Lo Stato Islamico in Libia non e` sconfitto

Lo Stato Islamico sembra un nemico ormai sconfitto, o almeno fortemente indebolito rispetto al 2014, quando viveva il suo momento di massima espansione territoriale con il riconoscimento di una wilayat, cioè di una provincia, anche nella Libia a noi così vicina. All’infuori di Mosul e Raqqa, Sirte divenne il terzo centro nevralgico del Califfato.

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La Libia appariva agli occhi degli uomini di Al Baghdadi come un territorio ideale: colpita da un conflitto civile, senza un governo unitario, attraversata da rivalità su base locale e tribale che determinano una frammentazione interna. Insomma, uno Stato fallito.
In Libia i miliziani dell’ISIS si sono trovati a fronteggiare da un lato il generale Haftar e il suo esercito, baluardi, almeno a parole, della lotta contro l’islamismo in tutte le sue forme, e dall’altro la coalizione di forze guidate dalle milizie di Misurata che, sotto l’ombrello del Consiglio Presidenziale, lanciarono l’operazione Al-Bunyan alMarsus per fermare l’avanzata dello Stato Islamico verso ovest. Queste poterono contare sull’appoggio della comunità internazionale, in particolare dell’AFRICOM, responsabile per le operazioni militari statunitensi nel continente africano, il cui intervento consisteva in bombardamenti aerei in supporto alle forze di terra alleate.
Dopo 7 mesi di combattimenti la leadership libica dello Stato Islamico si è frantumata e i miliziani sopravvissuti ai bombardamenti hanno iniziato a disperdersi nel Paese.

Ma la liberazione di Sirte non ha significato la fine dello Stato Islamico nè tantomeno che la minaccia jihadista sia stata estirpata. La Libia era e resta quello che più volte è stato definito un safe shelter per i jihadisti. L’ISIS non è affatto scomparso, ha piuttosto cambiato forma. In primo luogo, il numero di miliziani è stato decimato rispetto al 2015, in cui se ne contavano tra le 3 e le 5 mila unità. Il generale Waldhauser, a capo di AFRICOM, a metà del 2017 stimava che i combattenti dello Stato Islamico sopravvissuti agli attacchi aerei fossero appena 200 e che si stessero spostando da Sirte in direzione sud.
La presenza di questi combattenti è oggi diffusa sul territorio, ma il maggior numero di essi si concentra nell’ incontrollato sud del Paese, il Fezzan, dove stanno tentando di riorganizzarsi.
Il Califfato oggi non può definirsi più tale: con le sconfitte subite in Siria e in Iraq, e con la componente libica decimata e dispersa sul territorio, la connotazione territoriale dello Stato Islamico viene a mancare e si torna a parlare di un gruppo terroristico più convenzionale, che si avvicina al modello di Al-Qaeda, con una presenza di cellule dormienti pronte a colpire obiettivi specifici. Visto l’esiguo numero di combattenti e la scarsità di mezzi in loro possesso, l’obiettivo della conquista territoriale è stato accantonato, almeno per il momento. Tuttavia, il fatto che lo Stato Islamico stia mutando radicalmente forma non significa che sia un nemico più facile da fronteggiare. In Libia, i miliziani hanno iniziato ad operare in maniera più attenta, colpendo le fragili istituzioni libiche.
In questo senso il recente attacco alla Commissione elettorale nazionale a Ghout al Shal, a Tripoli, dimostra l’obiettivo politico dei jihadisti: ostacolare quanto più possibile il processo di riconciliazione e lo svolgimento di nuove elezioni e mantenere un clima di instabilità in cui operare. L’attacco, inoltre, testimonia una presenza di cellule dormienti anche nella capitale.

Cosa rende la Libia un rifugio sicuro per I jihadisti? Diversi sono I fattori che garantiscono ai jihadisti un notevole margine d’azione in Libia.

  • La Libia è un failed State, una realtà segnata da un conflitto civile che perdura dal 2011, quando la fine del quarantennale regime di Gheddafi ha lasciato vuoti di potere che hanno consentito a diverse milizie, tra cui quelle salafite e jihadiste, di inserirsi nel panorama del Paese e operare indisturbate. Attualmente in Libia manca ancora un governo unitario e tre governi competono per il potere politico e per l’accesso alle risorse finanziarie. A Tripoli si è insediato al principio del 2016 il Consiglio Presidenziale sotto la guida di Serraj, nato dagli sforzi di mediazione della comunità internazionale. Nella capitale, il Governo di salvezza nazionale di Khalifa Ghwell contende il potere al governo internazionalmente riconosciuto ma ha poco seguito presso la popolazione e non controlla importanti porzioni di territorio. Ma il principale avversario politico di Serraj è il generale Haftar, a capo dell’Esercito Nazionale Libico, che controlla circa i due terzi del Paese ed è un personaggio chiave per il futuro politico del Paese.
  • Il panorama libico è costellato di milizie e gruppi armati con radicamento locale, ma manca un esercito unitario che possa arginare l’azione, sempre più imprevedibile, delle cellule jihadiste presenti sul territorio. Per non parlare della frammentazione dell’apparato di counter-terrorism libico.
  • Un passato di jihad: dagli anni Ottanta la Libia costituisce un importante centro di reclutamento e addestramento di combattenti, soprattutto tra Derna e Bengasi. È possibile identificare tre generazioni di jihadisti nel Paese.
    La prima è stata forgiata dall’esperienza in Afghanistan, dove è nato il Gruppo Combattente Islamico Libico, che negli anni ’90 avrebbe condotto un jihad contro il regime di Gheddafi.
    La seconda si è formata negli anni ’90 nel carcere di Abu Salim, luogo di reclusione di oppositori politici, islamsiti e non. In questi anni iniziarono ad emergere canali di reclutamento dalla Libia verso l’Iraq e si intensificarono i legami che univano Derna e Bengasi con Al-Qaeda in Iraq (AQI), cellula irachena di Al-Qaeda fondata da AL-Zarqawi.
    La terza generazione emerse con lo scoppio della rivolta del 2011 nel quadro di un’opposizione più ampia e, dopo il crollo del regime di Gheddafi, molti combattenti confluirono verso la Siria. Nel frattempo, la Libia da Paese di transito per i foreign fighters sarebbe diventata una base di addestramento oltre che un rifugio sicuro.
  • La Libia si colloca geograficamente in una posizione strategica: il Paese si affaccia sul Sahel e sul Maghreb, da sempre considerati da Al-Baghdadi una naturale estensione del Califfato, ma anche sull’Europa, dove grazie alla prossimità geografica è possibile esportare jihadisti e ideologie radicali e condurre attacchi mirati ai simboli dell’Occidente.
  • La porosità delle frontiere libiche, in particolare di quelle meridionali, consente ai miliziani di spostarsi liberamente e di inserirsi nelle organizzazioni jihadiste regionali e nelle reti di traffici illeciti con cui riescono ad autofinanziarsi. La possibilità di entrare e uscire dal Paese permette di reclutare nuovi combattenti dalle realtà limitrofe. Preoccupante è il dato sulla presenza dei foreign fighters tunisini sul suolo libico: secondo un rapporto del Washington Instutute for near East Policy, i jihadisti tunisini presenti sul territorio libico sarebbero oltre 1500. La Libia, dopo Siria, Afghanistan e Iraq, sarebbe il Paese destinazione del maggior numero di combattenti stranieri nella storia del jihadismo.
  • Sul territorio libico c’è un’ampia disponibilità armi: dopo la fine del conflitto civile del 2011, le diverse milizie sono entrate in possesso dell’imponente arsenale bellico di Gheddafi e oggi chiunque può disporre di armi di vario tipo. Attraverso le frontiere meridionali è possibile anche introdurre armi dai Paesi confinanti senza incontrare ostacoli.

 

Le condizioni affinché la Libia diventi un centro del jihadismo globale sono mature. Il pericolo è che i vuoti politici, la frammentazione del sistema di sicurezza e i conflitti endemici che attraversano il tessuto sociale possano permettere a combattenti dello Stato Islamico, di Al Qaeda o di un nuovo gruppo di giocare un ruolo da protagonisti nel futuro prossimo del Paese. La minaccia di Al Qaeda e dell’ISIS rimane accesa, soprattutto nel sud. Malgrado la recente dissoluzione del gruppo terroristico Ansar al-Sharia, Al Qaeda continua ad operare nel Fezzan e AQIM, presente attivamente nel sud dell’Algeria e nel nord del Mali, grazie alla porosità delle frontiere riesce a penetrare con facilità nel territorio libico, cooptando tribù e gruppi locali, soprattutto i Tuareg, sfruttando la loro storica posizione di emarginazione e il malcontento che ne deriva.
Malgrado storicamente la popolazione libica non si sia dimostrata particolarmente ricettiva verso l’ideologia dell’islamismo radicale, le critiche dei jihadisti alla debolezza e corruzione dello Stato e all’inefficienza del sistema di sicurezza riescono ad avere un’eco importante. Il collasso dello Stato costituisce il fattore chiave per la diffusione del jihadismo: come evidenzia F. Wehrey, ricercatore della Carnegie Endowment for International Peace e esperto di Libia, in Medio Oriente e Nord Africa, laddove scoppia una guerra civile, ci si può aspettare che emerga una rete jihadista che intende inserirsi tra le parti in conflitto e che riesca a reclutare combattenti tra le file degli scontenti grazie alla sua motivazione ideologica forte, sfruttando il diffuso malcontento nei confronti del potere.
In Libia, i giovani (ma anche diversi gruppi tribali) sono una categoria che rischia di rispondere positivamente alla chiamata jihaidsta a causa delle scarse possibilità occupazionali che il paese offre e della disillusione del post-Gheddafi. Non solo. La Libia può costituisce un polo attrattivo per i jihadisti dei paesi limitrofi, che vedono in questo failed-State un paradiso dove operare indisturbati. L’impegno di counter terrorism da parte della comunità internazionale non deve limitarsi al raggiungimento dell’obiettivo di breve periodo di annientamento dell’Isis (che le evidenze dimostrano non essere stato pienamente raggiunto), ma deve coniugarsi con strategie di lungo periodo per la ricostruzione delle strutture istituzionali di un Paese dove, senza ristabilire il ruolo della legge e favorire la creazione di un governo unitario, la minaccia jihadista rimarrà sempre accesa

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