Lo scacchiere asiatico

Nel panorama anarchico delle relazioni internazionali, i primi mesi del 2017 hanno rappresentato un periodo di decisivi cambiamenti geopolitici dall’esito piuttosto incerto e a tratti preoccupante. Non c’è settore che non sia stato investito da trasformazioni e crisi, e in questa cornice l’Estremo Oriente rappresenta uno degli scenari più interessanti e dinamici del globo. Usa, Cina, Corea del Sud, Corea del Nord, Giappone e Taiwan sono le pedine principali di uno scacchiere frenetico, in cui tensioni internazionali e crisi interne, frizioni militari e guerre commerciali avranno ripercussioni sugli equilibri delle relazioni internazionali in molte altre regioni.

Lo scacchiere asiatico - Geopolitica.info

Di nuovo in Corea
La penisola coreana rappresenta, ancora una volta, il punto più caldo del quadrante Asia-Pacifico. Il 6 marzo, poco dopo l’inizio dell’annuale esercitazione congiunta tra forze armate statunitensi e forze armate coreane denominata Foal Eagle, la Corea del Nord ha simulato per la prima volta un attacco missilistico multiplo, di media gittata, diretto verso il Giappone e le basi statunitensi sul territorio giapponese, con tre missili caduti a circa 300 km dalla costa nipponica. A questa simulazione, in concomitanza con la visita del Segretario di Stato Usa Tillerson a Pechino, ha fatto seguito a stretto giro il test di un nuovo reattore missilistico che, secondo quanto riportato dalla stampa, potrebbe garantire al Pyongyang la capacità di lanciare satelliti oppure missili in grado di raggiungere il suolo statunitense. Questi due test sono stati solo l’ennesima dimostrazione di forza di un regime che negli ultimi sei anni, a seguito della salita al potere di Kim Jong Un, ha condotto decine di test missilistici e tre test nucleari, implementando le proprie capacità belliche.

Questa situazione ha chiaramente prodotto il solito teatrino di botta e risposta diplomatici, ma ha anche provocato un deterioramento delle relazioni nell’intero quadrante, con mosse che non si sono limitate a semplici scaramucce o accuse a mezzo stampa. Gli Usa hanno infatti accelerato lo schieramento, in Corea del Sud, del sistema di difesa missilistico THAAD (Terminal High Altitude Area Defense) che verrà testato per la prima volta ad Aprile. Questa mossa repentina ha così generato una reazione da parte di Pechino e Mosca, con il regime cinese pronto ad azionare delle sanzioni nei confronti della Corea del Sud, che tuttavia al momento si sono manifestate in maniera piuttosto blanda.

Ciò nondimeno, le dinamiche geopolitiche della penisola coreana, come il dispiegamento del THAAD, sono in parte dettate anche dalle situazioni domestiche dei paesi dell’area, con particolare riferimento al governo di Seoul. Infatti la repubblica sudcoreana si trova oggi ad affrontare un delicato passaggio politico, dopo che l’ormai ex presidente, Park Geun-hye, è stata costretta a dimettersi a causa di una lunga e travagliata procedura di impeachment, nata a seguito di un processo per corruzione che ha già coinvolto svariati uomini del suo entourage e svariati manager delle maggiori aziende sudcoreane, tra cui la Samsung (un processo che, tra l’altro, potrebbe coinvolgere la stessa Park). A questo va aggiunto che in concomitanza con le elezioni presidenziali, indette per il 9 maggio prossimo, il Paese asiatico potrebbe affrontare anche un referendum costituzionale volto a limitare i poteri del presidente sudcoreano. È quindi lecito sospettare che gli Stati Uniti abbiano accelerato il dispiegamento del THAAD anche sulla base di questa crisi politica, che potrebbe portare al governo, fra due mesi, forze politiche meno inclini al forte impegno militare degli Usa in Corea del Sud.

In tutto questo, come già accennato, la settimana scorsa si è svolto il primo tour diplomatico di Rex Tillerson, capo della diplomazia statunitense dell’era Trump. Il tour, che ha avuto come prime tappe Seoul e Tokyo, si è concluso domenica a Pechino, dove il Segretario di Stato Usa ha incontrato le più alte cariche della Repubblica Popolare, compreso chiaramente il presidente Xi Jinping. Tillerson ha caratterizzato il suo tour premendo specialmente sulla questione nordcoreana, sottolineando come gli Stati Uniti abbiano ormai esaurito la pazienza nei confronti di Pyongyang e come, dopo l’evidente fallimento delle strategie utilizzate finora, tutte le opzioni siano oramai sul tavolo. A queste dichiarazioni sono seguite le richieste, supportate, via Twitter dal presidente Usa Donald Trump, di un maggior impegno da parte del governo cinese, principale alleato della Corea del Nord, a dissuadere il governo nordcoreano nel continuare i suoi progetti missilistici e nucleari.

Le altre caselle: Taiwan e Mar Cinese Meridionale
Dal canto suo, la Cina popolare, concluso da poco il Congresso nazionale dei rappresentanti del popolo, ha ribadito di avere tutto l’interesse affinché le relazioni con gli Usa rimangano stabili e proficue. Nulla di nuovo per un Paese che ad ogni occasione pubblica ha ribadito questa linea, ma che nei fatti ha avuto un atteggiamento ambiguo, mostrando quasi sempre una certa disinvoltura nell’utilizzo della leva economica e militare verso paesi alleati degli Stati Uniti, anche in settori diversi dalla storica linea di confronto-scontro sulla penisola coreana. Pechino e Washington infatti continuano a confrontarsi anche in altri settori, come lo stretto di Taiwan e il Mar Cinese Meridionale, e anche in questo caso si parla di aree in cui il confronto tra le due potenze si protrae da anni se non decenni. Tuttavia lo switch della presidenza Trump dalla precedente strategia, molto incentrata sul soft-power, ad una fondata maggiormente sull’hard-power potrebbe portare ad evoluzioni inaspettate.

Taiwan, da quando si è insediata l’amministrazione di Tsai Ing-wen, è oggetto di una certa pressione politica da parte della Cina popolare. I rapporti tra l’isola e il continente sono di fatto congelati da mesi, ossia dall’elezione dell’attuale amministrazione. Il governo di Taipei, seppur intenzionato a inserire le negoziazioni con il regime cinese all’interno di un meccanismo istituzionalizzato, si è caratterizzato sin dal suo insediamento per una politica meno conciliatoria verso la Cina comunista rispetto alla precedente amministrazione taiwanese. Dall’altra parte dello stretto, il governo di Pechino ha continuato a mantenere una posizione apparentemente accondiscendente rispetto alla politica di Taiwan, pur tuttavia ribadendo la totale opposizione a qualsiasi opzione indipendentista dell’isola sulla base del principio della “unica Cina”, condiviso anche dall’amministrazione Trump – nonostante una certa ambiguità iniziale della nuova presidenza Usa. Ciò nonostante, la situazione appare meno fredda e lineare rispetto a quanto ostentato dalle dichiarazioni ufficiali. Da un lato, le notizie di nuove installazioni o di manovre militari delle forze armate di Pechino sullo stretto sono oramai all’ordine del giorno. Dall’altro lato, è probabile che Taiwan potrà giovare in parte della nuova politica muscolare di Washington e del relativo aumento delle spese militari statunitensi: è di pochi giorni fa, infatti, la notizia che nei prossimi mesi potrebbero arrivare nuovi rifornimenti militari per l’isola da parte dell’amministrazione Trump.

Accanto a queste manovre e provocazioni tra Cina, Stati Uniti e alleati sullo stretto di Formosa, si aggiunge poi la delicata situazione del Mar Cinese Meridionale . Infatti, è noto da mesi che il governo di Pechino ha dato inizio alla costruzione di basi e installazioni sulle isole Paracel – rivendicate sia da Taiwan che dal Vietnam – e sulle isole Spratly – rivendicate dalle Filippine -, generando una serie di reazioni diplomatiche e operative da parte del governo di Manila, storico alleato statunitense orientato verso un rafforzamento delle proprie strutture di difesa.
A questo quadro già di per sé complicato bisogna aggiungere poi un altro elemento, ossia l’ingresso in campo del Giappone. Impegnato in prima linea nella complicata crisi coreana, Tokyo appare infatti determinata a giocare un ruolo nella crisi del Mar Cinese Meridionale, dove invierà la propria nave da battaglia Izumo per tre mesi, prima che questa partecipi a delle esercitazioni congiunte con la marina statunitense nell’Oceano Indiano. Questa mossa del governo nipponico, insieme ad altre iniziative, si inscrive all’interno delle logiche di confronto tra gli attori dell’area, ma è anche riconducibile dell’attuale corso della politica giapponese. Shinzo Abe, l’attuale primo ministro nipponico, è da anni sostenitore di un referendum che superi definitivamente il principio del “pacifismo assoluto”, così come previsto dall’articolo 9 della Costituzione giapponese. Questo consentirebbe al Giappone di partecipare o avviare con più disinvoltura azioni di sicurezza e militari, sia sul piano internazionale che quello regionale. Avendo ottenuto una modifica dello statuto del Partito Liberal Democratico che gli consentirà di rimanere leader del partito per altri tre anni, Abe si ripresenterà alle prossime elezioni alla testa dei liberaldemocratici, con la chiara possibilità di vincere le elezioni e quindi continuare la sua azione di governo. E nel caso vincesse, è molto probabile che il superamento del pacifismo assoluto diventi un punto cruciale del suo nuovo mandato. Tuttavia, è lecito sospettare che anche nel caso in cui il PLD non vincesse le prossime elezioni nazionali nel 2018, il tema del superamento dell’articolo 9 rimarrà sul tavolo della politica nipponica. Ed è altrettanto lecito sospettare che tutto questo avrà delle ripercussioni su tutto il quadrante Asia-Pacifico.

Le prossime mosse
Tirando le somme, lo scacchiere asiatico sembra destinata a complicarsi ulteriormente.
I problemi interni dei vari paesi coinvolti, sommati alle strategie regionali dei vari attori, suggeriscono un futuro fatto di crescenti tensioni. La crisi della penisola coreana vede il regime nordcoreano intenzionato a non retrocedere di un passo dalla strategia aggressiva a cui ci ha abituato in questi anni. Bisognerà vedere se e in quale misura la Cina di Xi Jinping riuscirà a placare l’atteggiamento belligerante di Kim Jong Un: tuttavia, per quanto frustrata dall’alleato, la Cina comunista continua a considerare il regime nordcoreano un elemento strategico della propria politica di difesa e pressione, malgrado gli eccessi di Pyongyang. Sull’altro lato della barricata, al di sotto della zona demilitarizzata, la Corea del Sud affronterà nei prossimi due mesi un travagliato periodo elettorale, che potrebbe portare al potere forze forse maggiormente aperte a qualche forma di dialogo con il regime di Pyongyang e sicuramente meno inclini all’impegno militare statunitense sul suolo sudcoreano. Un’eventualità che potrebbe creare qualche grana all’alleato statunitense, che pare ormai indirizzato ad affrontare le controversie dell’intero settore a muso duro, come dimostrano le vicende del sistema THAAD e le routinarie esercitazioni militari congiunte tra l’esercito statunitense e quello sudcoreano.

L’unico alleato sul quale gli Stati Uniti, ad oggi, pare possano fare affidamento ad occhi chiusi è il Giappone di Shinzo Abe: per quanto ancora frenato dalle costrizioni della carta del 1949, solo parzialmente superate dalla dottrina costituzionale nipponica, il governo di Tokyo sembra fermamente intenzionato a ottenere un ruolo sempre più attivo e centrale nelle dinamiche politiche e strategiche della penisola coreana e dell’intero quadrante. Tuttavia, bisognerà attendere più di un anno prima che queste aspirazioni possano effettivamente di divenire una realtà libera dalle limitazioni appena accennate.
Nel frattempo, anche le tensioni sullo stretto di Taiwan e nel Mar Cinese Meridionale continueranno a mantenersi piuttosto elevate. Sia nel primo caso che nel secondo, tutte le pedine appaiono intenzionate a implementare le proprie risorse militari, senza contare altri attori sulla scena, come ad esempio il governo di Tokyo e il già citato caso della nave da battaglia diretta nelle zone calde dell’area.
È chiaro, in ogni caso, come tutte queste dinamiche, con accenti diversi, siano definitivamente legate alle scelte strategiche degli Stati Uniti e della Repubblica popolare cinese. La visita del Segretario di Stato statunitense sommata all’atteggiamento del governo di Pechino, sembrano aver scongiurato, per ora, un’accelerazione della più volte annunciata guerra commerciale tra le due potenze.Tuttavia, come già sottolineato, entrambi gli attori in campo non sembrano voler rinunciare a un atteggiamento muscolare, abbastanza esplicito sia guardando alla crisi coreana, che alle vicende di Taiwan che a quelle delle isole Spratly, Paracel e delle altre zone di tensione nel Mar Cinese Meridionale.

Per cui, la partita a scacchi asiatica si prolungherà per molti mesi e sarà centrale soprattutto capire: se e in quale forma Washington e Pechino riusciranno a trovare dei campi sui quali poter collaborare; se e in quale forma si evolverà il confronto tra i due Paesi, nei casi in cui non sarà possibile trovare un accordo. Ad oggi, fatte salve le dichiarazioni ufficiali, le due potenze sembrano intenzionate a sfruttare al massimo delle strategie fondate sull’hard-power, ma allo stesso tempo entrambi gli attori sembrano intenzionati a scongiurare soluzioni in grado di generare veri e propri conflitti nei settori già citati.
Difficile affermare chi tra i due principali competitor riuscirà ad aumentare la propria influenza. La Cina comunista ha dalla sua parte una strategia consolidata, ossia la capacità di combinare toni diplomatici (in alcuni casi più o meno aggressivi) con azioni spregiudicate. Inoltre la Cina avrà dalla sua la possibilità di espandere la sua influenza (e quindi il suo potenziale di ricatto) economico e commerciale sull’intero quadrante dopo la rinuncia della nuova amministrazione americana al Trans-Pacific Partnership (TPP). Tuttavia, le condizioni interne del paese, le irrisolte questioni di natura economica e finanziaria (come il rallentamento della crescita economica, la sovrapproduzione di materie prime o la preoccupante bolla immobiliare) potrebbero porre un freno alle azioni di Pechino.
Dall’altro lato, gli Stati Uniti potranno giovarsi ancora per un breve-medio periodo dello “effetto sorpresa” generato dalla elezione di Trump alla Casa Bianca. Tuttavia bisognerà vedere se e come questo effetto sorpresa verrà sfruttato. La strategia statunitense ha già subito alcuni cambi di rotta piuttosto significativi (basti pensare all’atteggiamento nei confronti della Corea del Nord, prima cauto e poi decisamente aggressivo) e il rischio è che questo possa minare la rotta che gli Usa sembrano aver imboccato in questi mesi. Senza contare la travagliata situazione politica che Donald Trump e la sua amministrazione saranno costretti ad affrontare a Washington, nei prossimi mesi.