossa (v.si: “La guerra in Ucraina e lo spettro dello scontro di civiltà – Edizioni Nuova Cultura”). Degli echi dell’11 settembre percepiamo il materializzarsi in qualcosa di più di una triste sinfonia di sottofondo, attraverso l’istantanea riacutizzazione del conflitto israelo-palestinese, con l’attacco terroristico di Hamas il 7 ottobre 2023 nei confronti dello Stato di Israele. L’immediata risposta in queste ore da parte dell’esercito israeliano (IDF) con l’operazione “Swords of Iron” e l’invasione di terra della Striscia di Gaza rispondo all’esigenza da parte dello Stato di Israele di dimostrare ancora una volta la sua forza – in un momento storico e politico di particolare debolezza interna – all’interno del quadrante mediorientale.

Lo scontro delle civiltà è un’espressione che gode di un ampio respiro soprattutto al di fuori delle aule universitarie. La particolarità di questa circostanza, ovvero l’incredibile evoluzione della diatriba riguardante il pensiero di Huntington, non soltanto all’interno degli ambienti intellettualmente onesti e preparati, provoca un’inflazione delle citazioni che prendono in considerazione le tesi del docente americano. Le distorsioni ideologiche, le banalizzazioni, le sopravvalutazioni e le incertezze teoriche sussistono di frequente in non poche realtà. Interviene Angelo Panebianco sulla specificità di questa situazione: 

“Sarebbe bene che, prima o poi, molti di coloro che criticano Huntington decidessero anche di leggerlo.”

Allo stesso modo, nel 2019, lo studioso e professore emerito della London Metropolitan University, Jeffrey Haynes, nel tracciare una analisi razionale sulla capacità di prefigurazione del lavoro di Huntington rileva  che diversi eventi degli ultimi due decenni possono essere letti attraverso queste lenti: dagli attacchi al World Trade Center, insieme alla successiva risposta statunitense con il sostengo delle Nazioni Unite, passando per ogni crisi internazionale ed ogni evento bellico dalla fine della Guerra Fredda. Sono eventi in cui la teoria dello “scontro di civiltà” ha continuato ad animare un dibattito acceso, insieme alla questione della desecolarizzazione dal 1979 in poi, con la riaffermazione delle identità e della religione nell’arena politica. Afferma Haynes:

“È divenuto sempre più politicamente fruttuoso indicare nell’incompatibilità tra civiltà che caratterizza i rapporti tra Occidente e mondo islamico la ragione per la crescente insoddisfazione popolare per lo status quo.”

La tesi sullo scontro delle civiltà continua ad infiammare il dibattito accademico e pubblico da sempre. È importante sottolineare, a ogni modo, la difficoltà con la quale i termini delle questioni urgenti e politicamente complesse vengano discusse in modo corretto e rigoroso. Considerando l’importante successo riportato, lo studioso statunitense (deceduto nel 2008) ha deciso di pubblicare un libro (“The Clash of Civilizations and the Remaking of World Order”, New York, Simon & Schuster, 1996) con l’obiettivo “di elaborare, precisare, completare e, laddove necessario, ridefinire i temi affrontati nell’articolo, nonché di sviluppare nuove idee e sviscerare numerosi argomenti in esso assenti o solo superficialmente accennati”. L’opera di Huntington ha contribuito, sicuramente, ad una crescita della discussione sviluppata intorno alle sue osservazioni concepite tre anni prima. 

L’epilogo dell’era bipolare, con il rispettivo fallimento del comunismo, non conferisce all’umanità una nuova ed unica civiltà planetaria, irreversibilmente omologata ai valori democratici e alle istituzioni liberali dell’Occidente, come pronosticato da Francis Fukuyama (1992) nel suo famoso testo: “The End of History and the Last Man.” Huntington afferma che la storia non sia affatto terminata. La fine della epocale contrapposizione tra gli Stati Uniti d’America e l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche ha fatto sì che gli esseri umani non si definiscano più in base all’ideologia o al sistema economico in cui operano, bensì essi tentano di delineare la loro identità in base alla propria lingua e religione, alle proprie tradizioni e costumi.  

Uno scenario geopolitico relativamente rigido si sta concretizzando, secondo Huntington, contraddistinto da forti identità culturali, che tendono a coincidere con le nove grandi civiltà presenti sul pianeta: la civiltà occidentale (rappresentata da: Europa centrale e occidentale, America settentrionale, Australia e Nuova Zelanda), quella ortodossa (parte dell’Europa orientale e la Russia), la sinica (chiamata confuciana nell’articolo, includente oltre alla Cina, il Vietnam e le Coree), l’islamica (con le sottoculture araba, turca, persiana, indonesiana e malaysiana), la civiltà indù (termine che Huntington preferisce a “indiana” così da permettere l’estensione della cultura oltre i confini nazionali dell’India), la giapponese (identificata dal solo Giappone), la buddista (composta da Mongolia, Tibet e gran parte della penisola indocinese), la latinoamericana e quella africana. 

La parentela culturale, piuttosto che quella ideologica ovvero l’identità nazionale, costituirà il principio discriminante in base al quale discernere gli amici dai nemici. I diffusi processi di “indigenizzazione” delle culture non occidentali e il rifiuto da parte di queste del nesso tra modernizzazione e occidentalizzazione, spingono, secondo lo scienziato politico americano, ai mutamenti che all’alba del XXI secolo si starebbero delineando nei rapporti di potere tra le civiltà. Tali fenomeni percepiscono da un lato il declino, almeno relativo, dell’Occidente, e della propria capacità di dominare o esercitare influenza sul resto del mondo, dall’altro lato, lo straordinario sviluppo delle civiltà antagoniste, sia in termini di potenza economica e militare (soprattutto nelle civiltà asiatiche) che di crescita demografica (in particolare nelle società islamiche). 

Il mondo delineato da Huntington è, pertanto, dominato dalle civiltà: nonostante lo stato rimanga l’attore centrale nella politica mondiale, le alleanze e il comportamento dello stato sarebbero largamente dettati, nel futuro imminente, dalla sua affiliazione culturale. I legami tra gli stati che condividono gli stessi valori e impegni crescono parallelamente alle tensioni che si accumulano lungo le frontiere, dove le diverse civiltà vengono a contatto. Gli stati non cesseranno ad esercitare un ruolo rilevante e decisivo ma solo sotto le vesti di “stati guida” o di “semplici stati membri” delle rispettive civiltà di appartenenza, quindi, orientando le proprie scelte strategiche innanzitutto secondo processi di identificazione culturale guida, ma solo rivali, che lottano tra loro per questo ruolo.

È in questo quadro che Huntington argomenta la sua tesi fondamentale sullo scontro delle civiltà. Come dimostrano le innumerevoli guerre dagli anni Novanta in poi, il mondo delle civiltà è, e sarà, altamente conflittuale, soprattutto là dove si troveranno a scontrarsi “l’universalismo occidentale, l’integralismo musulmano e il dinamismo cinese.” Tale conflitto si svilupperà secondo due diversi modelli con cui la politica internazionale del futuro dovrà fare i conti: da un lato, a livello regionale (microlivello), i cosiddetti “conflitti di faglia”, che “si verificano tra stati limitrofi appartenenti a civiltà diverse, che vivono in una stessa nazione e tra gruppi che […] tentano di costruire nuovi stati dalle macerie di quelli vecchi”; dall’altro lato, a livello globale (macrolivello) i “conflitti tra stati guida”, che “coinvolgono gli stati principali delle diverse civiltà.”

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